Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17162 del 10/08/2011

Cassazione civile sez. lav., 10/08/2011, (ud. 23/06/2011, dep. 10/08/2011), n.17162

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – rel. Consigliere –

Dott. FILABOZZI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.B.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

CRESCENZIO 20, presso lo studio dell’avvocato TRALICCI GINA, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE;

– intimato –

e sul ricorso 3 0444-2007 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati PATTERI

ANTONELLA, VALENTE NICOLA, RICCIO ALESSANDRO, giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

P.B.I.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4114/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 13/10/2006 R.G.N. 10281/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/06/2011 dal Consigliere Dott. GIANFRANCO BANDINI;

udito l’Avvocato CALIULO LUIGI per delega RICCIO ALESSANDRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, assorbito l’incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 16.5 – 13.10.2006 la Corte d’Appello di Roma rigettò l’impugnazione svolta da P.I.B. nei confronti dell’Inps avverso la pronuncia di prime cure che aveva respinto la domanda da lei proposta tesa al riconoscimento quale contribuzione italiana, figurativa o effettiva, di quella relativa al periodo di lavoro prestato dal coniuge B.I. presso le miniere d'(OMISSIS) in regime di militarizzazione (dal 10.10.1940 al 9.9.1943) e per l’effetto all’accertamento del diritto del suo dante causa alla pensione di vecchiaia Inps in regime di convenzione italo – jugoslava e, conseguentemente, del suo diritto alla pensione di reversibilità in favore dei superstiti, con condanna dell’inps al pagamento della prestazione, con arretrati a decorrere dalla presentazione della domanda amministrativa (2.9.1999) e con interessi e rivalutazione e spese.

A sostegno del decisimi la Corte territoriale, per ciò che ancora in questa sede specificamente rileva, osservò quanto segue: – con note successive al deposito dell’appello erano state prodotte due sentenze, dalle quali si sarebbe dovuto evincere che, al dante causa della P., era stata riconosciuta dall’Inps la pensione di vecchiaia in regime internazionale a decorrere dal 1 maggio 1982 e che l’Inps era stato condannato al pagamento, in favore degli eredi, tra i quali l’appellante, dei ratei maturati della prestazione maggiorati di interessi legali;

– tale produzione era inammissibile perchè tardiva; infatti, benchè il giudicato esterno possa essere rilevato d’ufficio anche in sede di legittimità, è tuttavia necessario che la relativa documentazione sia acquisita ritualmente nel corso del giudizio di merito e, nel rito del lavoro, l’omessa indicazione, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi della vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione, cosicchè la irreversibilità della estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello;

– tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento (ispirato alla esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, teso a garantire una tutela differenziata in ragione della natura dei diritti che nel giudizio devono trovare riconoscimento) nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova, ai sensi dell’art. 437 c.p.c., comma 2, ove essi siano indispensabili ai fini della decisione della causa; tali poteri, peraltro, sono da esercitare pur sempre con riferimento a fatti allegati dalle parti ed emersi nel processo a seguito del contraddittorio delle parti stesse, mentre, nel caso in esame, la sentenza che avrebbe accertato il diritto del dante causa dell’odierna appellante è del 1996 ed è passata in giudicato nel 1997, ben prima della introduzione del giudizio di primo grado; ben avrebbe potuto quindi la P., già in quella sede, produrla o, quanto meno, allegare il fatto materiale con essa accertato; per contro tale allegazione ed il deposito del documento, erano avvenuti addirittura successivamente all’introduzione del giudizio di appello, con note mai autorizzate dalla Corte; in tale situazione di fatto era pertanto inammissibile l’acquisizione del documento anche nell’esercizio dei poteri officiosi, non essendo mai stato ritualmente allegato nel contraddittorio delle parti la circostanza di fatto che ne avrebbe costituito il fondamento.

Avverso la suddetta decisione della Corte territoriale, P.I. B. ha proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi.

L’Inps ha resistito con controricorso, svolgendo ricorso incidentale condizionato fondato su un motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, siccome proposti avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).

2. Con il primo motivo la ricorrente principale denuncia violazione dell’art. 324 c.p.c., nonchè vizio di motivazione e motivazione apparente, lamentando che la Corte territoriale non abbia tenuto conto del giudicato formatosi sul diritto del suo dante causa alla pensione di vecchiaia e invocando il principio della rilevabilità del giudicato esterno anche in sede di legittimità.

Con il secondo motivo la ricorrente principale denuncia violazione degli artt. 324 e 132 c.p.c., deducendo, sempre in relazione all’intervenuta produzione delle sentenze relative alla pensione del suo dante causa e alla relativa quantificazione dei ratei maturati e non riscossi, il carattere apparente della motivazione, avendo la Corte territoriale rigettato il gravame “attaccando la parte motiva a stampa che il collegio presieduto dal dott. Z.G. è solito usare per i procedimenti aventi questo oggetto”.

3. La seconda doglianza, logicamente prioritaria, è manifestamente infondata, posto che la motivazione addotta, nei termini diffusamente indicati nello storico di lite, risulta perfettamente aderente alle indicate risultanze processuali del caso concreto, sicchè la motivazione stessa è idonea ad esplicitare e sostenere le ragioni del decidere, essendo evidentemente irrilevante che le considerazioni in diritto siano state svolte negli stessi termini eventualmente utilizzati in casi analoghi.

4. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, ne giudizio di cassazione l’esistenza del giudicato esterno è, al pari di quella del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata; ciò non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che avrebbero potuto essere prodotti nel giudizio di merito, non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato; pertanto la produzione di tali documenti può aver luogo unitamente al ricorso per cassazione, se si tratta di giudicato formatosi in pendenza del termine per l’impugnazione, ovvero, nel caso di formazione successiva alla notifica del ricorso, fino all’udienza di discussione prima dell’inizio della relazione (cfr, ex plurimis, Cass., SU, n. 13916/2006; Cass., n. 26041/2010).

Viceversa, nel caso di specie, come accertato in fatto dalla Corte territoriale, la sentenza che avrebbe riconosciuto il diritto alla pensione del dante causa dell’odierna ricorrente principale era passata in giudicato anteriormente all’introduzione del giudizio di primo grado, cosicchè la relativa allegazione e produzione documentale avrebbe dovuto rispettare le prescrizioni dettate dall’art. 414 c.p.c..

Nè la ricorrente principale ha specificamente censurato le ragioni, ricordate nello storico di lite, in forza delle quali la Corte territoriale ha ritenuto di non poter fare ricorso, al riguardo, ai poteri officiosi ex art. 437 c.p.c.; al riguardo va infatti tenuto conto che, secondo la condivisa giurisprudenza di questa Corte, il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo (cfr, ex plurimis, Cass., n. 359/2005; 2540/2007; 18209/2007).

Il primo motivo del ricorso principale non può dunque trovare accoglimento, posto che, come esposto nello storico di lite, la sentenza impugnata non ha affatto negato la rilevabilità, anche officiosa, del giudicato esterno, ma, piuttosto, ha escluso l’acquisibilità al giudizio, nel caso di specie, della relativa produzione documentale.

5. In definitiva il ricorso principale va rigettato, con conseguente assorbimento di quello incidentale condizionato (fondato sull’asserita violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato).

Ricorrono le condizioni di esonero della parte soccombente dalle spese processuali, stante la dichiarazione reddituale contenuta nelle conclusioni del ricorso.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il principale e dichiara assorbito l’incidentale; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2011

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