Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1724 del 28/01/2014


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 1724 Anno 2014
Presidente: CURZIO PIETRO
Relatore: GARRI FABRIZIA

ORDINANZA
sul ricorso 29951-2011 proposto da:
POSTE ITALIANE SPA 97103880585 – società con socio unico – in
persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione e legale
rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,
VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO
LUIGI, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del
ricorso;

– ricorrente contro
RESTA GIANLUCA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
RENO 21, presso lo studio dell’avvocato RIZZO ROBERTO, che lo
rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del
controricorso;

– controricorrente –

Data pubblicazione: 28/01/2014

avverso la sentenza n. 9593/2010 della CORTE D’APPELLO di
ROMA del 24.11.2010, depositata 11 06/12/2010;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
07/11/2013 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIA GARRI.
E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. GIUSEPPE

Fatto e diritto
Con sentenza depositata il 28 settembre 2004, la Corte d’appello di
Roma aveva dichiarato la nullità del termine apposto, “per esigene
eccqionali…” ai contratti di lavoro tra Poste italiane s.p.a. e Gianluca
Resta, intercorsi, rispettivamente, dal 17 marzo al 30 aprile 1998, poi
prorogato al 31 maggio 1998 e dal 1° giugno al 30 ottobre 1999.
Su ricorso della società, questa Corte ha dichiarato inammissibile il
primo motivo relativo alla deduzione di risoluzione del rapporto per
mutuo tacito consenso, ha accolto quello relativo alla nullità del
termine apposto al primo contratto, ha respinto il motivo relativo al
capo di sentenza riguardante il secondo contratto e respinto il ricorso
incidentale del lavoratore che censurava la limitazione del risarcimento,
decorrente dall’atto di messa in mora, al periodo di tre anni successivi
alla scadenza dell’ultimo contratto.
Riassunto il giudizio, la Corte d’appello di Roma, con sentenza
depositata il 6 dicembre 2010, ha dichiarato la nullità del termine
apposto al secondo contratto di lavoro e la sua conversione a tempo
indeterminato dal 1° giugno 1999, accertando la prosecuzione del
rapporto e facendo proprie le ulteriori statuizioni della precedente
sentenza di appello.
Avverso tale sentenza, la società propone ora nuovo ricorso per
cassazione, affidato a due motivi.
L’intimato resiste alle domande con controricorso.
Ric. 2011 n. 29951 sez. ML – ud. 07-11-2013
-2-

CORASANITI.

Il procedimento è regolato dagli artt. 360 e segg. c.p.c. con le
modifiche e integrazioni successive, in particolare quelle apportate
dalla legge 18 giugno 2009 n. 69.
Il ricorso è manifestamente infondato nei termini che seguono e va
pertanto trattato in camera di consiglio.

ricorso delle Poste avverso il capo di sentenza riguardante il secondo
contratto, ha implicitamente deteiminato il passaggio in giudicato
anche del capo di sentenza relativo ai danni da risarcire, infatti
decorrenti, nella precedente pronuncia della medesima Corte
territoriale, dalla data di messa in mora avvenuta successivamente al
termine del secondo contratto e fino al triennio successivo alla
scadenza di tale termine (limitazione triennale esplicitamente
confermata col rigetto del ricorso incidentale del dipendente.
Sostiene ora la società che con ciò la Corte territoriale avrebbe violato
l’art. 324 c.p.c. e l’art. 2909 c.c, citando la giurisprudenza di questa
Corte in materia di giudicato e di giudicato implicito, che non sembra
pertinente rispetto al caso esaminato e comunque non è associata ad
una sufficiente spiegazione in ordine all’eventuale pertinenza.
Inoltre col secondo motivo, il ricorso giustifica la propria “mancata

impugnazione… del capo della sentena inerente l’aspetto risarcitorio” in quanto
essa “non era… determinata né da una errore né da una negligena, ma, così come

previsto dall’art. 153 cp.c., per causa ad essa non imputabile, che legittima una
rimessione in termine”.
Tanto premesso ritiene la Corte che le censure, che possono essere
esaminate congiuntamente, siano destituite di fondamento.
La giurisprudenza citata riguarda infatti anzitutto la regola per cui,
qualora il giudice decida esplicitamente su di una questione,
risolvendone in modo implicito un’altra, che rispetto alla prima si
Ric. 2011 n. 29951 sez. ML – ud. 07-11-2013
-3-

La Corte territoriale, avendo riferito che questa Corte, col respingere il

ponga in rapporto di dipendenza e la decisione venga impugnata sulla
questione risolta espressamente, non è possibile sostenere che sulla
questione risolta implicitamente si sia formato il giudicato.
La regola è logicamente e giuridicamente ineccepibile, ma nel caso in
esame, secondo la Corte d’appello (non smentita specificatamente dalla

Corte) la decisione di cassazione con rinvio avrebbe respinto il ricorso
delle Poste avverso il capo di sentenza relativo al secondo contratto,
così divenuto definitivo e non più soggetto a impugnazione.
Ne consegue che anche la questione dipendente è divenuta definitiva
ed anche gli ulteriori rilievi svolti in materia di giudicato interno
appaiono recessivi.
Infine va respinta la richiesta (conseguente all’eventuale accoglimento
di uno dei due motivi precedenti, dei quali pertanto segue la sorte) di
applicazione dello ius superveniens rappresentato dall’art. 32, commi 5-7
della legge n. 183 del 2010.
In conclusione il ricorso, manifestamente infondato, va respinto e le
spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza e vanno
distratte in favore dell’avv. Roberto Rizzo che se ne dichiara
anfistatario
PQM
LA CORTE
Rigetta il ricorso.
Condanna la società al pagamento delle spese del giudizio che si
liquidano in € 3500,00 per compensi professionali ed € 100,00 per
esborsi oltre IVA e CPA. Spese da distrarsi in favore dell’avv. Roberto
Rizzo che se ne dichiara antistatario.
Così deciso in Roma il 7.11.2013

ricorrente che non indica neppure gli estremi della sentenza di questa

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