Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17204 del 11/08/2011

Cassazione civile sez. I, 11/08/2011, (ud. 05/07/2011, dep. 11/08/2011), n.17204

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. FIORETTI Francesco Maria – Consigliere –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 20340/2007 proposto da:

C.A. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CELIMONTANA 38, presso l’avvocato PANARITI

Benito, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUT

VITTO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Z.M. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA G. FERRARI 11, presso l’avvocato VALENZA Dino, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato CALLEGARO LUCIANO,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 93/2007 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 20/02/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/07/2011 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA CULTRERA;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato A. VALENZA che ha chiesto

il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Pordenone, con sentenza del 16.5.2006, nel dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra C.A. e Z.M., ha posto a carico del primo un contributo per il mantenimento della consorte nell’importo mensile di Euro 300,00.

La decisione, impugnata con rispettivi gravami delle parti innanzi alla Corte d’appello di Trieste, ha ricevuto conferma con sentenza n. 93 depositata il 2 febbraio 2007, che ha rilevato forte disparità economica delle parti da presumersi quanto al reddito ed accertata in relazione al patrimonio. Il reddito del C., nonostante le dichiarazioni fiscali acquisite dal Tribunale ne attestassero un importo esiguo, doveva presumersi di importo maggiore, non potendo altrimenti giustificarsi il mantenimento dell’abitazione di residenza, e la disponibilità di ingenti risparmi. A conferma di tal quadro indiziario le prove orali espletate avevano accertato lo svolgimento di attività agricola e di piccolo commercio, naturalmente foriere di compenso.

Avverso questa decisione il C. ha proposto ricorso per cassazione in base a due motivi resistiti dall’intimata con controricorso.

Il P.G. ha concluso per il rigetto del ricorso.

Il collegio ha disposto farsi luogo alla motivazione semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorrente denuncia violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e dell’art. 2729 c.c.. Ascrive alla Corte distrettuale errore di diritto anzitutto nell’aver desunto l’asserita disparità economica tra le parti, accertata quanto al patrimonio e presunta in ordine al reddito, dalla ritenuta inadeguatezza probatoria delle dichiarazioni fiscali, relative agli anni 2001-2003, siccome attestanti entrate esigue, non conformi al tenore di vita accertato- mantenimento della residenza e disponibilità di consistenti risparmi, indi nell’aver esteso la presunzione tratta da siffatti dati indiziari al tenore di vita goduto dalla coppia in costanza di matrimonio.

Chiede con conclusivo quesito di diritto se la presunzione che il coniuge obbligato abbia percepito negli anni antecedenti al divorzio redditi non dichiarati sia sufficiente a presumere l’effettivo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio quando tra la separazione ed il divorzio sia intercorso lungo lasso di tempo.

Il motivo è inammissibile.

Il quesito di diritto introduce questione astratta, avulsa dal caso concreto, chiedendo affermarsi un principio di diritto che la Corte del merito, come risulta dal tenore delle considerazioni che ne sorreggono l’approdo, ha tenuto ben presente ed ineccepibilmente applicato. L’accertamento riguardante il diritto della Z. a percepire l’assegno divorzile risulta infatti condotto attraverso la verifica dell’adeguatezza dei suoi mezzi a mantenere il tenore di vita precedente, sindacando in senso comparativo la sua situazione reddituale e patrimoniale attuale con quella della famiglia all’epoca della cessazione della convivenza, e tenendo conto degli ulteriori apporti della condizione finanziaria del coniuge onerato, sebbene successivi, reputati corollario dell’attività da lui svolta durante il matrimonio (cfr. Cass. nn. 24496/2006, 20582/2010). Il C., che con l’appello si limitò a smentire la sua disponibilità di un reddito superiore a quello dichiarato, motivatamente confermata dal giudice del gravame, sollecita col quesito di diritto l’affermazione di un principio, prima d’ora neppure da lui posto in discussione, che ha correttamente orientato l’ indagine condotta in sede di merito.

Col secondo motivo il ricorrente denuncia il vizio di motivazione, riscontrabile nel fatto che il giudice d’appello avrebbe ripreso in toto le argomentazioni svolte nella precedente decisione del Tribunale, peraltro omettendo l’esame delle risultanze documentali attestanti il decremento e non già il miglioramento delle sue condizioni reddituali, in relazione alla sua disponibilità patrimoniale limitata alla proprietà di 10 ettari, di cui un ettaro è destinato a vigneto agricolo. Le dichiarazioni del figlio circa lo svolgimento di un piccolo commercio dell’uva, prodotta personalmente) e di altri beni, sono state inoltre generiche. La Corte del merito non avrebbe rilevato, seppur fosse documentalmente provato, che i suoi risparmi si erano erosi dopo la cessazione della convivenza e che il loro impinguamento negli anni 2001-2003 era dovuto ad un apporto della madre e di spettanza della stessa. Neppure avrebbe valorizzato la dimostrata comproprietà da parte della Z. dell’immobile in cui vive col figlio, e la titolarità di altri beni da cui percepisce reddito mensile di Euro 1.000,00 idoneo al mantenimento del tenore di vita coniugale.

Conclude affermando che la decisione impugnata deve essere censurata in quanto ha fondato il suo convincimento in ordine alla disparità di mezzi sull’erronea valutazione dei redditi percepiti da esso ricorrente e sull’errata valutazione della consistenza del patrimonio del coniuge.

Il motivo condivide la sorte del precedente in ragione anzitutto della sua genericità. La sintesi conclusiva non illustra con la necessaria autosufficienza i fatti controversi e decisivi in cui si anniderebbe il vizio di motivazione denunciato. Comunque il motivo nel suo complesso argomentare pretende sollecitare diversa valutazione dei fatti, ed introduce quindi una censura di merito, come tale inammissibile in questa sede di legittimità.

Tutto ciò premesso, il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidandole in Euro 1.800,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2011

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