Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17194 del 21/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 21/07/2010, (ud. 23/04/2010, dep. 21/07/2010), n.17194

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 1978/2009 proposto da:

C.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO POMA

2, presso lo studio dell’avvocato ASSENNATO GIUSEPPE SANTE, che la

rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INAIL – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI

SUL LAVORO, in persona del Dirigente con incarico di livello

generale, Direttore della Direzione Centrale Prestazioni,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144, presso lo

studio dell’avvocato LA PECCERELLA LUIGI, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FAVATA EMILIA, giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1169/2008 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA

del 5/06/08, depositata il 24/06/2008;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/04/2010 dal Consigliere Relatore Dott. LAMORGESE Antonio;

è presente il P.G. in persona del Dott. DESTRO Carlo.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 24 giugno 2008, la Corte di appello di L’Aquila ha confermato la decisione di primo grado, che aveva rigettato la domanda proposta da C.M.A. nei confronti dell’INAIL e diretta ad ottenere il riconoscimento del diritto alla rendita per malattia professionale (rachipatia).

Nel respingere l’impugnazione dell’assicurata, il giudice del gravame ha ritenuto, prestando adesione alle conclusioni della consulenza tecnica di ufficio espletata in primo grado, che la malattia denunciata non era di origine lavorativa, considerate l’estensione e la gravità dei fenomeni degenerativi riscontrati, i quali, come sottolineato dall’ausiliare, non riguardavano solo il rachide: su di essi l’attività lavorativa non aveva avuto alcuna incidenza, in quanto si sarebbero verificati indipendentemente dal tipo di lavoro svolto.

La cassazione della sentenza è ora domandata dalla C. con ricorso basato su un motivo.

L’Istituto intimato ha resistito con controricorso.

Ravvisati i presupposti per la decisione del ricorso in camera di consiglio, è stata redatta la relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., poi notificata alle parti e comunicata al Procuratore Generale.

Alla relazione la ricorrente ha replicato con memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’unico motivo lamenta la mancata rinnovazione della consulenza tecnica di ufficio espletata nel corso del giudizio di primo grado, l’omessa considerazione delle critiche mosse dal consulente di parte alle conclusioni dell’ausiliare, il negato approfondimento istruttorio che invece avrebbe consentito alla Corte territoriale di rendersi conto dell’evidente erroneità della consulenza d’ufficio, l’insufficiente valutazione della prova testimoniale da cui invece emergeva l’esposizione a rischio della assicurata; addebita inoltre al giudice del merito di non avere applicato nè la presunzione di eziologia professionale, trattandosi di malattia e lavorazione tabellata, nè con riferimento al rapporto causale la regola contenuta dell’art. 41 c.p..

Il motivo si conclude con il seguente quesito: “Dica la S.C. se in presenza di deduzioni di infermità tabellata in relazione all’attività lavorativa dedotta, il giudice debba accertare l’attività lavorativa effettuata e l’infermità per decidere la controversia sulla base dei diversi regimi dell’onere della prova per le infermità tabellate e non tabellate”.

Il ricorso è inammissibile.

Nella relazione ex art. 380 bis c.p.c., si è osservato come la ricorrente, con riferimento al denunciato vizio di motivazione, non ha adempiuto alla prescrizione dettata dall’art. 366 bis c.p.c., secondo cui, in tal caso, l’illustrazione del motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, e si è rimarcato come detta indicazione sia nella specie tanto più necessaria in considerazione dell’articolazione della censura sotto profili diversi.

Queste considerazioni, che sono condivise dal Collegio, non possono ritenersi inficiate dalle deduzioni svolte in memoria dall’assicurata, perchè costei si è, in sostanza, limitata a riportare quanto argomentato nel ricorso, ed in particolare a richiamare l’attività lavorativa di coltivatrice diretta svolta, come delineata nelle deposizioni dei testi escussi, a contrapporre il parere del proprio consulente di parte a quello del consulente tecnico di ufficio e a sostenere l’esigenza della rinnovazione dell’indagine, senza specificare in quale parte del ricorso sia contenuta la chiara indicazione del fatto controverso con la successiva sintesi dei rilievi attraverso la quale poter cogliere la fondatezza della censura (Cass. sez. unite 18 giugno 2008 n. 16528), indicazioni in cui si devono concretare gli adempimenti richiesti dall’art. 366 bis c.p.c., allorchè con il ricorso per cassazione sia denunciato un vizio di motivazione. E si deve qui ribadire che le dette indicazioni non possono essere desunte dalla formulazione del motivo di ricorso, secondo quanto più volte evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte (v. fra le tante, Cass. 7 novembre 2007 n. 23153, Cass. 25 febbraio 2009 n. 4556).

Anche con riguardo alla denunciata violazione di legge, vanno confermate le osservazioni contenute nella relazione circa la genericità e la mancanza di riferimenti alla fattispecie concreta del quesito proposto: la sua formulazione, infatti, non pone il giudice di legittimità in condizione di comprendere, in base alla sola sua lettura, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e di rispondere al quesito medesimo enunciando una regala iuris, così come richiede la giurisprudenza di questa Corte (v. fra le più recenti Sezioni Unite 27 marzo 2009 n. 7433). E tanto, a parte la incongruità delle ragioni addotte circa l’errore di diritto addebitato al giudice del merito, per non avere applicato la presunzione dell’eziologia lavorativa per la malattia allegata, derivante, ad avviso della ricorrente, da lavorazione tabellata. Il richiamo alla tabella 4 voce 42 quale sostituita dal D.P.R. 9 giugno 1975, n. 482, che è riferita alle malattie professionali dell’industria, concerne tutt’altra ipotesi, vale a dire le “malattie osteoarticolari e angioneurotiche, causate da vibrazioni meccaniche prodotte da strumenti di lavoro e loro conseguenze dirette” derivanti da “lavori nei quali si impiegano utensili ad aria compressa o ad asse flessibile” macchine ribattitrici, macchine riga suole e riga tacchi, motoseghe portatili”, quindi assolutamente diversa dalla lavorazione espletata dall’assicurata, cioè attività lavorativa in agricoltura con impiego di trattore.

Per le suesposte considerazioni va dichiarata l’inammissibilità del ricorso.

In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, vanno poste a carico della ricorrente, non sussistendo prova delle condizioni richieste per l’esenzione dal relativo onere, dall’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo come modificato dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 11, convertito nella L. 24 novembre 2003, n. 326 e qui da applicare, essendo stato il giudizio di primo grado instaurato con ricorso notificato il 10 luglio 2006, secondo l’asserzione della medesima ricorrente, successivamente cioè all’entrata in vigore della suddetta modifica.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore dell’INAIL, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 30,00 (trenta/00) per esborsi e in Euro 1.500,00 per onorari.

Così deciso in Roma, il 23 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2010

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