Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17240 del 22/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 22/08/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 22/08/2016), n.17240

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22393-2013 proposto da:

LEROY MERLIN ITALIA S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GERMANICO 96, presso lo studio dell’avvocato LUCA DI PAOLO,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO SAVERIO FRASCA,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

A.S., C.F. (OMISSIS), B.N. C.F. (OMISSIS),

SIMM MARCO C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

ENNIO QUIRINO VISCONTI 103, presso lo studio dell’avvocato EMILIA

RECCHI, rappresentati e difesi dall’avvocato ANDREA STRAMACCIA,

giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 662/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 10/06/2013, R.G. N. 989/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;

udito l’Avvocato FRANCESCO SAVERIO FRASCA;

udito l’Avvocato ANDREA STRAMACCIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto dei primi 3

motivi e per l’accoglimento del 4 motivo del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

A.S., B.N. e S.M., appellavano la sentenza del Tribunale di Livorno n. 411/11 che ritenne legittimo il licenziamento per giusta causa loro intimato dalla s.r.l. Leroy Merlin Italia; resisteva la società.

Gli appellanti, addetti alle vendite presso il centro di Livorno, vennero licenziati dalla Leroy Merlin Italia s.r.l. previa contestazione di aver venduto e/o acquistato da colleghi una serie di prodotti a prezzi scontati oltre il consentito, in alcuni casi fino a più del 90% (con la conseguenza che prodotti del valore di circa Euro 11.000 fossero stati ceduti per poco meno di Euro 1.000).

I fatti addebitati – non negati dai lavoratori e provati per documenti – si erano verificati nel periodo tra il 3 ed il 20 maggio 2010. Gli argomenti difensivi svolti dagli appellanti si risolvevano sostanzialmente nell’affermazione di essere stati a ciò autorizzati dall’azienda. Quest’ultima aveva negato tale ultima circostanza.

Con sentenza depositata il 10 giugno 2013, la Corte d’appello di Firenze accoglieva il gravame e, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava l’illegittimità dei licenziamenti, condannando la società a reintegrare gli appellanti nel loro posto di lavoro ed al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la s.r.l. Leroy Merlin Italia, affidato a quattro motivi.

Resistono i lavoratori con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e /o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 5 e art. 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Lamenta che la sentenza impugnata violò i principi in materia di prova circa l’esistenza della giusta causa o giustificato motivo di licenziamento, prova che nella specie risultava già dalla stessa natura dei fatti contestati (acquisto da parte dei dipendenti di merce aziendale a prezzi anomali, con sconto anche del 90%, senza che la merce acquistata risultasse “in gamma di smaltimento”, danneggiata o deteriorata).

2. – Con il secondo motivo la società ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2729 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Lamenta che la sentenza impugnata utilizzò erroneamente, al fine di escludere l’intenzionalità delle condotte addebitate ovvero di giustificarle, l’istituto della presunzione, in contrasto peraltro con l’obiettività dei fatti e con le prove testimoniali e documentali raccolte, e dunque in assenza di fatti noti ex art. 2727 c.c. e tutt’al più di fatti appartenenti alla categorie delle ipotesi e delle congetture.

3.-Con il terzo motivo la società denuncia un travisamento delle risultanze istruttorie; illogica e contraddittoria valutazione, alla luce delle risultanze documentali e delle prove testimoniali, degli elementi ritenuti presuntivi; errata e contraddittoria ricostruzione della vicenda; omesso esame di elementi decisivi alla risoluzione della controversia (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5); violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 437 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

3.1 – I primi tre motivi, che per la loro connessione possono esaminarsi congiuntamente, sono inammissibili, essendo basati su di una diversa ricostruzione dei fatti che è alla base della sentenza impugnata.

Deve infatti considerarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), sicchè quest’ultimo, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata (ipotesi non ricorrente nella fattispecie); al contrario, il sindacato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione: Cass. sez.un. 7 aprile 2014, n. 8053), coinvolge un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti (ipotesi ricorrente nel caso in esame) Ne consegue che mentre la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione (proporzionalità della sanzione: Cass. n. 8293 del 25/05/2012, Cass. n. 144 del 08/01/2008 Cass. n. 21965 del 19/10/2007, Cass. n. 24349 del 15/11/2006, e gravità dell’inadempimento: Cass. n. 1788 del 26/01/2011, Cass. n. 7948 del 07/04/2011) si sostanzia in un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, limitato al generale controllo motivazionale (quanto alle sentenze impugnate depositate prima dell’11.9.12) e successivamente, come nel caso di specie, all’omesso esame di un fatto storico decisivo, in base al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Deve allora rimarcarsi che “..Il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881).

Il ricorso non rispetta il dettato di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente valutate dalla Corte di merito che ha accertato che gli acquisti a prezzi scontati riguardavano prodotti di fine serie, in esposizione o parzialmente deteriorati, ed erano stati dunque autorizzati, quando non rispondenti a precise indicazioni aziendali.

4.- Con il quarto, subordinato, motivo (inerente la sola posizione S.), la società denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 1 nonchè della L. n. 300 del 1970, art. 18.

Lamenta che era pacifico che il S. fosse legato alla società da un contratto di lavoro a tempo determinato con scadenza al 13.10.10 e che dunque non potesse applicarsi nei suoi confronti la tutela di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 1 e L. n. 300 del 1970, art. 18 ma, semmai, in caso di accertata assenza di giusta causa, la tutela prevista dal diritto delle obbligazioni in generale (art. 1283 c.c.) col riconoscimento della retribuzione che questi avrebbe percepito sino alla scadenza del contratto di lavoro.

4.1 – Il motivo è fondato. E’ pacifico che il S. fosse legato alla società con un contratto a tempo determinato; il fatto che sia stato licenziato per giusta causa, poi rilevatasi insussistente, non trasforma il contratto a termine in contratto a tempo indeterminato, con conseguente inapplicabilità della disciplina vincolistica in tema di licenziamenti dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato e relative tutele (Cass. n. 21639/06; Cass. n. 11692/2005; Cass. n.12092/2004).

5.- Conclusivamente: mentre i primi tre motivi risultano inammissibili, deve invece accogliersi il quarto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alla censura accolta, come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibili i primi tre motivi del ricorso; accoglie il quarto. Cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 agosto 2016

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