Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17117 del 16/06/2021

Cassazione civile sez. I, 16/06/2021, (ud. 23/04/2021, dep. 16/06/2021), n.17117

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15498/2019 proposto da:

C.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TUNISI n. 4,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE BORTONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CARLO COVINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositato il

11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/04/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con il decreto impugnato il Tribunale di Venezia rigettava il ricorso proposto da C.B. avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale che aveva respinto l’istanza di protezione, internazionale ed umanitaria, dallo stesso avanzata.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione C.B., affidandosi a due motivi.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè il Tribunale avrebbe erroneamente sottovalutato la gravità della condizione degli omosessuali, tanto in Guinea Bissau, Paese di nascita del richiedente, che in Gambia, Paese in cui il richiedente viveva.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perchè il giudice di merito non avrebbe considerato le norme in tema di punizione dell’omosessualità esistenti in Gambia e le norme religiose e sociali che condannano l’omosessualità in Guinea.

Le due censure, suscettibili di esame congiunto, sono fondate.

Il ricorrente aveva riferito di essersi trasferito in Gambia a sette anni di età e di aver sempre vissuto in quel Paese. Aveva poi narrato di aver conosciuto un cittadino inglese, con il quale aveva intrattenuto una relazione omosessuale; di esser stato scoperto, arrestato dalla polizia perchè l’omosessualità è considerata reato in Gambia, e di esser stato rilasciato grazie all’intervento di un avvocato; di essere allora tornato in Guinea, suo Paese di nascita, ove però sarebbe stato discriminato e marginalizzato, perchè in quel contesto l’omosessualità, pur non essendo penalmente illecita, sarebbe considerata un grave peccato dalla religione; di avere, quindi, deciso di fuggire.

La storia è stata ritenuta dal Tribunale in astratto idonea ai fini del riconoscimento della protezione internazionale, ma non in concreto, poichè il richiedente non è cittadino gambiano e dunque non potrebbe essere tenuta in considerazione la condizione degli omosessuali in Gambia.

Il ricorrente, nei motivi di ricorso, propone in sostanza due argomenti:

1) da un lato, allega che il Gambia non sia un mero Paese di transito, ma il luogo in cui egli di fatto tornerebbe a vivere, in caso di rimpatrio, perchè lì il padre si era trasferito, portandolo con sè, alla morte della madre; è quindi in quel Paese che il ricorrente ha il suo residuo nucleo di relazioni familiari, ed è quindi con riferimento a quel contesto che avrebbe dovuto essere considerata la sua condizione soggettiva, anche perchè la persecuzione e l’arresto che egli aveva subito in conseguenza della sua inclinazione omosessuale si erano verificati in Gambia;

2) dall’altro lato, deduce che anche nel contesto sociale e religioso della Guinea l’omosessuale non è protetto, ma, al contrario, esposto al disprezzo ed alla riprovazione, anche violenta, di gruppi privati non adeguatamente contenuti dallo Stato.

I due argomenti impongono alcune precisazioni. Innanzitutto, è necessario chiarire che, di norma, la valutazione che il giudice di merito è chiamato a svolgere, ai fini della verifica della sussistenza delle condizioni legittimanti il riconoscimento di una delle forme di protezione, internazionale ed umanitaria, è riferita al Paese di origine del richiedente, poichè si presume che colà egli debba essere rimpatriato, in caso di rigetto della sua istanza. Tuttavia, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, prescrive chiaramente che “Ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui essi sono transitati…”. Tale locuzione non limita l’analisi che il giudice di merito è chiamato a svolgere al solo Paese di origine del richiedente, ma – al contrario – la estende “ove occorra” ai Paesi diversi da quello di origine, nei quali egli sia transitato. Il che implica che, in presenza di una storia personale che evidenzi – come nel caso di specie – il trasferimento del richiedente, in tenera età, in un Paese diverso da quello di nascita, nel quale egli riferisca di essere cresciuto e di aver sviluppato la sua rete di relazioni interpersonali, è imprescindibile estendere la valutazione anche a quel contesto, pur se relativo ad un Paese diverso da quello in cui il soggetto sia nato. La ratio della norma, infatti, è quella di impedire il rimpatrio della persona umana verso contesti sociali e territoriali nei quali la stessa sia esposta, in via di fatto, al pericolo di subire discriminazioni, persecuzioni, danni gravi alla sua persona, o nei quali comunque la sua vita e la sua incolumità personale siano a rischio, per fattori indipendenti dalla volontà del singolo richiedente. La conferma della correttezza dell’interpretazione appena proposta si ricava dalla norma del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, che testualmente prevede che “In nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione”. Tale disposizione contiene infatti due esplicite previsioni confermative del fatto che lo Stato verso cui si può eseguire il rimpatrio non deve necessariamente coincidere con quello in cui il richiedente la protezione, la cui domanda sia stata respinta, è nato. Innanzitutto, è decisivo il riferimento all’ipotesi della discriminazione per cittadinanza, che evidentemente non potrebbe mai configurarsi ove il richiedere fosse rimpatriato sempre e comunque verso il suo Paese di origine. Inoltre, è parimenti rilevante il riferimento, contenuto nell’ultima parte della disposizione in esame, al pericolo che lo Stato verso cui sia eseguito il rimpatrio possa a sua volta restituire la persona ad altro Paese, nel quale la stessa non sia protetta: ciò dimostra, infatti, che non è prevista la necessaria coincidenza tra il Paese di origine del richiedente, o – per converso – quello in cui lo stesso sia di fatto vissuto prima dell’espatrio, ed il Paese verso cui vada eseguito l’eventuale rimpatrio. Anzi, dell’art. 19 citato, comma 1, u.p., evidenzia che la destinazione del rimpatrio vada individuata caso per caso, considerando il racconto fornito dal richiedente la protezione, sulla base del quale va individuato il contesto territoriale al quale fare riferimento ai fini della valutazione sul cd. non refoulement. Ciò impone al giudice di merito, in presenza di una storia articolata in diversi contesti socio-territoriali, di considerare l’incidenza di ciascuno di essi, e la sua rilevanza, nell’ambito della storia personale riferita dal richiedente. Nel caso di specie, il C. aveva chiaramente individuato due contesti socio-territoriali, e precisamente quello del Gambia, Paese in cui egli si era trasferito in tenera età, aveva vissuto ed aveva preso consapevolezza della propria inclinazione omosessuale, venendo arrestato in ragione di essa, e quello della Guinea, suo Paese di nascita, in cui aveva comunque tentato di ritornare dopo le disavventure patite in Gambia, incontrando tuttavia anche colà discriminazioni legate al contesto sociale e religioso locale, tollerato di fatto dalle autorità. Una volta ravvisata la credibilità del racconto fornito dal C., la valutazione del giudice di merito avrebbe dunque dovuto affrontare ambedue i profili, e dunque tanto quello del Gambia che quello della Guinea, per valutare l’incidenza delle persecuzioni e discriminazioni subite dal richiedente in ciascuno di essi, tanto al fine del riconoscimento della protezione internazionale, quanto – e in ogni caso – al fine della concessione della tutela umanitaria. Al contrario, il giudice di merito ha erroneamente limitato il proprio esame al solo contesto della Guinea, ritenendo irrilevante quello del Gambia sol perchè quest’ultimo non era il Paese di origine del C.; ed inoltre, ha arrestato la sua valutazione, con riferimento alla Guinea, alla sola considerazione che colà l’omosessualità non sia considerata reato, senza, quindi, esaminare in alcun modo l’aspetto, pur rilevante in sè stesso, della marginalizzazione e discriminazione dell’individuo omosessuale perpetrata a livello sociale e religioso e tollerata, di fatto, dal potere statale.

Tale duplice omissione rende, dunque, incompleta e manchevole la valutazione condotta dal giudice lagunare ed impone la cassazione della decisione impugnata ed il rinvio della causa al Tribunale di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità. Il giudice del rinvio avrà cura di conformarsi al seguente principio di diritto: “Ai sensi di quanto previsto del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, la valutazione relativa al pericolo che il richiedente la protezione, internazionale ed umanitaria, sia esposto a persecuzioni, pericoli per la propria vita ed incolumità, trattamenti inumani e degradanti, o comunque a condizioni di vita incompatibili con il rispetto del nucleo essenziale dei suoi diritti umani, va condotta con riferimento al contenuto della storia individuale fornita dal medesimo, ov’essa sia ritenuta credibile dal giudice di merito, e quindi tenendo conto dei diversi contesti, sociali e territoriali, maggiormente rilevanti nell’ambito della storia medesima. In tale ambito, va considerato, da un lato, che l’ordinamento non prevede l’obbligo di eseguire il rimpatrio verso il Paese di origine del richiedente; e, dall’altro lato, che la disposizione di cui dell’art. 19 citato, comma 1, impone di considerare non soltanto il rischio legato alla destinazione di primo rimpatrio, ma anche quello connesso al contesto sociale e territoriale in cui, di fatto, il richiedente la protezione rischi di essere restituito dal Paese verso cui egli venga rimpatriato”.

PQM

la Corte accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Venezia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 23 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2021

 

 

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