Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17123 del 21/07/2010

Cassazione civile sez. I, 21/07/2010, (ud. 08/07/2010, dep. 21/07/2010), n.17123

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – rel. Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.C., elettivamente domiciliata in Palma Campania, Via

Parrocchia, n. 10, presso l’avv. FERRANTE Mariano, che rappresenta e

difende per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

avverso il decreto della Corte d’Appello di Roma n. 7624 rep.

pubblicato il 29 novembre 2006;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

giorno 8 luglio 2010 dal Relatore Pres. Dott. Ugo VITRONE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 15 maggio – 29 novembre 2006 la Corte d’Appello di Roma condannava il Ministero della Giustizia a pagare la somma di Euro 800,00 in favore di M.C. a titolo di equa riparazione per la non ragionevole durata del processo da lei instaurato dinanzi al Giudice del Lavoro di Nola con ricorso in data 14 ottobre 1998, concluso in primo grado con sentenza del 27 marzo 2003 appellata il 18 marzo 2004 e tuttora pendente in appello.

Rilevava la Corte che il giudizio di primo grado avrebbe potuto essere definito in tre con una eccedenza sanzionabile di un anno, mentre il giudizio di appello aveva avuto una ragionevole durata.

Contro il decreto ricorre per cassazione M.C. con nove motivi di ricorso.

Non ha presentato difese il Ministero della Giustizia.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente si duole che il decreto impugnato non abbia fatto diretta applicazione delle norme della Convenzione CEDU disapplicando le norme nazionali eventualmente in contrasto con essa.

La censura non ha fondamento poichè, a differenza di quanto avviene in materia di regolamenti comunitari, le norme della Convenzione CEDU non trovano diretta applicazione nell’ordinamento nazionale salvo l’obbligo del giudice di interpretare il diritto interno alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo (Cass. 19 novembre 2009, n. 24399).

Il secondo, il terzo e il quarto motivo lamentano la contrarietà con le norme CEDU, l’omessa pronuncia e, comunque l’omessa motivazione in ordine al mancato riconoscimento di un bonus di Euro 2.000,00.

La censura non merita accoglimento poichè la giurisprudenza della Corte di Strasburgo afferma che tale integrazione può essere riconosciuta solo per le controversie previdenziali di particolare importanza, attribuendo conseguentemente al giudice del merito un potere discrezionale di valutazione il cui mancato esercizio non richiede espressa motivazione (Cass. 14 marzo 2008, n. 6898).

Con il quinto motivo la ricorrente si duole motivo della rilevanza attribuita al modesto valore della controversia e della sua incidenza in ordine alla riduzione dell’equo indennizzo.

La censura è infondata perchè la modesta entità della posta in gioco nel processo presupposto se non vale a impedire il riconoscimento del danno non patrimoniale ben può avere un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento (SS.UU. 26 gennaio 2004, n. 1339, e successiva giurisprudenza conforme), come nella specie è stato motivatamente affermato.

Gli ulteriori tre motivi su appuntano contro la liquidazione delle spese giudiziali.

Si. sostiene, rispettivamente: che nei giudizi di equa riparazione dovrebbero ritenersi applicabili i principi e gli standards europei;

che, in subordine, dovrebbero applicarsi le tariffe stabilite per i procedimenti contenziosi e che la disapplicazione di tali tariffe sarebbe del tutto immotivata. Le censure in esame sono infondate poichè il giudice italiano non è vincolato dalla liquidazione delle spese giudiziali effettuate dalla Corte di Strasburgo essendo tenuto unicamente ad applicare la disciplina nazionale in tema di spese giudiziali senza necessità di motivazione specifica al riguardo (Cass. 1 luglio 2008, n. 18012). Nè, poi risulta che il decreto impugnato abbia fatto riferimento alla tariffa stabilita per i procedimento camerali, poichè è stata liquidata nella specie la somma complessiva di Euro 2.350,00, più che congrua in relazione ad un procedimento contenzioso del valore di Euro 800,00, Il nono ed ultimo motivo è inammissibile perchè si risolve in una generica e molteplice denunzia di vizi di motivazione senza riferimento a specifici fatti controversi e decisivi per il giudizio.

In conclusione il ricorso non può trovare accoglimento in nessuna delle sue concorrenti articolazioni e deve essere respinto.

La mancata partecipazione al giudizio dell’intimato preclude ogni pronuncia sulle spese giudiziali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2010

 

 

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