Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17243 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/06/2021, (ud. 22/01/2021, dep. 17/06/2021), n.17243

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STALLA Giacomo Maria – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. FILOCAMO Fulvio – rel. Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1502-2017 R.G. proposto da:

Andreani Tributi S.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, con domicilio informatico eletto presso gli avvocati FRANCO

CARILE e ALBERTO TASSO che la rappresentano e difendono;

– ricorrente –

contro

Miosotis Transport di M.G. e c. S.n.c., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

Roma, via Lutezia n. 8, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO

ROSI che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4622 del 2016 della COMM. TRIB. REG. di

Milano, depositata il 14 settembre 2016;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 22 gennaio

2021 dal Consigliere Dott. FULVIO FILOCAMO.

 

Fatto

RITENUTO

che:

1. La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con sentenza n. 4622 del 2016, respingeva l’appello proposto dalla Andreana Tributi S.r.l., quale concessionaria per l’accertamento e riscossione dei tributi locali per il Comune di (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado che aveva accolto l’originario ricorso della Miosotis Transport di M.G. e c. S.n.c. avverso gli avvisi di accertamento Tarsu per gli anni 2009, 2010, 2011 e 2012. Nel confermare la decisione di primo grado, i giudici d’appello hanno ritenuto illegittimi gli atti impositivi impugnati ritenendoli carenti di motivazione sull’esatta individuazione delle aree scoperte, come contestato dalla società contribuente, tanto che solamente in giudizio la Società concessionaria del Comune aveva fornito la prova di tale individuazione tramite visure catastali acquisite in data successiva a quella di notifica degli atti impositivi impugnati, con planimetrie non in scala, comunque relative a fabbricati e non alle aree scoperte oggetto della ritenuta omessa dichiarazione; aggiungevano, inoltre, che per le annualità successive al 2009 i Comuni non potevano più applicare la Tarsu, dovendo necessariamente passare alla Tia, stante l’ultima proroga alla vigenza delle norme del D.Lgs. n. 507 del 1993 – istitutivo della Tarsu – per l’anno 2009, con la conseguenza che il relativo regolamento comunale collegato doveva considerarsi inefficace per gli anni seguenti.

1.1. Avverso questa decisione, la Andreana Tributi S.r.l. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

1.2. La Miosotis Transport di M.G. e c. S.n.c. ha presentato controricorso, illustrato con memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

2. Preliminarmente non possono essere accolte le eccezioni di inammissibilità dei motivi di ricorso sulla mancata specifica indicazione delle affermazioni in diritto della sentenza impugnata ritenute in contrasto con le norme indicate e la relativa giurisprudenza, sulla violazione di quanto stabilito dall’art. 360-bis c.p.c. sulla mancata indicazione dell’orientamento giurisprudenziale violato, nonchè sulla ritenuta inammissibile valutazione dell’adeguatezza della motivazione degli atti impositivi impugnati che sarebbe riservata al giudice di merito risolvendosi in una valutazione di fatto, così sottratta al sindacato di legittimità. I motivi di impugnazione che si vorrebbero inammissibili richiamano chiaramente le affermazioni in diritto della pronuncia ritenute erronee, e l’esame sull’adeguatezza della motivazione degli atti impositivi può essere oggetto di valutazione di legittimità e non solamente di fatto ovviamente riservato al merito.

2.1. La Società concessionaria per l’accertamento e riscossione dei tributi locali per il Comune di (OMISSIS), con il primo motivo, denuncia la falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, e del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 71, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè gli avvisi di accertamento, trascritti nel ricorso, erano ben motivati riportando anche l’indicazione delle particelle catastali relative alla maggiore superficie delle aree scoperte omesse nella dichiarazione della Società contribuente, con la sola eccezione dei primi tre trimestri del 2009 (asseritamente non ancora assegnata).

3. Con il secondo motivo, si denuncia l’erronea e/o mancata applicazione dell’art. 2697 c.c. sull’onere della prova in ordine all’individuazione delle aree scoperte assoggettate a Tarsu, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dato che le aree scoperte oggetto d’imposizione erano state catastalmente individuate negli avvisi originariamente impugnati con l’indicazione delle particelle, sia pure parzialmente prive di subalterno, sicchè era onere della società contribuente provare la loro inclusione dell’originaria dichiarazione ovvero la loro esenzione dall’imposta richiesta.

4. Con il terzo motivo si denuncia l’errata individuazione dell’ultima proroga del D.Lgs. n. 597 del 1993, relativo alla Tarsu per l’anno 2009 e la relativa abrogazione per gli anni 2010, 2011 e 2012, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, poichè le norme indicate non impedivano ai Comuni di poter legittimamente adottare la Tarsu anche per le annualità successive al 2009.

5. I motivi sono tutti fondati.

5.1. Sul primo motivo si rileva che, dall’esame della motivazione degli atti impositivi impugnati dalla Società contribuente, è possibile verificare l’esistenza di tutti gli elementi identificativi essenziali per riconoscere la maggiore superficie contestata con gli avvisi di accertamento, poichè la mera omissione del subalterno della particella non rendeva incomprensibile l’individuazione delle aree non dichiarate.

5.2. Sul secondo motivo, è giurisprudenza consolidata di questa Corte che “la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è dovuta, a norma del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 62, per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte, a qualsiasi uso adibite, ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie ad abitazioni, e dei locali e delle aree che, per la loro natura o il particolare uso cui sono stabilmente destinate, o perchè risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità, non possono produrre rifiuti: tali esclusioni non sono, tuttavia, automatiche, perchè la detta norma, ponendo una presunzione “iuris tantum” di produttività, superabile solo dalla prova contraria del detentore dell’area, dispone altresì che le circostanze escludenti la produttività e la tassabilità siano dedotte “nella denuncia originaria” o in quella “di variazione”, e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione” (Cass., nn. 19459 del 2003, 18862 e 19173 del 2004), nonchè “in tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), grava sul contribuente l’onere di dimostrare la sussistenza delle condizioni per beneficiare delle esenzioni previste dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 62, commi 2 e 3, per quelle aree detenute, od occupate, che, in ragione di specifiche caratteristiche strutturali o di destinazione, non producono rifiuti o producono rifiuti speciali (smaltiti dallo stesso produttore a proprie spese), in quanto il principio secondo cui spetta all’Amministrazione provare la fonte dell’obbligazione tributaria non si estende alla dimostrazione della spettanza o meno delle esenzioni, le quali costituiscono eccezioni alla regola generale della debenza del tributo da parte di tutti coloro che occupano, o detengono, immobili nel territorio comunale (Cass., 10634 del 2019), quindi, una volta indicate negli avvisi di accertamento le aree scoperte tramite numero di particella, era onere del contribuente provare la loro originaria inclusione nella dichiarazione ovvero il diritto all’esenzione dall’imposta.

5.3. Sul terzo motivo va rilevato come la Tarsu potesse essere legittimamente adottata dal Comune anche per le annualità successive al 2009, infatti, “la proroga della vigenza della TARSU per gli anni 2010/2011 è stata prevista da una norma primaria (D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, art. 14, comma 7) la quale prevede che fino alla disciplina dei prelievi relativi alla gestione dei rifiuti urbani si continuano ad applicare i precedenti regolamenti comunali e che il D.L. 6 dicembre 2011, art. 47, convertito in L. 22 dicembre 2011, n. 214, istituendo la TARES ha definitivamente abrogato la TARSU solo dal 1 gennaio 2013. La ratio decidendi del giudice di secondo grado è corretta. Infatti, va rilevato come l’originario termine per l’introduzione della nuova tariffa fu più volte prorogato ad opera di disposizioni legislative emanate a scadenze quasi sempre annuali e portato al 30.6.2010 dal D.L. n. 194 del 2009, art. 8, comma 3, convertito con modificazioni dalla L. n. 25 del 2010. Ciò non significa che dal 1 gennaio 2010 fossero venuti meno i presupposti di legittima applicazione della TARSU ovvero della tariffa Ronchi, stante la ultrattività generale della disciplina TARSU come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 238/2009 la quale ha ricollegato il definitivo passaggio (da TARSU/TIA alla tariffa integrata) non soltanto all’emanazione del regolamento ministeriale previsto dal D.Lgs. n. 156 del 2006, art. 238, comma 6, ma altresì al completamento di tutti gli adempimenti necessari per dare piena attuazione alla nuova tariffa. Inoltre, sulla legittimità dell’applicazione della TARSU e della Tariffa Ronchi da parte dei Comuni si sono espressi anche il MEF con la circolare 3/D dell’11 novembre 2010 (cfr. punto 2.1. della circolare) e la Corte dei conti, sezione di controllo della Lombardia, nella Del. 28 gennaio 2011, n. 21. Pertanto, sia per l’anno 2010 che per l’anno 2011 la tassa richiesta era dovuta dalla società contribuente” (tra le altre Cass., n. 20961 del 2019).

6. In definitiva, per quanto esposto, il ricorso va accolto, la sentenza impugnata va cassata e, decidendo la causa nel merito, si rigetta il ricorso originario del contribuente. Spese dei gradi di merito compensate in ragione del consolidarsi in corso di causa dei su riportati indirizzi, e spese di legittimità a carico del contribuente, quantificate come in dispositivo.

PQM

la Corte:

accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta il l’originario ricorso del contribuente;

spese dei gradi di merito compensate, con condanna del contribuente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che quantifica in 2.300 Euro per compensi, oltre rimborso forfettario ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale tenutasi con modalità da remoto, come da decreti del Primo Presidente nn. 76 e 97 del 2020, il 22 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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