Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17251 del 23/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 23/08/2016, (ud. 05/05/2016, dep. 23/08/2016), n.17251

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10708/2015 proposto da:

COOPERATIVA MAGESTIC ONLUS c.f. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEI PRATI FISCALI, 158, presso Io studio dell’avvocato FABIO PINCI,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato EDOARDO

TAMAGNONE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

L.P.A., L.M.A.;

– intimati –

Nonchè da:

L.M.A. C.F. (OMISSIS), L.P.A. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CUNFIDA 20, presso lo studio

dell’avvocato MONICA BATTAGLIA, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MASSIMO GRATTAROLA, giusta delega in atti;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 224/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 27/02/2015 R.G.N. 1016/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/05/2016 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito l’Avvocato PINCI FABIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE Giovanni, che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’Appello di Torino confermava le sentenze nn. 272-273/2014 rese dal Tribunale di Alessandria che, in accoglimento delle opposizioni proposte da L.P.A. e L.M.A. avverso le ordinanze rese dal medesimo Tribunale, aveva dichiarato la nullità dei licenziamenti intimati ai lavoratori dalla Cooperativa Magestic Onlus, in quanto ispirati da motivo ritorsivo, e condannato la società alla reintegra dei predetti nel posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dal dì del recesso sino alla effettiva reintegra.

La Corte distrettuale, per quanto in questa sede rileva, respingeva l’eccezione di decadenza dalla impugnazione, sollevata dai lavoratori con riferimento al termine di trenta giorni dalla comunicazione della sentenza sancito dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58. Osservava al riguardo che ai fini della decorrenza del termine non è sufficiente la comunicazione da parte della cancelleria dell’avvenuto deposito della sentenza (così come verificatosi nella specie), occorrendo invece la trasmissione integrale del testo del provvedimento, secondo i dettami sanciti dal D.L. 24 giugno 2014, n. 90, art. 45, conv. in L. 11 agosto 2014, n. 114, in vigore al momento della comunicazione inviata dalla cancelleria del primo giudice.

Nel merito, e con riferimento alla affermata natura ritorsiva dei licenziamenti irrogati, rimarcava come la articolata attività istruttoria avesse consentito di acclarare che i provvedimenti espulsivi erano stati effettivamente ispirati dall’intento di estromettere i lavoratori dalla organizzazione aziendale, in ragione della loro iscrizione ad associazione sindacale, non mancando di vagliare la prospettazione della società reclamante in ordine alla effettiva natura disciplinare dei provvedimenti, ritenuta, tuttavia, insussistente.

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione la Cooperativa Magestic Onlus affidato ad unico motivo. Resistono con controricorso i lavoratori intimati, i quali propongono ricorso incidentale sostenuto da un motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Per una trattazione rispettosa dell’ordine logico – giuridico delle questioni devolute, occorre avviare l’esame dall’unico motivo di ricorso incidentale, relativo a violazione e falsa applicazione della L. n. 92 del 2012, art. 1 comma 58, in relazione all’art. 133 c.p.c..

Gli intimati hanno eccepito preliminarmente l’inammissibilità del ricorso per decorso dei termini di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58, che prevede che il ricorso in appello dev’essere proposto a pena di decadenza entro 60 giorni dalla comunicazione della sentenza, o dalla notificazione se anteriore. Riferiscono che nel caso di specie, le sentenze erano state depositate in cancelleria in data 28/7/2014 e comunicate alle parti il 1/8/2014, mentre il reclamo da parte della società era stato depositato presso la cancelleria della Corte d’Appello di Torino in data 31/10/2014 oltre il termine di sessanta giorni previsto dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58.

2. Si impone innanzitutto il rilievo che la censura difetta di specificità ed autosufficienza, non risultando suffragata dalla riproduzione nel ricorso e dall’allegazione allo stesso delle attestazioni idonee a dimostrare la ricezione da parte della società della comunicazione ad opera della cancelleria del Tribunale di Alessandria, del testo integrale della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 133 c.p.c., come modificato dal D.L. 24 giugno 2014, n. 90, art. 45, comma 1, lett. b), conv. con modificazioni nella L. 11 agosto 2014, n. 114, applicabile alla fattispecie ratione femporis.

3. Essa va, comunque disattesa, per le ragioni di seguito esposte.

La L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, stabilisce, al comma 62, che il ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello a definizione del reclamo “deve essere proposto, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla comunicazione della stessa o dalla notificazione se anteriore”. Il successivo comma 64, aggiunge che “in mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si ò applica l’art. 327 c.p.c.”.

La disposizione si pone come norma speciale rispetto alla disciplina generale del cosiddetto termine breve di impugnazione, dettata dagli artt. 325 e 326 c.p.c., poichè fa decorrere il termine perentorio dalla comunicazione della sentenza o dalla notificazione, ma solo se anteriore alla prima, e consente l’applicazione del termine stabilito dall’art. 327 c.p.c. unicamente nel caso in cui risultino omesse sia la notificazione che la comunicazione della decisione.

4. Peraltro, affinchè possa decorrere il termine breve, non è sufficiente il mero avviso del deposito della sentenza, essendo, invece necessario che la comunicazione si riferisca al contenuto integrale della decisione, di modo che la parte sia posta, dal momento della comunicazione, in grado di conoscere le ragioni sulle quali la pronuncia è fondata e di valutarne la correttezza.

A dette conclusioni conduce innanzitutto il tenore letterale del richiamato comma 62, che, diversamente da quanto disposto, ad esempio, dall’art. 420 bis c.p.c., comma 2, fa riferimento, appunto, alla comunicazione della sentenza e non “dell’avviso di deposito” della stessa.

5. Inoltre la disposizione, sebbene di carattere speciale, nulla specifica in merito alla forma della comunicazione, sicchè vale al riguardo la disciplina dettata dal codice di rito che, all’art. 45 disp. att. c.p.c., comma 2, come modificato dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, stabilisce che “il biglietto contiene in ogni caso testo integrale del provvedimento comunicato”. La necessità della comunicazione del testo integrale è stata del resto ribadita dal D.L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014 n. 114, che ha modificato l’art. 133 c.p.c., inapplicabile alla fattispecie solo nella parte in cui, diversamente da quanto previsto per il rito speciale, esclude che la comunicazione possa fare decorrere il termine breve di impugnazione.

6. Infine, poichè la comunicazione fa decorrere il medesimo termine previsto per la notificazione, sarebbe del tutto illogica una disciplina che equiparasse alla conoscenza della sentenza, che la parte acquisisce con la notificazione, quella del mero deposito del provvedimento e del suo dispositivo.

Deve, quindi ritenersi operante, nello specifico, la L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 64, (con riferimento ai termini di impugnazione relativi al ricorso per cassazione, vedi Cass. 36258 del 31/3/2016) così come affermato dalla Corte territoriale con statuizione che, in quanto conforme a diritto, resiste alla censura all’esame.

7. Ciò detto, con unico motivo del ricorso principale, si denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti e violazione della L. n. 300 del 1970, artt. 15 e 18. Si lamenta che la decisione impugnata sia pervenuta all’accertamento della natura ritorsiva dei licenziamenti intimati, disattendendo la tesi accreditata dalla ricorrente in ordine alle ragioni disciplinari sottese al provvedimento espulsivo. Ci si duole che la Corte distrettuale abbia pretermesso la disamina di significativi elementi istruttori di natura testimoniale attestanti come i lavoratori avessero minacciato la Cooperativa che, in caso di mancato accredito della somma di Euro 5.400,00 erroneamente considerata dalla società quale rimborso spese, si sarebbero assentati per malattia.

8. Il motivo non appare rispettoso dei dettami sanciti dal novellato art. 360, n. 5, come novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis.

Nella interpretazione resa dai recenti arresti delle sezioni unite di questa Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi (vedi Cass. S.U. 7 aprile 2014 n.8053), la disposizione va, infatti, letta in un’ottica di riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla motivazione.

Scompare, quindi, nella condivisibile opinione espressa dalla Corte, il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta quello sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta) della motivazione, ossia con riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata.

Il controllo previsto dall’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5), concerne, dunque, l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti.

La parte ricorrente dovrà, quindi, indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, la decisività del fatto stesso.

9. Applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, non può prescindersi dal rilievo che tramite la articolata censura, la parte ricorrente, contravvenendo ai detti principi, sollecita un’inammissibile rivalutazione dei dati istruttori acquisiti in giudizio, esaustivamente esaminate dalla Corte territoriale, auspicandone un’interpretazione a sè più favorevole, non ammissibile nella presente sede di legittimità.

10. Va, infatti, rimarcato che lo specifico iter motivazionale seguito dai giudici dell’impugnazione non risponde ai requisiti dell’assoluta omissione, della mera apparenza ovvero della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta, che avrebbero potuto giustificare l’esercizio del sindacato di legittimità.

La fattispecie concreta è stata, infatti, oggetto di approfondita disamina da parte della Corte territoriale che – come riferito nello storico di lite ed in estrema sintesi – ha escluso la natura meramente disciplinare del licenziamento sul rilievo che la questione relativa alla trattenuta di Euro 500,00 da parte della Cooperativa dalla retribuzione (fonte di una serie di comportamenti censurabili posti in essere dai lavoratori, quali la fittizia collocazione in stato di malattia), non era stata oggetto di alcuna specifica contestazione da parte datoriale, nè era stata enunciata nelle lettere di licenziamento in data 18/2/2013; che l’assenza del Lamanna alla visita di controllo dello stato di malattia – che aveva avuto luogo alle ore 18.24 del 18 febbraio – era successiva alla spedizione della lettera di licenziamento risalente alle ore 12.08-12.09 sicchè non poteva ragionevolmente ritenersi costituisse la ragione sottesa al (generico) atto di recesso; che, per altro verso, la natura ritorsiva degli atti di recesso, aveva rinvenuto positivo riscontro in una serie coerente di dati testimoniali e documentali, ivi comprese le trascrizioni delle conversazioni telefoniche intercorse fra D.M.M. – soggetto cui era di fatto affidata la gestione della cooperativa – ed i lavoratori, dalle quali era emersa con chiarezza la manifestazione dell’intento di assumere provvedimenti disciplinari nei loro confronti proprio in ragione della loro iscrizione ad una associazione sindacale.

Considerati i ricordati limiti entro i quali va circoscritto il sindacato di legittimità in relazione al vizio denunciato, la sentenza impugnata, congrua e completa per quanto sinora detto, resiste alla censura all’esame.

11. In definitiva, alla luce delle superiori argomentazioni, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.

La situazione di reciproca soccombenza giustifica, infine, la compensazione fra le parti delle spese inerenti al presente giudizio di legittimità, dandosi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta entrambi i ricorsi. Compensa fra le parti le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2016

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