Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17274 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/06/2021, (ud. 25/02/2021, dep. 17/06/2021), n.17274

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CATALLOZZI Paolo – Presidente –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. FANTICINI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. MAISANO Giulio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17203-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA GIULIANA,

18, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO IOFFREDI, rappresentato

e difeso dall’avvocato FRANCESCO MANCINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 27/2013 della COMM. TRIB. REG. MOLISE,

depositata il 21/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/02/2021 dal Consigliere Dott. GIOVANNI FANTICINI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– G.N. impugnava l’avviso di accertamento, ai fini IRPEF, IVA e IRAP (anno d’imposta 2003), emesso dall’Agenzia delle Entrate sulla scorta di p.v.c. della Guardia di Finanza dell'(OMISSIS), atto col quale si determinavano maggiori ricavi imponibili e veniva recuperata VIVA su una fattura (emessa da D.M.P.) inerente ad operazione ritenuta soggettivamente inesistente;

– la C.T.P. di Campobasso accoglieva il ricorso;

– la C.T.R. del Molise, con la sentenza n. 27/3/13 del 21/6/2013, respingeva l’appello dell’Agenzia delle Entrate;

– avverso tale decisione l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi;

– G.N. resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Col primo motivo l’Agenzia ricorrente deduce (ex art. 360, comma 1, n. 3) la violazione dell’art. 2697 c.c., per avere la C.T.R. affermato che il G. non era stato posto in condizioni di esaminare compiutamente tutti gli atti relativi all’accertamento in quanto il processo verbale di constatazione dell’1/4/2005 non risultava prodotto agli atti e al contribuente era stato inviato soltanto uno stralcio del p.v.c. nei confronti di D.M.P.; sostiene l’Agenzia che le suddette circostanze siano false, posto che il p.v.c. dell’1/4/2005, contenente in allegato quello del 23/7/2004 nei confronti di D.M., era stato depositato nel secondo grado di giudizio.

Con lo stesso motivo, l’Amministrazione contesta la decisione della C.T.R. riguardo ai maggiori corrispettivi rilevati dal confronto tra le fatture emesse e le “copie commissione” rinvenute, che il giudice d’appello ha ritenuto insussistenti perchè le discrasie erano ascrivibili alla vendita con permuta di altro autoveicolo da fatturarsi in seguito o, eventualmente, a trattative successive.

Il motivo è inammissibile perchè, come si evince dalla sua stessa formulazione, non denuncia una violazione di legge, ma contesta l’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito.

Peraltro, quand’anche la sentenza fosse il prodotto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa, l’Agenzia avrebbe dovuto impugnare il provvedimento con la revocazione ex art. 395 c.p.c., e non già col ricorso per cassazione.

Parimenti inammissibili sono le censure, che pretendono un sindacato di merito da parte della Corte di legittimità, riguardanti i maggiori ricavi, posto che il giudice d’appello ha ritenuto inidonee a dimostrarli le circostanze dedotte dall’Agenzia, le quali sono state ritenute non univoche e insufficienti a soddisfare l’onere probatorio (stante la possibilità di giustificare le differenze riscontrate tra le fatture e le “copie commissione”).

2. Col secondo motivo si deduce (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 17, 19 e 21, c.c., per avere la C.T.R. ritenuto che il G. potesse portare in detrazione la fattura emessa dal D.M. per un’operazione soggettivamente inesistente, affermando che non spettava all’acquirente l’obbligo di indagare sulla provenienza dei beni acquistati o sulle vicende fiscali del venditore.

La censura, astrattamente fondata, non inficia la decisione, la cui motivazione può essere corretta ai sensi dell’art. 384 c.p.c..

La C.T.R. ha errato, infatti, nell’affermare che era del tutto inesigibile dal G. un controllo sul venditore posto che, secondo consolidata giurisprudenza, il contribuente può avvedersi impiegando la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, in ragione della qualità professionale ricoperta, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto (v. Cass., Sez. 5, Ordinanza n. 15369 del 20/07/2020, Rv. 658429-01) – della sostanziale inesistenza del contraente e, dunque, del proprio coinvolgimento in una frode volta all’evasione dell’imposta.

Il giudice d’appello ha, invece, sostenuto che nei rapporti commerciali tra imprenditori del medesimo settore l’acquirente non ha (mai) motivo di dubitare che l’operazione compiuta generi una premeditata evasione fiscale.

Si deve, in contrasto, riaffermare il principio secondo cui proprio all’operatore professionale devono riconoscersi le competenze necessarie per individuare gli elementi che possano indicare il carattere fraudolento dell’operazione e la fittizietà della controparte contrattuale.

La motivazione della sentenza d’appello, dunque, va corretta, senza che ciò, tuttavia, comporti l’accoglimento del ricorso.

Infatti, è granitico l’orientamento giurisprudenziale che onera l’Amministrazione della prova della fittizietà del contraente e della consapevolezza del destinatario della fatturazione circa l’inserimento dell’operazione in una frode (ex multis, Cass., Sez. 5, Ordinanza n. 15369 del 20/07/2020, Rv. 658429-01, e Cass., Sez. 5, Sentenza n. 27566 del 30/10/2018, Rv. 651269-01).

In proposito, con accertamento insindacabile nel giudizio di legittimità, il giudice del merito ha accertato che “nel caso in esame, contrariamente a quanto vuole fare intendere l’Ufficio, non è provata nemmeno la interposizione fittizia di persona tra l’originario dante causa del sign. D.M. e la ditta ricorrente avente causa del medesimo sign. D.M.”.

L’omesso assolvimento dell’onere della prova – incombente sull’Agenzia delle Entrate – di per sè giustificava il rigetto dell’appello: ciò determina, conseguentemente, il rigetto del motivo di ricorso.

3. In conclusione, il ricorso avanzato dall’Agenzia delle Entrate va respinto. Alla decisione fa seguito la condanna della ricorrente alla rifusione, in favore del controricorrente G., delle spese di questo giudizio di cassazione, le quali sono liquidate nella misura indicata nel dispositivo secondo i vigenti parametri.

4. Poichè la ricorrente è un’Amministrazione dello Stato esonerata dal versamento del contributo unificato, va escluso l’obbligo di versare l’ulteriore importo pari a quello dovuto per il ricorso principale, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550-01; Cass., Sez. 6-L, Ordinanza n. 1778 del 29/01/2016, Rv. 638714-01).

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente Agenzia delle Entrate a rifondere a G.N. le spese di questo giudizio, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, oltre accessori;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Quinta Sezione Civile, il 25 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

 


 

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