Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17126 del 09/08/2011

Cassazione civile sez. II, 09/08/2011, (ud. 14/04/2011, dep. 09/08/2011), n.17126

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.E., rappresentata e difesa, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avvocato GIRONDINI Roberto, elettivamente

domiciliata in Roma, viale Giulio Cesare n. 71, presso lo studio

dell’Avvocato Maurizio Canfora;

– ricorrente –

contro

C.I., V.S., elettivamente domiciliati in

Roma, Largo C. Goldoni n. 47, presso lo studio dell’Avvocato PUCCI

Fabio, dal quale sono rappresentati e difesi, unitamente all’Avvocato

Claudio Marianelli, per procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova n. 171 del 2005,

depositata il 17 febbraio 2005.

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 14

aprile 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito l’Avvocato Fabio Pucci;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha chiesto l’accoglimento

del ricorso incidentale, con assorbimento del ricorso principale, e

in subordine la inammissibilità o il rigetto del ricorso principale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ai sensi degli artt. 1171 e 1172 cod. civ., C. I. e C.F. convenivano, dinnanzi al Pretore di La Spezia, C.E. e, premesso di essere proprietarie di un fabbricato in (OMISSIS), confinante per un lato e un muro parzialmente comune con altro edificio di proprietà di C.E., deducevano che quest’ultima, senza la loro autorizzazione, aveva iniziato la costruzione di una passerella per collegare un proprio terrazzino con l’antistante bastione di (OMISSIS), in violazione delle norme in materia di distanze tra edifici e con limitazione della loro veduta. Chiedevano quindi che il Pretore adito impedisse la continuazione dell’opera e, nel merito, ordinasse la demolizione del manufatto illegittimo, con condanna della convenuta al risarcimento dei danni.

Disposta la costituzione delle parti, il Pretore rimetteva le parti dinnanzi al Tribunale, sul presupposto che l’opera fosse ultimata.

Riassunta la causa dinnanzi al Tribunale di La Spezia e ricostituitosi il contraddittorio, dopo l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, la causa veniva decisa con sentenza depositata il 28 settembre 2001, con la quale la domanda veniva parzialmente accolta. In particolare, il Tribunale dava atto che la passerella edificata dalla convenuta si trovava a distanza inferiore a quella legale rispetto ad alcune vedute del fabbricato di proprietà dell’attrice; condannava C.E. ad arretrare l’opera fino alla distanza legale e al risarcimento del danno, liquidato in L. 3.000.000, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data di comunicazione del dispositivo della sentenza;

respingeva la domanda riconvenzionale, volta ad ottenere la demolizione di una passerella realizzata dalle attrici.

Avverso questa sentenza C.E. proponeva appello; si costituivano C.I. e V.S., quale unico erede di C.F., i quali, in via di appello incidentale, chiedevano la riforma della decisione nella parte in cui aveva disposto la riconduzione alla distanza legale della passerella costruita dall’appellante anzichè la sua demolizione e nella parte in cui aveva compensato per metà le spese del giudizio di primo grado.

L’adita Corte d’appello di Genova, con sentenza depositata il 17 febbraio 2005, rigettava entrambi gli appelli.

Quanto all’appello principale, la Corte riteneva innanzitutto che la passerella realizzata dall’appellante integrasse una nuova costruzione, tanto che la stessa appellante aveva chiesto e ottenuto la concessione edilizia; ha quindi ritenuto non fondata la pretesa dell’appellante che venisse attribuito rilievo alla circostanza che si era in presenza di una pubblica via, il che avrebbe comportato l’applicazione dell’art. 905 in luogo dell’art. 907 cod. civ.; e ciò perchè l’art. 905, riguarda la distanza che si deve osservare per l’apertura di vedute dirette e di balconi rispetto alle proprietà preesistenti, stabilendo che non si tenga conto delle distanze nel solo caso in cui i fondi siano separati da una pubblica via, laddove, nel caso di specie, si era in presenza di due fabbricati che affacciavano sulla via pubblica dallo stesso lato. Inoltre, la funzione della passerella non poteva essere ricondotta a quella di creare una nuova veduta, consistendo essa nel consentire un attraversamento, con conseguente applicazione dell’art. 907 cod. civ..

La Corte d’appello escludeva poi che, nei rapporti tra privati, potesse avere rilievo e giovare all’appellante la circostanza che l’opera era stata eseguita conformemente alla concessione edilizia.

Quanto al motivo di gravame concernente la liquidazione del danno in via equitativa, la Corte d’appello rilevava che l’ingiusta privazione di aria, luce e veduta per un periodo di tempo considerevole per effetto della nuova costruzione si traduceva nella riduzione del godimento dell’immobile, e cioè in un danno certo, ma di difficile quantificazione, sicchè correttamente il primo giudice aveva fatto ricorso al criterio equitativo.

Per quanto ancora rileva, e con riferimento all’appello incidentale, la Corte d’appello osservava che la decisione del primo giudice era corretta, in quanto il Tribunale aveva solo parzialmente accolto la domanda, ritenendo non accoglibile la richiesta delle attrici sulla pretesa violazione delle distanze tra costruzioni per mancato rispetto dei limiti dettati dall’art. 873 cod. civ., mentre aveva ritenuto meritevole di accoglimento la domanda volta alla tutela delle vedute, sicchè la compensazione parziale delle spese era giustificata; non ricorreva poi il denunciato vizio di ultrapetizione, nè potevano trovare ingresso le censure di tipo tecnico, adombrate nell’atto di appello, ma estranee al giudizio di appello in senso proprio.

Per la cassazione di questa sentenza C.E. ha proposto ricorso sulla base di un unico motivo; hanno resistito, con controricorso, C.I. e V.S., i quali hanno altresì proposto ricorso incidentale affidato ad un motivo. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Deve preliminarmente essere disposta la riunione del ricorso principale e di quello incidentale, in quanto rivolti avverso la medesima sentenza.

Con l’unico motivo di ricorso, la ricorrente principale denuncia violazione e/o erronea applicazione dell’art. 907 cod. civ., sostenendo che la Corte d’appello non avrebbe potuto fare applicazione di tale disposizione, stante la presenza di una via pubblica, sulla quale unicamente i resistenti avevano diritto di veduta. Al più, tenuto conto della conformazione degli edifici, avrebbe potuto trovare applicazione l’art. 906 cod. civ., giacchè la veduta dei resistenti rispetto alla originaria proprietà di essa ricorrente era solo obliqua; e, nella specie, le distanze per tale tipo di vedute erano state osservate. Ed ancora, la Corte d’appello avrebbe errato nel configurare la passerella alla stregua di una nuova costruzione, dal momento che la stessa non era stata edificata in appoggio o in aderenza al muro sul quale si aprivano le vedute dei resistenti, ma sul muro di proprietà di essa ricorrente. Ove poi si ritenesse effettivamente applicabile l’art. 907 cod. civ., la veduta diretta esercitata dall’edificio dei resistenti avrebbe riguardato solo una minima porzione laterale della passerella.

Con l’unico motivo di ricorso incidentale, i contro ricorrenti denunciano violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., rilevando che la statuizione in ordine all’arretramento della passerella non aveva formato oggetto della domanda proposta in giudizio, dal momento che sin dall’atto introduttivo era stata richiesta la condanna alla demolizione della passerella. Inoltre, la Corte d’appello avrebbe errato a non ritenere violate le norme sulle distanze dopo avere qualificato la passerella come una nuova costruzione e presupponendo la violazione delle distanze in tema di vedute la violazione delle distanze tra edifici. Ed ancora la Corte d’appello avrebbe errato nel trattare la questione posta con l’appello incidentale con riferimento quasi esclusivo al regime delle spese, laddove la questione posta aveva ad oggetto la mancata pronuncia in ordine alla demolizione; nè poteva ritenersi che, in presenza di una censura specificamente devoluta al giudice dell’impugnazione, questi potesse limitarsi ad affermare che la questione stessa aveva carattere tecnico ed esulava dall’ambito proprio del giudizio di gravame.

Il ricorso principale è infondato.

La sentenza impugnata muove da una valutazione di fatto, adeguatamente motivata e non idoneamente posta in discussione dalla ricorrente, e cioè che la passerella da quest’ultima realizzata dovesse essere qualificata come nuova costruzione. Gli argomenti addotti dalla Corte d’appello a sostegno del proprio convincimento (realizzazione di una struttura in muratura per l’innanzi inesistente; richiesta di rilascio di concessione e-dilizia) sono pertinenti e del tutto convincenti. La Corte d’appello ha poi valorizzato il rilievo che la passerella, oltre ad attraversare tutto lo spazio aereo che fronteggia gli edifici, è più elevata rispetto ad alcune degli appellati e limita comunque le altre. Sulla base di tali rilievi ha infine ritenuto del tutto ininfluente la circostanza che entrambi gli edifici affacciassero su una pubblica via, e ciò sulla base della considerazione che non poteva trovare applicazione nel caso di specie la disciplina posta dall’art. 905, operante con riferimento al caso – diverso da quello oggetto di giudizio – dell’apertura di vedute dirette e balconi rispetto alle proprietà preesistenti, funzione, questa, certamente non riferibile alla realizzazione della passerella, essendo questa finalizzata a consentire un attraversamento e non anche a consentire vedute o affacci.

Orbene, secondo la giurisprudenza di questa Corte, spetta al giudice di merito stabilire nell’ambito dei rapporti di vicinato, se tettoie, tendaggi fissi, estensibili o retraibili, con intelaiatura fissata stabilmente al muro, costituiscano costruzioni o possano a queste equipararsi e se, per la loro struttura, dimensione e conformazione, esse interferiscano, impedendola o limitandola, con la veduta esercitata dalle aperture altrui, di tal che colui che, appoggi la propria costruzione, o il manufatto ad essa equiparabile, al muro da cui si esercita la veduta debba arrestarsi a tre metri dalla soglia della medesima, in ossequio all’art. 907 cod. civ. (Cass. n. 16687 del 2003).

Nella specie, la valutazione della Corte territoriale è coerente logicamente e si adegua al principio sopra enunciato per cui si sottrae a censure di legittimità, sicchè risulta del tutto infondata la censura della ricorrente di violazione dell’art. 907 cod. civ..

Infondato è altresì il ricorso incidentale.

Dalla riconducibilità della situazione dedotta in giudizio all’ambito di applicabilità dell’art. 907 cod. civ., discende invero anche la inconsistenza dei dubbi prospettati dai ricorrenti incidentali, i quali si dolgono del fatto che il Tribunale – con statuizione poi interamente confermata dalla Corte d’appello -, a fronte di una domanda di demolizione della nuova costruzione realizzata dalla ricorrente principale, abbia invece disposto l’arretramento della stessa sino al rispetto della distanza legale.

Innanzitutto, deve ritenersi inconsistente il rilievo secondo cui l’arretramento non aveva formato oggetto di domanda, atteso che nella domanda di demolizione deve ritenersi implicita quella di arretramento, che presuppone – come del resto riconoscono anche i ricorrenti incidentali nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ. – proprio la demolizione, mentre ove a tale demolizione dovesse fare seguito il riposizionamento della passerella, questo, ovviamente, dovrà avvenire nel rispetto delle distanze ritenute applicabili nel caso di specie dai giudici di merito. Vi è poi da rilevare che l’accertata natura di costruzione della passerella se, da un lato, comporta la illiceità della stessa ove collocata ad una distanza inferiore da quella legale, non preclude, dall’altro, la possibilità che la stessa venga realizzata conformemente a dette distanze e che, nel caso di specie, possa essere stata almeno per una sua parte conforme alle prescritte distanze.

In secondo luogo, non è condivisibile il rilievo che le difficoltà tecniche nella esecuzione di una sentenza, quale quella di primo grado, ove rappresentate al giudice dell’impugnazione con specifico motivo di gravame, rifluiscano sul piano della cognizione ed impongano al giudice della impugnazione di rivedere la decisione di primo grado, ancorchè valutata del tutto conforme a diritto, solo per ovviare alle problematiche che potrebbero rilevare nella fase della esecuzione.

In conclusione, anche il ricorso incidentale deve essere rigettato.

In considerazione della reciproca soccombenza, sussistono giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2011

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