Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17239 del 22/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 22/07/2010, (ud. 15/06/2010, dep. 22/07/2010), n.17239

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 21427/2007 proposto da:

S.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GALVANI 4

PALAZZO B INTERNO 8, presso lo studio dell’avvocato SCHIPANI SANDRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato MURGIA Bruno Angelo, giusta

mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

DITTA D.A. in persona dell’omonimo titolare;

– intimata –

avverso la sentenza n. 256/2006 della Corte d’Appello di Cagliari,

Sez. Dist. di SASSARI, depositata il 31/07/2006 R.G.N. 20/06;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

15/06/2010 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Sassari, depositato in data 6.9.2002, S.P., premesso di aver lavorato dal 21.10.1996 al 27.2.2000 alle dipendenze di D.A., svolgendo le mansioni di autista di (OMISSIS) livello in base al contratto collettivo degli autotrasportatori, con orario dì dieci ore giornaliere da lunedì a venerdì, chiedeva la condanna del convenuto al pagamento della somma di Euro 66.494,80, a titolo di differenze retributive, ferie non godute, 13^ e 14^ mensilità, ROL e TFR. Con sentenza in data 18.1.2005 il Tribunale adito rigettava la domanda. In particolare rilevava che, in base alle dichiarazioni rese dalle parti nel corso del libero interrogatorio, doveva escludersi la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, avendo le parti sostanzialmente concordato sulla esistenza fra le stesse di un accordo concernente la costituzione di una società di fatto avente ad oggetto la gestione di un autocarro munito di licenza di trasporto merce per conto terzi.

Avverso tale sentenza proponeva appello il S. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo l’accoglimento delle domande proposte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Cagliari, Sezione Distaccata di Sassari, con sentenza in data 5.7.2006, rigettava il gravame.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione S.P. con tre motivi di impugnazione.

L’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

Col primo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2247, 2291, 2298, 2549 e 2554 c.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

In particolare rileva il ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto la sussistenza nella fattispecie in esame di un rapporto societario di fatto, risultando totalmente assenti gli elementi essenziali di tale contratto, costituiti dall’esercizio in comune dell’attività e dalla divisione degli utili; e del pari erroneamente aveva ritenuto, in via alternativa, l’esistenza di un rapporto di associazione in partecipazione, stante l’assenza di partecipazione agli utili dell’impresa.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2094 c.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

In particolare rileva che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto l’insussistenza degli elementi qualificanti il rapporto di lavoro subordinato, ritenendo non sufficienti a tal fine le direttive impartite ad esso ricorrente dal D.; e rileva altresì che erroneamente la Corte predetta non aveva valutato tutti gli ulteriori elementi, complementari e sussidiari, quali l’inserimento stabile del lavoratore nell’impresa del datore di lavoro, la continuità della prestazione, l’estraneità del lavoratore al risultato produttivo e quindi l’assenza di ogni rischio d’impresa in capo al prestatore di lavoro, la retribuzione prestabilita, l’inerenza della prestazione al ciclo produttivo, che costituivano indici probanti della effettiva natura del rapporto.

Col terzo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione degli artt. 420 e 117 c.c.p., in relazione agli artt. 228 e 229 c.p.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

In particolare rileva il ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva attribuito valore confessorio alle dichiarazioni rese dallo stesso in sede di interrogatorio libero, in palese violazione del disposto di cui all’art. 229 c.c.p..

l motivi, che possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, non sono fondati alla stregua delle seguenti considerazioni.

Osserva il Collegio che una corretta impostazione della problematica in questione, avendo l’odierno ricorrente affermato l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato con la controparte, deve necessariamente procedere dall’accertamento dell’esistenza di quelli elementi che connotano e caratterizzano siffatta forma negoziale, alla stregua delle allegazioni probatorie dedotte dal ricorrente al quale, in base ai principi che regolano la ripartizione della prova, incombe il relativo onere. Con la conseguenza che ove siffatta prova non sia fornita dal ricorrente, la domanda proposta non può trovare accoglimento.

Costituisce altresì ius receptum che la valutazione delle concrete modalità attraverso cui ebbe a svolgersi il rapporto di lavoro dedotto in giudizio costituisce un accertamento di fatto, demandato al giudice di merito, e non censurabile in cassazione se immune da vizi giuridici ed adeguatamente motivato.

Tali osservazioni assumono un indubbio rilievo nella fattispecie in esame, ove si consideri che l’odierno ricorrente ha innanzi tutto lamentato la erronea configurazione data al rapporto in questione dal decidente, sotto il profilo della ritenuta esistenza fra le parti di una società di fatto ovvero di un rapporto di associazione in partecipazione, mentre una corretta impostazione della problematica presupponeva, per come detto, la verifica dell’esistenza degli elementi tipici della subordinazione.

Siffatta censura costituisce l’oggetto del secondo motivo di gravame, con il quale il ricorrente ha lamentato la erroneità dell’impugnata sentenza che aveva ritenuto l’insussistenza degli elementi qualificanti il rapporto di lavoro subordinato, ritenendo non sufficienti a tal fine le direttive impartite allo stesso dal D., ed aveva altresì omesso ogni valutazione in ordine agli ulteriori elementi, complementari e sussidiari, che costituivano indici probanti della effettiva natura del rapporto in questione.

Sul punto osserva il Collegio che il suddetto motivo di gravame involge in realtà la valutazione di specifiche questioni di fatto, valutazione non consentita in sede di giudizio di legittimità.

Devesi in proposito evidenziare che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di dare adeguata contezza dell’iter logico – argomentativo seguito per giungere ad una determinata conclusione. Ne consegue che il preteso vizio della motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della stessa, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero quando esista insanabile contrasto fra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (Cass. sez. 1^, 26.1.2007 n. 1754; Cass. sez. 1^, 21.8.2006 n. 18214;

Cass. sez. lav., 20.4.2006 n. 9234; Cass. sez. trib., 1.7.2003 n. 10330; Cass. sez. lav., 9.3.2002 n. 3161; Cass. sez. Ili, 15.4.2000 n. 4916).

In altri termini, il controllo di logicità del giudizio di fatto – consentito al giudice di legittimità – non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata: invero una revisione siffatta si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione del giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, e risulterebbe affatto estranea alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità il quale deve limitarsi a verificare se siano stati dal ricorrente denunciati specificamente – ed esistano effettivamente – vizi (quali, nel caso di specie, la omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione) che, per quanto si è detto, siano deducibili in sede di legittimità.

Orbene nel caso di specie la Corte territoriale ha rilevato che l’assunto di parte ricorrente circa l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra le parti, ossia caratterizzato dall’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, era stato smentito dalle stesse dichiarazioni rese dal ricorrente in sede di interrogatorio libero, laddove lo stesso aveva sostanzialmente affermato l’esistenza di un diverso assetto negoziale, caratterizzato da una posizione di parità delle due parti, e finalizzato a dar vita ad una comune attività di impresa. Ed ha altresì rilevato come la sottoposizione del ricorrente al potere direttivo del presunto datore di lavoro si sostanziasse pressochè esclusivamente nell’esistenza delle istruzioni fornite circa il carico della merce e la località di consegna della stessa.

In mancanza di qualsiasi elemento atto a verificare in concreto il carattere della etero – direzione e della dipendenza che connotano il rapporto di lavoro previsto dall’art. 2094 c.c., ed anzi in presenza di una sostanziale ammissione della esistenza fra le parti di un diverso schema negoziale, correttamente la Corte territoriale ha ritenuto che gli altri elementi di carattere sussidiario indicati dal ricorrente non assumessero idonea valenza probante atta a surrogare il (non dimostrato) criterio della subordinazione.

Nè appare conducente il rilievo, svolto dal ricorrente nel terzo motivo di gravame, circa l’erronea attribuzione, da parte della Corte territoriale, di valore confessorio alle dichiarazioni rese dal lavoratore medesimo in sede di interrogatorio libero, in palese violazione del disposto di cui all’art. 229 c.c.p..

Ed invero l’art. 229 c.p.c., va interpretato nel senso che non può essere considerata confessione giudiziale spontanea (e quindi non forma piena prova ai sensi dell’art. 2733 c.p.c., comma 2) la dichiarazione avente contenuto confessorio, se provocata dalle domande rivolte dal giudice in sede di interrogatorio non formale.

Ciò in quanto, essendo l’istituto dell’interrogatorio non formale finalizzato alla chiarificazione delle allegazioni delle parti e dotato di funzione probatoria di carattere meramente sussidiario, le dichiarazioni in tale sede rese non possono avere valore di confessione giudiziale ai sensi dell’art. 229 c.p.c..

Tali dichiarazioni mantengono tuttavia il loro carattere confessorio e ben possono essere utilizzate dal decidente ai fini della formazione del proprio convincimento.

Pertanto correttamente i giudici di merito, valutando la carenza di prova in ordine alla sussistenza degli elementi propri del rapporto di lavoro subordinato unitamente al contenuto delle dichiarazioni predette, hanno ritenuto l’infondatezza della domanda proposta dal lavoratore.

La motivazione dei giudici di merito si appalesa quindi completa ed esaustiva, non apparendo l’accertamento del fatto – operato dagli stessi – inficiato da alcun vizio di motivazione, sotto il profilo della non coerenza dell’iter logico – argomentativo seguito e della mancata esplicitazione delle argomentazioni svolte per giungere alla soluzione adottata.

Alla stregua di quanto sopra il ricorso non può trovare accoglimento.

Nessuna statuizione deve essere adottata in ordine alle spese di giudizio, non avendo l’intimato svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2010

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