Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17107 del 08/08/2011

Cassazione civile sez. II, 08/08/2011, (ud. 09/06/2011, dep. 08/08/2011), n.17107

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 11351/10) proposto da:

F.T. (C.F.: (OMISSIS)), F.B.

L. (C.F.: (OMISSIS)), F.M. (C.F.:

(OMISSIS)) e F.C. (C.F.:

(OMISSIS)), tutti rappresentati e difesi dagli Avv.ti

RACHELLI Fabrizio e Lucia Marini in virtù di procura speciale a

margine del ricorso ed elettivamente domiciliati presso lo studio

della seconda, in Roma, v. di Santa Costanza, n. 27;

– ricorrenti –

contro

A.G. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e

difeso dagli Avv.ti CAVALLINI FRANCOLINI Marco e Guido F. Romanelli

in virtù di procura speciale a margine del controricorso (contenente

ricorso incidentale) ed elettivamente domiciliato presso lo studio

del secondo, in Roma, v. Cosseria, n. 5;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Brescia n.

361 del 2009, depositata il 5 marzo 2009 (e non notificata).

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 9

giugno 2011 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

udito l’Avv. E. Marini (per delega) nell’interesse dei ricorrenti;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per

l’inammissibilità dei ricorsi.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con sentenza n. 316 del 2009 (depositata il 5 marzo 2009) la Corte di appello di Brescia, decidendo sull’appello proposto da A. G. avverso la sentenza del G.O.A. della Sezione stralcio del Tribunale di Brescia n. 1194/05 (in tema di risoluzione di contratto di vendita di animali e risarcimento danni), respingeva l’eccezione di estinzione sollevata dall’appellante, dichiarava nulla la sentenza impugnata e tutti gli atti processuali compiuti successivamente al 27 luglio 1998 (data in cui era stata disposta la sospensione dall’Albo dell’unico difensore degli attori in primo grado, poi cancellato) e disponeva, come da separata ordinanza, per la prosecuzione della causa.

Avverso detta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, notificato il 20 aprile 2010 (e depositato il 7 maggio successivo), F.T., F.B.L., F.M. e F.C., basato su due motivi, avverso il quale ha resistito con controricorso (contenente ricorso incidentale articolato in due motivi) l’intimato A.G..

Il collegio ha deliberato di motivare la sentenza in forma semplificata. Con il primo motivo i ricorrenti principali hanno dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 112 e 342 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Con il secondo motivo del ricorso principale è stata prospettata la violazione degli artt. 301-305 c.p.c. (sempre con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Con l’unico motivo del ricorso incidentale è stata denunciata la violazione o falsa applicazione degli artt. 181, 307 e 309 c.p.c. nonchè la nullità della sentenza e dei procedimento.

Ritiene il collegio che sussistano, nel caso in questione, i presupposti per dichiarare inammissibile il ricorso principale con riferimento ai due motivi proposti, per inosservanza del requisito di ammissibilità previsto dall’art. 366 bis c.p.c. (introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006 e “ratione temporis” applicabile nella fattispecie, vertendosi nell’ipotesi di ricorso avverso sentenza ricadente nell’ambito di applicabilità dell’indicato d. Igs., siccome pubblicata il 5 marzo 2009).

Sul piano generale si osserva (cfr., ad es., Cass. n. 4556/2009) che l’art. 366 bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta, ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso medesimo, una diversa valutazione da parte del giudice di legittimità a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dai nn. 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, ovvero del motivo previsto dal n. 5 della stessa disposizione. Nel primo caso ciascuna censura deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, come attestato dall’art. 384 c.p.c., all’enunciazione del principio di diritto ovvero a “dieta” giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza, mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (il cui oggetto riguarda il solo “iter” argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione.

Ciò posto, alla stregua della uniforme interpretazione di questa Corte (secondo la quale, inoltre, ai fini dell’art. 366 bis c.p.c., il quesito di diritto non può essere implicitamente desunto dall’esposizione del motivo di ricorso, nè può consistere o essere ricavato dalla semplice formulazione del principio di diritto che la parte ritiene corretto applicare alla fattispecie, poichè una simile interpretazione si sarebbe risolta nell’abrogazione tacita della suddetta norma codicistica), non può dirsi che i ricorrenti principali si siano attenuti alla rigorosa previsione scaturente dal citato art. 366 bis c.p.c., poichè:

– con riferimento al primo motivo rapportato all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 99, 112 e 342 c.p.c., i ricorrenti, sul presupposto che la Corte territoriale avesse emanato una pronuncia “ultra petita” (non avendo l’appellante richiesto la declaratoria di nullità degli atti del giudizio di primo grado), hanno, tuttavia, omesso di enucleare lo specifico quesito di diritto da riferire alla supposta violazione di legge prospettata, non potendo certamente ritenersi idoneo allo scopo il generico riferimento alla violazione del cit. art. 99 (che pone il principio dell’iniziativa di parte), del cit. art. 112 (che pone il principio della corrispondenza tra “chiesto” e “pronunciato”) e dell’art. 342 c.p.c. (secondo il quale, in sede di impugnazione, il “chiesto” deve essere individuato sulla base dei motivi di gravame);

– anche con riguardo al secondo motivo, riferito sempre all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 301 e 305 c.p.c., i ricorrenti, dopo aver svolto la doglianza rilevando che la nullità della sentenza avrebbe potuto essere pronunciata solo se fatta valere unicamente dalla parte colpita dall’evento interruttivo e che, in ogni caso, il vizio si sarebbe potuto ritenere sanato dal fatto che la parte non era rimasta priva di rappresentanza processuale, hanno omesso di enucleare, in termini specifici, il quesito di diritto propriamente prescritto dall’art. 366 c.p.c., a pena di inammissibilità.

Con il proposto ricorso incidentale A.G. ha dedotto, avuto riguardo all’estinzione del processo di primo grado per mancata riassunzione nei termini di legge, la supposta violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) e la nullità della sentenza e del procedimento (art. 360 c.p.c., n. 4), formulando, al riguardo il seguente unico quesito di diritto: “dica la S.C. se siano censurabili sotto l’aspetto della violazione e falsa applicazione degli artt. 181, 307 e 309 c.p.c., nonchè sotto l’aspetto dell’errore nel procedimento quelle decisioni, come quella incidentalmente impugnata, nelle quali venga ignorata, in presenza di un’ordinanza dispositiva della cancellazione della causa dal ruolo rientrante tra quelle non impugnabili nè revocabili ex art. 177 c.p.c., la necessità di procedere a termini dell’art. 307 c.p.c. perla riassunzione del processo”.

Al di là della sostanziale sufficienza del prospettato quesito di diritto, ritiene il collegio che il motivo sia inammissibile perchè con esso si deduce, nella presente sede di legittimità, una questione nuova che non aveva formato specifico oggetto di gravame dinanzi alla Corte territoriale di Brescia. Infatti, con il proposto atto di appello l’ A. aveva addotto – come dal medesimo attestato nel ricorso incidentale – la nullità del giudizio di primo grado sul presupposto che esso si fosse svolto in violazione dell’art. 301 c.p.c., quale ipotesi relativa ad un evento idoneo a determinare l’interruzione del giudizio, formulando, inoltre, altre doglianze riferite all’efficacia esecutiva della sentenza di prima istanza, senza, perciò, proporre alcuna specifica contestazione circa la prosecuzione del giudizio in virtù della supposta illegittima revoca della disposta ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo (relativa alla mancata doppia comparizione dei difensori delle parti). Pertanto, atteggiandosi il motivo proposto come del tutto nuovo, esso deve ritenersi inammissibile in questa fase.

In definitiva, per le esposte ragioni, entrambi i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili, con compensazione integrale delle spese giudiziali della presente fase in virtù della reciproca soccombenza delle parti.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li dichiara entrambi inammissibili e compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2011

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