Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17165 del 14/08/2020

Cassazione civile sez. lav., 14/08/2020, (ud. 26/02/2020, dep. 14/08/2020), n.17165

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8459/2015 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato GIANLUIGI MALANDRINO, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente – principale –

contro

ARCA ASSICURAZIONI S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ELEONORA DUSE 5,

presso lo studio dell’avvocato ROBERTO TESEO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ALDO BISSI;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

e contro

P.A.;

– ricorrente principale – controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 672/2014 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 09/01/2015 R.G.N. 911/2013.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con sentenza resa pubblica in data 9/1/2015 e notificata il 23/2/2015 la Corte d’Appello di Potenza rigettava l’appello proposto da P.A. nei confronti della Arca Assicurazioni s.p.a. avverso la sentenza del giudice di prima istanza che aveva disatteso la domanda di risarcimento del danno proposta dalla agente, per effetto di una serie di violazioni dell’accordo di liberalizzazione che si assume posta in essere da parte della preponente.

Nel proprio incedere argomentativo la Corte distrettuale osservava che i caratteri salienti dell’accordo di liberalizzazione erano da individuare nella regolazione degli interessi delle parti di un contratto di agenzia al momento della risoluzione, consentendo il trasferimento del portafoglio dell’agente presso la nuova compagnia mandataria, entro un lasso temporale necessario a far pervenire a naturale scadenza i contratti in essere con la vecchia compagnia ed a rinnovarli con la nuova.

Pur concordando con la prospettazione attorea in ordine alla effettiva violazione del patto da parte della preponente – la quale aveva proceduto alla disdetta di tutte le polizze oggetto di portafoglio ante tempus – il giudice del gravame osservava che la ricorrente non aveva dimostrato la produzione di un danno patrimoniale conseguente al ricordato inadempimento P.A. domanda la cassazione di tale decisione, sulla base di tre motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis c.p.c..

Resiste con controricorso la s.p.a. Arca Assicurazioni, che dispiega ricorso incidentale al quale P.A. oppone difese con controricorso ex art. 371 c.p.c., comma 4.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia violazione degli artt. 112 e 420 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole che la Corte di merito abbia disatteso la domanda risarcitoria per carenza di prova del danno da lucro cessante subito, omettendo di valutare le istanze istruttorie disattese dal giudice di prima istanza ed espressamente riproposte in appello.

Si deduce che le prove articolate miravano a dimostrare che il danno derivante dalla mancata liberalizzazione del portafoglio era da rapportare al portafoglio non liberalizzato, in termini di premi annui incassati e di provvigioni annuali che quel portafoglio procurava, documentati per l’anno 2010 da un atto di provenienza della società.

2. Al di là di ogni considerazione in ordine alla non appropriata tecnica redazionale adottata in relazione ad una doglianza con la quale si intende stigmatizzare un error in procedendo ex art. 112 c.p.c., senza indicare le conseguenze che l’errore sulla legge processuale avrebbe arrecato in termini di nullità della pronuncia (vedi Cass. S.U. 24/7/2013 n. 17931, Cass. 9/7/2014 n. 15676, Cass. 29/11/2016 n. 24247) ed ai profili di inammissibilità che la connotano, la censura deve essere disattesa.

Secondo i consolidati dicta di questa Corte, ai quali va data continuità, la censura contenuta nel ricorso per cassazione relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale è inammissibile qualora con essa il ricorrente si dolga della valutazione rimessa al giudice del merito, quale è quella di non pertinenza della denunciata mancata ammissione della prova orale rispetto ai fondamenti della decisione, senza allegare le ragioni che avrebbero dovuto indurre ad ammettere tale prova, nè adempiere agli oneri di allegazione necessari a individuare la decisività del mezzo istruttorio richiesto e la tempestività e ritualità della relativa istanza di ammissione (in termini, vedi Cass. 4/4/2018 n. 8204).

Il mancato esercizio, da parte del giudice di appello, del potere discrezionale di invitare le parti a produrre la documentazione mancante o di ammettere una prova testimoniale non può essere sindacato in sede di legittimità, al pari di tutti i provvedimenti istruttori assunti dal giudice ai sensi dell’art. 356 c.p.c., salvo che le ragioni di tale mancato esercizio siano giustificate in modo palesemente incongruo o contraddittorio (vedi Cass. 8/2/2012 n. 1754).

Nello specifico deve considerarsi che non ricorre alcuna delle condizioni che avrebbero consentito un positivo scrutinio della questione oggetto di censura, giacchè la Corte di merito, con approfondite argomentazioni, ha dato conto del proprio convincimento deducendo che non erano state articolate prove testimoniali idonee a dimostrare “anche mediante un campione significativo, che un certo numero di clienti, ricevuta anzitempo la disdetta della compagnia, non siano stati tempestivamente contattati dall’agente ed abbiano pertanto stipulato i loro contratti assicurativi con altre compagnie assicuratrici” non essendo “validamente utilizzabili al riguardo, le dichiarazioni scritte di cinque clienti prodotte in atti dall’agente”.

La Corte di merito ha dunque vagliato le istanze istruttorie formulate dalla ricorrente con argomentazioni del tutto persuasive, correttamente osservando che la domanda risarcitoria formulata era fondata su di un calcolo meccanicistico, in base al quale si intendeva sostenere che, per effetto della illegittima disdetta, tutte le polizze facenti parte del portafoglio fossero state definitivamente perdute; calcolo questo, ritenuto non ragionevole nè accettabile.

Detta statuizione non risulta scalfita dalle critiche formulate da parte ricorrente principale – la quale non ha addotto argomentazioni idonee a sostenere la decisività dello strumento istruttorio approntato – e va pertanto respinta.

3. Con il secondo motivo è denunciata violazione degli artt. 1218 e 1223 c.c., nonchè dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La ricorrente principale critica la statuizione con la quale la Corte di merito ha rigettato la pretesa azionata in giudizio, osservando che, una volta provato l’inadempimento dell’accordo di liberalizzazione da parte della compagnia assicurativa, l’onere probatorio gravante a carico dell’agente doveva ritenersi limitato al danno patrimoniale subito a seguito della violazione degli obblighi contrattuali. Si puntualizza come al riguardo fosse stato specificamente dedotto che, una volta disdettate tutte le polizze, i clienti avevano deciso di non proseguire alcun rapporto: al di là di tali fatti, documentati dalle lettere dei clienti, e non contestati da parte preponente, non si poteva fornire ulteriore prova negativa circa la soluzione di continuità nei rapporti contrattuali intercorsi con detta clientela.

4. Il terzo motivo prospetta violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si ribadisce che l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte distrettuale sarebbe consistito “nel ritenere che la parte gravata dell’onere probatorio non avesse assolto l’onere stesso”, benchè la prova del valore del portafoglio, e delle relative provvigioni spettanti, fosse stata fornita in giudizio.

5. I detti motivi, che possono congiuntamente trattarsi siccome connessi, presentano profili di inammissibilità.

In tema di ricorso per cassazione, è bene rammentare che la deduzione del vizio di violazione di legge consistente nella erronea riconduzione del fatto materiale nella fattispecie legale deputata a dettarne la disciplina (cd. vizio di sussunzione) postula che l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso, sicchè è estranea alla denuncia del vizio di sussunzione ogni critica che investa la ricostruzione del fatto materiale, esclusivamente riservata al potere del giudice di merito (vedi Cass. 13/3/2018 n. 6035).

Il processo di sussunzione nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata (ipotesi non ricorrente nella fattispecie); al contrario, il sindacato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione (Cass. sez. un. 7/4/2014 n. 8053), coinvolge un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti (ipotesi ricorrente nel caso in esame). Ne consegue che mentre la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione ineriscono ad un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, vizio limitato al generale controllo motivazionale (quanto alle sentenze impugnate depositate prima dell’11.9.12) e successivamente all’omesso esame di un fatto storico decisivo, in base al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Deve allora rimarcarsi che “…Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. sez. un. 22/9/2014 n. 19881).

Orbene, i detti motivi di ricorso non rispettano il dettato di cui al novellato n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente esaminate dalla Corte di merito nei sensi innanzi descritti, e vanno, per tali ragioni, disattesi.

6. Con unico motivo di ricorso incidentale la società denuncia violazione degli artt. 1362-1364 c.c., nonchè dell’art. 115 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Viene censurata la statuizione con la quale i giudici del gravame hanno ritenuto che la preponente non avesse rispettato il contenuto dell’accordo di liberalizzazione, disdettando tutti i contratti facenti parte del portafoglio della agente dopo soli tre mesi dalla conclusione dell’accordo medesimo, deducendosi che detta interpretazione avrebbe violato i canoni ermeneutici che presiedono alla esegesi del contratto.

7. Il motivo è inammissibile.

Secondo l’univoco indirizzo espresso da questa Corte, che si ribadisce in questa sede, il ricorso incidentale per cassazione, anche se qualificato come condizionato, presuppone la soccombenza e non può, quindi, essere proposto dalla parte che sia risultata completamente vittoriosa nel giudizio di appello; quest’ultima, del resto, non ha l’onere di riproporre le domande e le eccezioni non accolte o non esaminate dal giudice d’appello -, in mancanza di una norma analoga a quella di cui all’art. 346 c.p.c. – poichè l’eventuale accoglimento del ricorso principale comporta la possibilità che dette domande o eccezioni vengano riesaminate in sede di giudizio di rinvio (Cass. 5/1/2017 n. 134, Cass. 25/05/2010 n. 12728, Cass. 10/12/2009 n. 25821).

Ed è proprio la situazione verificatasi nella fattispecie, in cui, nonostante fosse stata vittoriosa nel giudizio di appello, per la integrale reiezione del ricorso principale, la società ha interposto ricorso incidentale ex art. 371 c.p.c., comma 1.

8. In definitiva, al lume delle superiori argomentazioni, respinto il ricorso principale, va dichiarata l’inammissibilità di quello incidentale.

La situazione di reciproca soccombenza induce alla compensazione fra le parti, delle spese inerenti al presente giudizio di legittimità.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale ed il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Compensa fra le parti le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale ed il ricorso incidentale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 26 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 agosto 2020

 

 

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