Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17218 del 22/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 22/07/2010, (ud. 23/02/2010, dep. 22/07/2010), n.17218

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. BETTOLO 22,

presso lo studio dell’avvocato BELLOTTI GIORGIO, che la rappresenta e

difende, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

CITE COMPAGNIA IMPIANTI TELEFONICI ED ELETTRICI S.P.A., F.

R.F.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 587/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 28/04/2006 R.G.N. 430/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/02/2010 dal Consigliere Dott. MONACI Stefano;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PIVETTI Marco che ha concluso per:

preliminarmente rinvio per nuova notifica, nel merito accoglimento.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’oggetto della controversia e’ costituito dall’esistenza di un diritto della signora D.S., dipendente della CITE – Compagnia Impianti Telefonici ed Elettrici – s.p.a., sospesa dal servizio nel periodo in cui operava il divieto di licenziamento per il suo stato di gravidanza, a percepire l’indennita’ sostitutiva della mensa.

La domanda veniva rigettata dal giudice di primo grado, e questa pronunzia veniva confermata in sede di impugnazione dalla Corte d’Appello di Firenze con sentenza n. 587/2006. Avverso di essa, depositata in cancelleria il 28 aprile 2006 e che non risulta notificata, la D. ha proposto ricorso per cassazione, con tre motivi di impugnazione, notificato l’otto giugno 2006 presso il difensore di primo grado (mentre in grado di appello la societa’ era rimasta contumace) e successivamente a mezzo del servizio postale presso il liquidatore della CITE, con il plico inviato il 28 giugno 2006, e pervenuto a destinazione il successivo giorno 29. L’intimata CITE (che – come si e’ detto – e’ stata citata in due diverse sedi) non ha presentato difese in questa sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va rilevato preliminarmente che l’avviso di udienza non risulta notificato per decesso dell’unico difensore.

Si pone allora il problema di stabilire se questo comporti, o meno, la necessita’ di rinviare l’udienza e di notificare l’avviso di fissazione dell’udienza alla parte personalmente perche’ possa munirsi di un nuovo difensore (cfr. Cass. civ., S.U., 13 gennaio 2006, n. 477), ma questo obbligo puo’ valere soltanto se l’ufficio sia a conoscenza dell’indirizzo personale della parte cui dovrebbe essere notificato l’avviso.

Nel caso di specie, invece, gli atti di questo giudizio non contengono l’indirizzo attuale della ricorrente signora D. S., e disporre una nuova notifica si risolverebbe inevitabilmente in una inutile formalita’.

Come, gia’ ritenuto d questa Corte in pronunzie recenti “nel giudizio di cassazione, in caso di morte del difensore del ricorrente, presso il quale quest’ultimo abbia eletto domicilio in Roma, l’assoluta impossibilita’ di notificare l’avviso di fissazione dell’udienza alla parte personalmente, a causa dell’irreperibilita’ della stessa nel luogo indicato nel ricorso (nella specie, la sede della societa’ ricorrente) e dell’assenza di qualsiasi ulteriore indicazione idonea ad individuare un luogo diverso al quale indirizzare la comunicazione, non costituisce impedimento alla trattazione della causa, essendo quest’ultima pur sempre dominata dall’impulso d’ufficio, e non potendosi spingere la garanzia del diritto di difesa, comunque di esercizio squisitamente personale, fino al punto d’imporre la ricerca di un indirizzo oltre le possibilita’ offerte dagli atti propri del giudizio di legittimita’,” (Cass. civ., 11 ottobre 2006, n. 21711; nello stesso senso, 4 giugno 2007, n. l2902).

Nel caso di specie sussiste appunto una assoluta impossibilita’ di notificare l’avviso di fissazione di udienza alla parte personalmente, e non vi e’ alcuna indicazione idonea ad indicare un luogo cui indirizzare la comunicazione, e, di conseguenza, il decesso dell’unico difensore nominato per questa fase di giudizio, e che era stato anche l’unico difensore della fase di appello, non puo’ essere motivo di rinvio della causa a nuovo ruolo.

2. Nei primi due motivi di impugnazione la ricorrente denunzia, sotto differenti profili, la violazione e falsa applicazione di accordi collettivi di lavoro in riferimento all’art. 11 bis del CCNL Metalmeccanici in relazione all’accordo interconfederale 20 aprile 1956.

In particolare, nel primo motivo sottolinea che nella norma contrattuale collettiva dell’art. 11 bis non vi era nessuna espressa previsione di una natura risarcitoria dell’indennita’ sostitutiva della mensa, e che, d’altra parte, la modifica (rispetto alla previsione dell’accordo de 1956) dovesse essere limitata esclusivamente agli effetti economici, senza incidere o modificare la natura retributiva dell’accordo stesso. Nel secondo motivo la ricorrente ribadisce che l’accordo collettivo del 1956 prevede all’art. 2 che “se manca la mensa e vi e’ solo la corresponsione della indennita’ sostitutiva, questa deve essere presa a base per la computabilita’ sui vari istituti contrattuali”, ed afferma che non potevano essere confuse le due espressioni “indennita’ di mensa” e “costo della mensa sostenuto dal datore di lavoro”, sottolineandone la differenza. Sostiene che se il datore di lavoro non organizzava la mensa in sede e corrispondeva l’indennita’ sostitutiva, questa ultima aveva natura retributiva a tutti gli effetti, e quindi andava presa a base per la computabilita’ su tutti gli istituti; se, invece, organizzava la mensa in sede il relativo importo (ripartito sui dipendenti) non era computabile. Nel terzo motivo la signora D. denunzia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso decisivo per la definizione del giudizio. Effettivamente – come affermato nella sentenza impugnata – l’indennita’ di mensa era strettamente collegata all’effettiva prestazione dell’attivita’ lavorativa, ma non si era tenuto conto del fatto che nel caso di specie la D. era stata illegittimamente sospesa dal servizio, e le era stato cosi’ impedito di svolgere l’attivita’ lavorativa.

3. Il ricorso non e’ fondato.

I vari motivi sono connessi, e debbono percio’ essere trattati unitariamente.

L’indennita’ di mensa, pur costituendo, sotto molti aspetti, una voce retributiva, rimane, cio’ nonostante, per l’appunto una “indennita’”, come tale strettamente connessa alla effettiva prestazione dell’attivita’ lavorativa.

Per questo – in mancanza della specifica prova dell’esistenza di un patto in senso contrario – non e’ dovuta per i giorni in cui il dipendente non ha prestato la propria attivita’ lavorativa; non sussistono piu’ ragioni specifiche per la sua erogazione, perche’ il prestatore non si e’ trovato, a causa degli impegni di lavoro, nella necessita’ di consumare il pasto fuori casa e di sopportare il relativo maggiore esborso.

Si e’ gia’ fatto riferimento alla possibile esistenza di previsioni contrattuali in senso contrario.

La ricorrente si riporta a questo proposito all’art. 2, comma 2, dell’accordo collettivo del 1956 (cui e’ stata attribuita efficacia erga omnes con decreto presidenziale del 14 luglio 1960, n. 1026), secondo cui “se manca la mensa e vi e’ solo la corresponsione della indennita’ sostitutiva, questa deve essere presa a base per la computabilita’ sui vari istituti contrattuali”. E’ facile rilevare a questo proposito che questa disposizione si riferisce ad una fattispecie, diversa, quella in cui non sia istituito ed operante un servizio di mensa, non alle ipotesi, ben diverse, in cui, per qualsiasi ragione, il prestatore non ne usufruisca, come appunto e’ avvenuto nel caso di specie; la ricorrente non allega affatto (ne’ risulta in alcun modo) che non era stata istituito, o che non era operante, un servizio di mensa, ma soltanto che la signora D., non ne aveva potuto usufruire, perche’ illegittimamente sospesa dal servizio. Ne’ vale sottolineare, infine, che era stata appunto illegittimamente sospesa dal servizio: anche questa osservazione viene assorbita dalla considerazione decisiva che in quel periodo la signora D. non ha prestato attivita’ lavorativa e percio’ non ha dovuto sopportare il maggiore onere dovuto alla necessita’ di consumere il pasto fuori casa.

4. Il ricorso percio’ e’ infondato, e deve essere rigettato.

Dato che l’intimata societa’ CITE non ha presentato difese in questa fase, la Corte non deve provvedere su spese di giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Cosi’ deciso in Roma, il 23 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2010

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