Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17106 del 16/06/2021

Cassazione civile sez. I, 16/06/2021, (ud. 16/04/2021, dep. 16/06/2021), n.17106

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 17219/2020 r.g. proposto da:

B.P., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Consuelo

Feroci, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Porto

Recanati, Via Caravaggio n. 18.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Bari, depositato in data

10.4.2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/4/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con il decreto impugnato il Tribunale di Bari ha respinto la domanda di protezione internazionale ed umanitaria avanzata da B.P., cittadino albanese, dopo il diniego di tutela da parte della locale commissione territoriale, confermando, pertanto, il provvedimento reso in sede amministrativa.

Il tribunale ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato e vissuto in Albania; ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese perchè vessato e minacciato da un creditore che per recuperare il proprio credito lo aveva anche costretto a spacciare droga in Italia per conto di una organizzazione criminale.

Il tribunale ha ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto, che risultava, per molti aspetti, non plausibile e lacunoso e perchè comunque la vicenda narrata non rientrava nel paradigma applicativo dell’invocata protezione internazionale, trattandosi di vicenda privata in relazione alla quale ben avrebbe potuto attivare la protezione statale; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito all’Albania, stato di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, perchè il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano nè una condizione di soggettiva vulnerabilità.

2. Il decreto, pubblicato il 10.4.2020, è stato impugnato da B.P. con ricorso per cassazione, affidato a due motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. on il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della Convenzione di Ginevra, ratificata con L. n. 722 del 1954, con particolare riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,7,8 e 14.

1.1 La censura così proposta è inammissibile.

1.1.1 In primo luogo, le doglianze articolate in relazione al diniego della richiesta protezione di matrice internazionale non si confronta con una delle rationes decidendi del provvedimento impugnato che, in ordine alla valutazione della vicenda personale del ricorrente, ha ritenuto la stessa non credibile, anche in relazione al profilo raccontato della costrizione a delinquere in Italia come spacciatore di droga.

Sul punto, non è inutile ricordare che il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti. Ne consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali “rationes decidendi” (cfr. Sez. U., Sentenza n. 7931 del 29/03/2013; Sez. 3, Sentenza n. 2108 del 14/02/2012; Sez. L, Sentenza n. 4293 del 04/03/2016; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 9752 del 18/04/2017; Sez. 5 -, Ordinanza n. 11493 del 11/05/2018; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16314 del 18/06/2019; Sez. 1 -, Ordinanza n. 18119 del 31/08/2020).

1.1.2 Sotto altro profilo e con particolare riguardo alle censure mosse al diniego dell’invocata protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. b, la doglianza non coglie, anche in tal caso, la ratio decidendi, e cioè la mancata attivazione da parte del richiedente la protezione degli organi statali deputati alla sicurezza dei cittadini (polizia, magistratura etc), solo in mancanza della quale è possibile invocare la sopra richiamata protezione sussidiaria qualora la violenza provenga da soggetti “privati”.

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al diniego dell’invocata protezione umanitaria.

2.1 Anche la seconda censura è inammissibile perchè affidata a generiche osservazioni volte ad una nuova edizione del giudizio di merito sulla ricorrenza dei presupposti fattuali necessari per il riconoscimento della protezione umanitaria, e ciò con particolare riferimento, da un lato, alla valutazione di soggettiva vulnerabilità e, dall’altro, dell’integrazione sociale, scrutinio quest’ultimo che è inibito alla corte di cassazione perchè richiederebbe la rilettura degli atti istruttori che non è più consentita nel giudizio di legittimità.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 16 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2021

 

 

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