Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17123 del 17/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 17/08/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 17/08/2016), n.17123

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3814/2014 proposto da:

ANDE S.R.L. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 103, presso lo

studio dell’avvocato ROMANO POMARICI, rappresentata e difesa

dall’avvocato ALBERTO SANGREGORIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

B.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ANTONIO GRAMSCI, 24, presso lo studio dell’avvocato MARIA

STEFANIA MASINI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ELENA MARIA LAURA DELLA BERTA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1029/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 26/11/2013 R.G.N. 2381/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE;

udito l’Avvocato POMARICI ROMANO per delega verbale Avvocato

SANGREGORIO ALBERTO;

udito l’Avvocato GRASSI GUIDO per delega Avvocato MASINI MARIA

STEFANIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 1029/2013, pubblicata il 26/11/2013, la Corte di appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado del Tribunale di Lecco, dichiarava illegittimo il licenziamento per giustificato motivo soggettivo intimato, con lettera del 31/1/2011, da Ande s.r.l. in liquidazione a B.F. per violazione dell’obbligo di fedeltà, sul rilievo del rinvenimento, all’interno del furgone aziendale dal medesimo utilizzato, di merce e documenti riferibili ad aziende concorrenti.

La Corte osservava come il rinvenimento sul furgone di prodotti e cataloghi di tali aziende costituisse un elemento neutro, avendo i testimoni concordemente dichiarato che era richiesto dalla stessa società datrice di lavoro che la “forza vendita”, alla quale il B. apparteneva, li reperisse a fini commerciali; quanto poi agli altri prodotti, la loro presenza nel furgone, pur non essendo chiara, non era comunque in sè idonea a dimostrare il comportamento posto a sostegno del recesso, mentre il rinvenimento della proposta d’ordine n. 08/2008, che Ande aveva inviato a Combipel e che non si era concretizzata, trovava adeguata giustificazione nel fatto che quest’ultima azienda era stata cliente della società e, fino al 2009, affidata proprio al B..

Ha proposto ricorso per cassazione la società Ande s.r.l. in liquidazione e in concordato preventivo con unico articolato motivo; il lavoratore ha resistito con controricorso. Successivamente al deposito del ricorso si è costituito il Fallimento della società.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con unico motivo di ricorso la S.r.l. Ande in liquidazione e in concordato preventivo, ora Fallimento Ande S.r.l., deducendo vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, censura la sentenza impugnata: (a) per non avere la Corte di appello tenuto conto, a causa di incoerenza logico-formale nel processo di formazione del proprio convincimento, della discrepanza tra le dichiarazioni rese dal lavoratore in sede di giustificazioni, là dove aveva imputato il possesso della merce rinvenuta sul furgone ad uso personale o a regalie, e quanto dal medesimo dedotto successivamente al licenziamento, allorchè aveva imputato il possesso della medesima merce alla prassi aziendale di far acquisire alla forza vendita cataloghi, listini o anche capi di abbigliamento di imprese concorrenti; (b) per avere, attraverso un erroneo percorso logico basato sulla detta prassi aziendale, affermato che il rinvenimento nel furgone di prodotti e cataloghi di imprese concorrenti era da considerarsi circostanza “neutra” ai fini disciplinari, quando invece esso costituiva l’elemento fondante della legittimità o illegittimità del recesso; (c) per avere ritenuto, peraltro senza alcun ragionamento logico-giuridico a sostegno di tale conclusione, che fosse giustificato il possesso di work book da parte del B. e cioè di uno strumento dato ai venditori in stretta correlazione alla loro attività.

Il ricorso deve essere respinto.

3. Il motivo proposto si sostanzia, infatti, nella denuncia di un vizio di motivazione secondo lo schema normativo di cui all’art. 360, n. 5, nella versione anteriore alla modifica introdotta con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, pur in presenza di sentenza di appello depositata in data 26/11/2013 e, pertanto, in data posteriore all’entrata in vigore della modifica (11 settembre 2012).

Come precisato da questa Corte a Sezioni Unite con le sentenze 7 aprile 2014 n. 8053 e n. 8054, l’art. 360 c.p.c., n. 5, così come riformulato a seguito della novella legislativa, configura un vizio specifico denunciabile per cassazione, costituito dall’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (e cioè che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); con la conseguenza che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente è tenuto ad indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Nella specie, risulta invece dedotto, per ciascuno dei profili presi in esame, il difetto di coerenza logica e di completezza del percorso motivazionale offerto dalla sentenza di secondo grado, e cioè un vizio astrattamente riconducibile alla formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, anteriore alla modifica introdotta nel 2012.

4. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

la Corte respinge il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 agosto 2016

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