Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17174 del 14/08/2020

Cassazione civile sez. I, 14/08/2020, (ud. 14/07/2020, dep. 14/08/2020), n.17174

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5375/2016 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliata in Roma, Via Monte Santo n.

25, presso lo studio dell’avvocato Granito Danilo, rappresentata e

difesa dall’avvocato Bertuzzi Pietro, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

S.S., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Morelli Monica, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1805/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2020 dal Cons. Dott. VALITUTTI ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 4460/2009, il Tribunale di Bologna rigettava la domanda proposta da F.M. nei confronti di S.S., diretta ad ottenere la quota dovutale a seguito dello scioglimento della comunione legale ex art. 191 c.c., comma 1, conseguente alla separazione giudiziale dei coniugi, e comunque il risarcimento dei danni subiti per effetto dell’inadempimento del coniuge.

2. La Corte d’appello di Bologna, con sentenza n. 1805/2015, notificata il 21 dicembre 2015, rigettava l’appello proposto dalla F., mentre accoglieva l’appello incidentale proposto dal S., avente ad oggetto la quantificazione delle spese di primo grado. La Corte territoriale escludeva, in via pregiudiziale, la sussistenza del denunciato conflitto di interessi tra la F. ed il proprio difensore Giancarlo Oliverio, e riteneva infondata, nel merito, la richiesta di attribuzione di somme derivanti dallo scioglimento della comunione legale tra i coniugi.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha, quindi, proposto ricorso F.M. nei confronti di S.S., affidato a sei motivi. Il resistente ha replicato con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione degli artt. 2629 bis e 1395 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

1.1. Lamenta la ricorrente che la Corte d’appello non abbia accolto l’eccezione della istante in ordine alla nullità degli atti del giudizio di primo grado, per essere stato il S. difeso dall’avvocato Oliverio il quale – nella sua qualità di difensore dell’odierno resistente fin dal 1993 – avrebbe posto in essere, in collusione con il suo cliente, atti depauperativi del patrimonio di quest’ultimo in danno della F..

1.2. Il motivo è inammissibile per un duplice ordine di ragioni.

1.2.1. In primo luogo, va rilevato, infatti, che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dev’essere dedotto, a pena d’inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con l’indicazione delle norme che si assumono violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, senza limitarsi a giustapporre alle argomentazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, quelle sostenute dal ricorrente. Diversamente verrebbe ad essere impedito alla corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione (Cass., 29/11/2016, n. 24298).

Nel caso concreto, la ricorrente si è limitata a dedurre i fatti dai quali scaturirebbe – a suo avviso – il denunciato conflitto di interessi, senza esporre argomentazione alcuna idonea a comprovare il contrasto tra l’impugnata sentenza e le norme succitate, o con l’interpretazione fornitane dalla giurisprudenza di legittimità.

1.2.2. La censura non coglie, inoltre, la duplice ratio decidendi su cui si fonda la decisione di appello, ed è perciò, anche sotto tale profilo, inammissibile (Cass., 10/08/2017, n. 19989). La Corte territoriale ha, invero., rilevato, in fatto, che gli atti depauperativi del patrimonio del S. erano stati posti in essere dall’avvocato Oliverio nel precipuo interesse di quest’ultimo a rendersi impossidente, al fine di evitare di adempiere le sue obbligazioni nei confronti della F.. Di talchè il denunciato conflitto di interessi con il cliente non poteva ritenersi sussistente. In diritto, il giudice di appello ha osservato – sulla scorta di un arresto di questa Corte di legittimità (Cass., 24/02/1995, n. 2134) – che l’eventuale incompatibilità del patrocinio non interferisce sulla costituzione del rapporto processuale, ma incide esclusivamente sull’efficienza della difesa di coloro che sono chiamati a contraddire, i quali sono, pertanto, i soli legittimati a denunziare il vizio procedimentale che da tale incompatibilità sia derivato.

1.3. Su tali rationes decidendi il motivo in esame non spende neppure una parola, per cui la doglianza – poichè inammissibile non può trovare accoglimento.

2. Con il secondo motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. b) e lett. c) e art. 191 c.c., nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

2.1. Si duole la istante del fatto che la Corte territoriale non le abbia riconosciuto la quota, pari ad Euro 150.000,00, del ricavato della vendita dell’immobile situato in (OMISSIS), effettuata dal marito nel (OMISSIS) (anno del matrimonio), sebbene la medesima avesse contribuito al pagamento del mutuo con la propria attività lavorativa – come risulterebbe dai documenti nn. 14 e 15, allegati al fascicolo di primo grado – e comunque con denaro facente parte della comunione.

2.2. Il mezzo è infondato.

2.2.1. I beni da ciascuno dei coniugi acquisiti durante il matrimonio ed anteriormente alla data di entrata in vigore di detta legge (20 settembre 1975) non entrano, invero, nella comunione legale, salvo che i coniugi – circostanza neppure adombrata nel caso di specie – li assoggettino, in tutto o in parte, a tale regime, ai sensi della L. n. 151 del 1975, art. 228, comma 2 (Cass., 18/05/1994, n. 4887). Per il che è evidente che tali beni, intestati ad uno solo dei coniugi, restano di sua esclusiva proprietà, non essendo sufficiente la sola contribuzione al pagamento delle rate del mutuo, destinato all’acquisto del bene, a farne acquisire la proprietà pro-quota in capo all’altro coniuge. In base al rigoroso principio fissato nell’art. 1350 c.c., invero, l’acquisto e la costituzione dei diritti reali immobiliari sono condizionati ai termini oggettivi e soggettivi dell’atto scritto, e correlativamente, sono prive di rilevanza la provenienza e l’appartenenza del danaro impiegato nell’affare (Cass., 13/05/1969, n. 1628).

Nè a diversa conclusione può pervenirsi per quanto concerne il denaro derivante dalla alienazione di detti beni. Ed invero, il denaro ottenuto a titolo di prezzo per l’alienazione di un bene personale rimane nell’esclusiva disponibilità del coniuge alienante anche quando esso venga dal medesimo accantonato sotto forma di deposito bancario sul proprio conto corrente, giacchè il diritto di credito relativo al capitale non può considerarsi modificazione del capitale stesso. Nè è, d’altro canto, configurabile come un acquisto nel senso indicato dall’art. 177 c.c., comma 1, lett. a), cioè come un’operazione finalizzata a determinare un mutamento effettivo nell’assetto patrimoniale del depositante (Cass., 20/01/2006, n. 1197).

2.2.2. Nel caso di specie, la Corte d’appello ha accertato che l’immobile in Bologna è stato acquistato dal solo S. in epoca precedente l’entrata in vigore della L. n. 151 del 1975, che ha introdotto nell’ordinamento il regime giuridico della comunione legale, che il deposito bancario sul quale è confluito il denaro proveniente dalla vendita del cespite suindicato era intestato al solo S., e che dai documenti nn. 14 e 15 – che pertanto, contrariamente all’assunto della ricorrente, sono stati esaminati dal giudice di secondo grado – risulta che intestatario del mutuo finalizzato all’acquisto dell’immobile era il solo S..

2.3. Per tali ragioni, la censura non può, pertanto, trovare accoglimento.

3. Con il terzo motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. b) e lett. c) e art. 191 c.c., nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

3.1. Assume la istante che il giudice di secondo grado avrebbe erroneamente disatteso la domanda di restituzione di altri cespiti patrimoniali e, segnatamente, l’importo di Euro 19.448,80, rappresentante la metà della somma assegnatale in sede di esecuzione, in forza di sentenza del Tribunale di Ravenna. Il denaro pignorato sul conto formalmente intestato al solo S. farebbe, in realtà, parte della comunione legale, per il che – essendo metà della somma assegnatale in sede di pignoramento già sua – il S. sarebbe tenuto a restituirgliela. Avrebbe, pertanto, errato la Corte d’appello “nell’affermare che c’è già un titolo esecutivo e che soltanto dopo un’altra esecuzione eventualmente incapiente la F. avrebbe diritto alla domanda proposta conseguente la comunione legale”.

Inoltre, la Corte territoriale avrebbe erroneamente denegato alla F. l’importo di Euro 4.079,93, pari alla metà della somma assegnatale, a seguito di un altro pignoramento per mancato pagamento degli alimenti da parte del marito, giacchè anche in tal caso si tratterebbe di somme appartenenti alla comunione legale.

3.2. Il motivo è inammissibile per un duplice ordine di ragioni.

3.2.1. La deducente non coglie, infatti, la ratio decidendi dell’impugnata sentenza, che, in relazione alla somma di Euro 19.448,60, non dice affatto che solo dopo una seconda esecuzione, in ipotesi incapiente, la F. avrebbe diritto a proporre la domanda conseguente alla restituzione delle somme appartenenti alla comunione. La Corte di merito si è, invero, limitata a rilevare che l’odierna ricorrente è in possesso di altro titolo esecutivo mediante il quale ben può proporre un’altra esecuzione, al fine di rimediare all’incompleto soddisfacimento conseguito all’esito della prima, e che – qualora le sia opposto il contrario, ossia l’integrale soddisfacimento del credito – può sempre far valere, in quella sede, la tesi concernente la comunione delle somme proposta nel presente giudizio. Del pari, in relazione all’importo di Euro 4.079,93, la istante si limita all’apodittica asserzione di averne diritto, senza in alcun modo confrontarsi con il dictum dell’impugnata sentenza.

3.2.2. Sotto altro profilo, il motivo difetta, altresì, di autosufficienza (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, non avendo la F. fornito elemento alcuno idoneo a consentire alla Corte di delibare, sulla base del solo ricorso, il fondamento della questione relativa all’appartenenza delle somme, sottoposte a pignoramento, alla comunione legale.

3.3. Per tali ragioni, la doglianza – poichè inammissibile – deve essere disattesa.

4. Con il quarto motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. b) e lett. c) e art. 191 c.c., nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

4.1. La ricorrente lamenta che la Corte territoriale non abbia accolto la domanda di restituzione della quota parte del trattamento di fine rapporto, percepito dal S., nonchè della quota parte del rimborso della polizza vita accesa dal medesimo quale agente dell’INA Assicurazioni, sebbene si trattasse di somme rientranti nella comunione legale.

4.2. La censura è inammissibile.

4.2.1. Sostiene la istante che non sarebbe corretto quanto affermato dalla Corte di merito circa il fatto che il TFR sarebbe stato incassato dal S. in data 20 ottobre 1998, quando la comunione legale si era già sciolta, mentre la sentenza definitiva di separazione sarebbe del (OMISSIS), quindi successiva alla maturazione del credito. Del pari, in quanto rientrante nella comunione legale, avrebbe dovuto essere riconosciuta alla F. la quota di sua spettanza sul rimborso della predetta polizza assicurativa.

4.2.2. E tuttavia, il mezzo non coglie affatto la ratio decidendi dell’impugnata sentenza per cui è inammissibile (Cass. 19989/2017). Per quanto concerne il trattamento di fine rapporto, la Corte d’appello ha, per vero, contestato all’odierna ricorrente di essersi limitata a richiamare la norma sulla quale la medesima fondava la sua pretesa (L. n. 898 del 1970, art. 12 bis), senza tenere conto che la polizza era stata incassata dal S. nel 1998, mentre il giudizio di divorzio – nel quale la quota di TFR poteva essere richiesta – era iniziato solo nel 2001, e che la pretesa della F. si poneva in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte. Tale giurisprudenza ha, difatti, affermato il principio secondo cui il diritto alla quota sorge soltanto se il trattamento spettante all’altro coniuge sia maturato successivamente alla proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio, e quindi anche prima della sentenza di divorzio, e non anche se esso sia maturato e sia stato percepito in data anteriore, come in pendenza del giudizio di separazione (Cass., 29/09/2005, n. 19046).

Per il che, essendo, nella specie, il diritto al TFR maturato prima della domanda di divorzio, non spetta alcuna quota alla F. in relazione a tale emolumento. Ebbene su tali argomentazioni della Corte d’appello la ricorrente non spende neppure una parola.

4.2.3. Quanto alla polizza assicurativa – in relazione alla quale la ricorrente si limita a dedurre che apparterrebbe alla “comunione de residuo” – la Corte territoriale ha osservato che la F. si è limitata ad invocare la norma dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. c), senza in alcun modo spiegare perchè la comunione legale tenuto conto che la sentenza di separazione era passata in giudicato nel 1996, salvo che per il godimento della casa coniugale, unico oggetto del giudizio di appello – non si sarebbe sciolta a quella data. Con la conseguenza che l’incasso della polizza, da parte del S., era avvenuto a comunione legale già sciolta.

Anche su questo punto, la censura, non cogliendo in alcun modo la ratio decidendi della sentenza di appello, è inammissibile.

5. Con il quinto motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione degli artt. 2043 e 2059, nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

5.1. Si duole la ricorrente del fatto che la Corte d’appello non abbia inteso accogliere neppure la domanda subordinata di risarcimento del danno subito dalla medesima, per effetto dell’inadempimento del S. all’obbligo di liquidare in suo favore i proventi della comunione.

5.2. Il mezzo è inammissibile.

5.2.1. La censura non coglie, anche sotto tale profilo, la ratio decidendi della decisione di appello, laddove la Corte afferma che – a fronte dell’affermazione del Tribunale circa la mancanza di prova del danno – la F. si è limitata a ribadire la lesione del suo diritto a vedersi corrisposta la sua quota derivante dallo scioglimento della comunione, diritto, peraltro, escluso dai due gradi del giudizio di merito.

5.2.2. Nel motivo di ricorso in esame, per contro, la istante men che interloquire, per contestarla, su tale affermazione della Corte territoriale – si è limitata a dedurre, peraltro del tutto apoditticamente, la mancanza di motivazione dell’impugnata sentenza, nonchè a ribadire la questione della collusione ai suoi danni del marito e del suo legale, diretta a privarla di un diritto che, per contro, è stato escluso anche in questa sede.

5.3. La doglianza è, di conseguenza, inammissibile.

6. Con il sesto motivo di ricorso, F.M. denuncia la violazione degli artt. 2697 c.c., 175, 116, 104 e 232 c.p.c., nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

6.1. Deduce la ricorrente che la Corte d’appello avrebbe, senza motivazione alcuna, denegato l’ammissione dell’interrogatorio formale e della prova per testi articolati dalla F., che risulterebbero, per contro, “de plano necessarie e rilevanti”.

6.2. La censura è inammissibile.

6.2.1. Il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso, ha – per vero – l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass., 10/08/2017, n. 19985; Cass., 30/07/2010, n. 17915).

6.2.2. Nel caso di specie, la istante si è, per converso, limitata a lamentare laconicamente la mancata ammissione, senza riprodurre i capitoli di prova e senza neppure indicarne sommariamente il contenuto, ai fine di consentire alla Corte di delibarne la decisività.

6.3. Il mezzo, poichè inammissibile, non può essere accolto.

7. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna della ricorrente alle spese del presente giudizio.

PQM

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente, in favore del controricorrente, alle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, che in caso di diffusione della presente sentenza/ordinanza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 agosto 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA