Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17116 del 16/06/2021

Cassazione civile sez. I, 16/06/2021, (ud. 23/04/2021, dep. 16/06/2021), n.17116

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13383/2019 proposto da:

O.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BASSANO DEL

GRAPPA n. 24, presso lo studio dell’avvocato MICHELE COSTA,

rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCO BIASI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRENTO, depositato il 19/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/04/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con il decreto impugnato il Tribunale di Trento rigettava il ricorso proposto da O.M. avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale che aveva respinto l’istanza di protezione, internazionale ed umanitaria, dallo stesso avanzata.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione O.M., affidandosi a quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno, intimato, non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Il ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e art. 2697 c.c., perchè il Tribunale avrebbe erroneamente ravvisato la non credibilità della sua storia personale, senza considerare che egli aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla e che la stessa era dotata di coerenza interna ed esterna; eventuali imprecisioni erano dovuti, secondo il ricorrente, all’agitazione in cui egli si trovava all’atto del colloquio, al fatto che quest’ultimo viene svolto, di fatto, con le modalità di un vero e proprio interrogatorio, ed alla frettolosità con cui, nella prassi, l’incombente viene espletato innanzi la Commissione territoriale.

La censura è inammissibile.

Il Tribunale ha ritenuto la storia non credibile, evidenziandone da un lato la genericità, e dall’altro lato una serie di contraddizioni, specificamente descritte nel decreto impugnato (cfr. pagg. 8 e 9). La censura in esame non attinge in modo specifico nessuna di dette contraddizioni, e si risolve pertanto in una mera istanza di revisione del giudizio di fatto svolto dal giudice di merito, estranea alla finalità ed alla natura del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U., Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,7 e 8, in relazione all’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 28.7.1951, perchè il giudice di merito avrebbe erroneamente escluso la sussistenza, in Nigeria – Paese di origine del richiedente – di un contesto di violenza generalizzata, senza considerare che le C.O.I. disponibili evidenziano la presenza, in quel Paese, di organizzazioni terroristiche attive.

La censura è inammissibile.

La presenza di gruppi terroristici attivi, in talune parti della Nigeria, viene espressamente riconosciuta dal decreto impugnato (cfr. pag. 13), ma tale circostanza non interseca in alcun modo la storia personale del richiedente, che aveva dichiarato di essere fuggito dal proprio Paese di origine per sottrarsi al rischio di subire conseguenze penali derivanti dal fatto che egli avrebbe sposato una donna di religione cristiana, già sposata ad altri, ignorando il di lei precedente matrimonio. Peraltro, il Tribunale ha anche precisato che il ricorrente aveva dichiarato di essere originario dell’Edo State, e dunque di provenire da una zona completamente diversa da quella interessata dai fenomeni terroristici, corrispondente alla sola zona nord-orientale della Nigeria.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,14 e 17, perchè il giudice di merito avrebbe escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), senza considerare il fatto che il sistema giudiziario nigeriano non sarebbe rispettoso dei diritti umani.

La censura è inammissibile.

Innanzitutto, va osservato che il ricorrente, come già rilevato in occasione della confutazione del precedente motivo di ricorso, non illustra per quale motivo la condizione del sistema giudiziario nigeriano sarebbe rilevante in relazione alla sua storia personale. Inoltre, la ricorrenza dei presupposti di violenza generalizzata di cui dell’art. 14 citato, lett. c), non può essere confusa con la mera inefficienza di determinati apparati dello Stato. Anzi, sotto tale profilo, la stessa esistenza di un sistema giudiziario costituisce un elemento indiziario confermativo della tenuta del sistema statale e, quindi, della insussistenza di quella condizione di generalizzata incertezza e insicurezza che è presupposta per il riconoscimento della protezione di cui alla richiamata lett. c).

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, nel testo antecedente all’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018, perchè il Tribunale avrebbe erroneamente denegato anche il riconoscimento della protezione umanitaria.

La censura è inammissibile.

Il decreto impugnato afferma che il richiedente aveva documentato soltanto di aver frequentato un corso di lingua italiana e di aver “… lavorato alla raccolta delle mele, ma sempre solo per pochi giorni” (cfr. pag. 15). Il ricorrente non deduce, nella doglianza in esame, di aver documentato, nel corso del giudizio di merito, una più consistente integrazione socio-lavorativa in Italia, ma si limita ad una generica contestazione della decisione del Tribunale, che si risolve in una mera istanza di revisione del giudizio di fatto svolto dal giudice di merito.

In definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in difetto di svolgimento di attività difensiva da parte del Ministero intimato nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 23 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2021

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