Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17092 del 12/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 12/08/2016, (ud. 21/04/2016, dep. 12/08/2016), n.17092

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19134-2013 proposto da:

M.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CARLO FELICE, 89, presso lo studio dell’avvocato TIZIANO

MARIANI, rappresentato e difeso dall’avvocato GIANPIERO SAMORI’,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MA.MA., C.F. (OMISSIS), O.R. C.F. (OMISSIS), nonchè

per la società MA. M. E O. R. S.N.C. C.F. 02729020368, in

persona dei suddetti MA.MA. E O.R., quali

amministratori e legali rappresentanti, elettivamente domiciliati in

ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato

GIANLUIGI MALANDRINO, che li rappresenta e difende, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 858/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 26/07/2012 R.G.N. 1263/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/04/2016 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito l’Avvocato VIGGIANO ROSA per delega Avvocato SAMORI’ GIAMPIERO;

udito l’Avvocato ROSA MATTIA per delega Avvocato MALANDRINO

GIANLUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.M. adiva il Tribunale di Modena in funzione di giudice del lavoro e, sulla premessa della intervenuta risoluzione del contratto di agenzia stipulato in data 1/8/01 con gli agenti generali Ina Assitalia s.p.a. della s.n.c. Masiello M. e Oliva R., chiedeva la condanna al pagamento della indennità di cui all’art. 17 AEC stipulato in data 31/1/01 fra le rispettive associazioni di categoria degli Agenti e Subagenti del 2001; della indennità relativa alla cessazione dei rapporti con i pregressi sub agenti della società operanti nel territorio; del corrispettivo del patto di non concorrenza, oltre al pagamento di ulteriori importi rivendicati a titolo risarcitorio e quale prezzo per i beni mobili relitti all’esito della cessazione del rapporto.

Parte convenuta, costituitasi, contestava le domande chiedendone la reiezione. Il giudice adito accoglieva il ricorso esclusivamente in relazione al pagamento del corrispettivo per il patto di non concorrenza, liquidato in complessivi Euro 15.000,00. Detta pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Bologna che, con sentenza resa pubblica il 26/9/12, condannava parte appellata al pagamento del corrispettivo di cui alla mentovata pattuizione, nella misura di Euro 60.000,00 confermando nel resto le statuizioni della sentenza di prime cure.

A fondamento del decisum il giudice dell’impugnazione osservava, per quanto in questa sede rileva, che non risultava riscontrato in causa il presupposto su cui fondava il motivo di gravame, costituito dalla stipula dell’AEC 2001, essendo emersa ex actis esclusivamente la conclusione di un protocollo di intesa fra le Associazioni Anagina ed Ansaina in data 31/1/01 cui non aveva fatto seguito alcuna stipula di un effettivo accordo, nè nel contratto di agenzia inter partes era contenuto alcun riferimento a tale atto. Quanto alla pretesa azionata in relazione alla indennità di cessazione dei rapporti con i pregressi subagenti della società convenuta, la Corte di merito rimarcava che siffatta pattuizione non era contenuta nel contratto di agenzia fra le parti, nè l’appellante aveva dimostrato l’esistenza degli elementi costitutivi di tale asserito diritto.

Avverso tale decisione interpone ricorso per Cassazione il M. affidato a due motivi.

Resistono con controricorso Ma.Ma., O.R. e la società Masiello M. e Oliva R. s.n.c. che hanno depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

In ordine logico, va esaminata con priorità, la eccezione sollevata da parte controricorrente, di nullità e/o inammissibilità del ricorso per l’insanabile difetto di notifica e per difetto di legittimazione passiva. Sulla premessa che il presente ricorso risulta notificato ai “sigg.ri Ma.Ma. e O.R. in s.n.c. quali Coagenti Generali di Vignola dell’Ina Assitalia s.p.a.”, si deduce che i soggetti giuridici convenuti non corrispondono ad alcuna figura giuridica. Si denuncia la ambiguità della dizione, giacchè la nozione di coagenzia sarebbe antitetica rispetto a quella di società sia pur di persona, che gestisce una agenzia. Si evidenzia l’ulteriore discrasia fra l’indicazione dei soggetti destinatari della notifica e le conclusioni rassegnate in ricorso e volte a conseguire la condanna della “Agenzia Generale INA ASSITALIA di Ma. M. e O. R. s.n.c…” e si ribadisce l’esistenza di una non corretta individuazione della parte passivamente legittimata.

Le articolate deduzioni sono prive di pregio.

Non può sottacersi, in primis, che la questione sottoposta al presente scrutinio, non risulta formulata nel pregresso grado di giudizio, in cui parte appellata, come desumibile dalla intestazione della sentenza impugnata, era stata parimenti individuata, come Ma.Ma. e O.R. in s.n.c. quali Coagenti Generali di Vignola dell’Ina Assitalia s.p.a. Va, inoltre, rimarcato che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (vedi ex aliis, Cass.30/05/2008 n. 14468 cui adde Cass. 10/5/10 n.11284, Cass. 27/6/11 n.14177) la “legitimatio ad causam”, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Da essa va tenuta distinta la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, per la quale non è consentito alcun esame d’ufficio, poichè la contestazione della titolarità del rapporto controverso si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata.

In tale prospettiva, l’effettiva titolarità passiva del rapporto giuridico controverso, poichè attiene al merito della controversia, rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata. Il suo difetto, pertanto, non può essere rilevato d’ufficio dal giudice, ma deve essere dedotto nei tempi e modi previsti per le eccezioni di parte e non può, quindi, essere sollevato per la prima volta in sede di legittimità (cfr. Cass.15/09/2008 n. 23670).

Nello specifico, per quanto innanzi detto, detta questione, attinente alla situazione giuridica sostanziale passiva, non risulta sia stata ritualmente formulata nel giudizio di merito, onde non può essere esaminata nella presente sede.

Esigenze di mera completezza espositiva, inducono, peraltro a fare richiamo anche agli ulteriori principi elaborati da questa Corte, che vanno qui ribaditi, in base ai quali (vedi ex aliis, Cass. 19/03/2014 n. 6352) l’omessa, incompleta o inesatta indicazione, nell’atto di citazione e nella relata di notificazione, del nominativo di una delle parti in causa, è motivo di nullità soltanto ove abbia determinato un’irregolare costituzione del contraddittorio o abbia ingenerato incertezza circa i soggetti ai quali l’atto era ‘stato notificato, mentre l’irregolarità formale o l’incompletezza nella notificazione del nome di una delle parti non è motivo di nullità se dal contesto dell’atto notificato risulti con sufficiente chiarezza l’identificazione di tutte le parti e la consegna dell’atto alle giuste parti; in tal caso, infatti, la notificazione è idonea a raggiungere, nei confronti di tutte le parti, i fini ai quali tende, così come verificatosi nel caso di specie, in cui i controricorrenti sono stati in grado di esplicare appieno il loro diritto di difesa.

Ciò detto, con il primo motivo di ricorso si denunzia violazione dell’art. 329 c.c., comma 2 e art. 2909 c.c.

Si stigmatizza la sentenza impugnata per aver omesso di considerare adeguatamente il contenuto nella sentenza di primo grado con riferimento alla esistenza del A.E.C. del 2001 fra le rispettive associazioni sindacali Anagina ed Ansaina, che si assume sia stata oggetto di accertamento positivo, non specificamene impugnato in via incidentale da parte convenuta, quindi ormai intangibile perchè coperto da giudicato.

Il motivo è privo di pregio.

Occorre premettere che il giudicato va assimilato agli “elementi normativi”, cosicchè la sua interpretazione deve essere effettuata alla stregua dell’esegesi delle norme e non già degli atti e dei negozi giuridici, essendo sindacabili sotto il profilo della violazione di legge gli eventuali errori interpretativi, e che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato (interno od esterno) con cognizione piena che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali, (Cass. Sez. U, 28/11/2007 n. 24664, Cass. 20/01/2006 n.1099).

E’ bene altresì ricordare, il principio affermato da questa Corte, e che va qui ribadito, secondo cui costituisce capo autonomo della sentenza, come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato (anche) interno, quello che risolva una questione controversa, avente una propria individualità ed autonomia, sì da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; la suddetta autonomia non solo manca nelle mere argomentazioni, ma anche quando si vetta in tema di valutazione di un presupposto necessario di fatto che, unitamente ad altri, concorra a formare un capo unico della decisione (vedi Cass. 17/5/2001 n. 6757, Cass. 5/9/2005 n. 17767).

Orbene, applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, va rilevato che nessuna statuizione suscettibile di cristallizzazione secondo i dettami sanciti dall’art. 324 c.p.c. è ravvisabile nella sentenza resa dal giudice di prima istanza. Il tema della esistenza dell’A.E.C. 2001 invocato dal ricorrente, non è stato affrontato nella pronuncia di primo grado, riprodotta in parte in ricorso, secondo il principio di autosufficienza. La stessa si è infatti limitata a statuire in ordine alla applicabilità al rapporto de quo, esclusivamente dell’A.E.C. 1986, esprimendo ulteriori considerazioni in tema di ritualità e tempestività delle deduzioni formulate al riguardo dal M. che non riverberano alcun effetto in ordine alla effettiva conclusione fra le associazioni sindacali, di un accordo collettivo nell’anno 2001. Alla stregua delle considerazioni esposte, detto primo motivo va, pertanto, disatteso.

Con il secondo mezzo di impugnazione si deduce violazione degli artt. 115-116 c.p.c. e art. 2702 c.c..

Si critica la sentenza impugnata per aver denegato riconoscimento al diritto alla indennità di fine rapporto relativamente alle provvigioni percepite dai subagenti locali, nonostante rinvenisse fondamento ex actis negli allegati ai contratti stipulati nel 1982 e nel 2001.

La censura va disattesa per le ragioni di seguito esposte.

Va infatti, rimarcato che i giudici dell’impugnazione hanno proceduto ad una puntuale disamina del quadro probatorio delineato in prime cure, avendo modo di argomentare che il vantato diritto del M. non poteva rinvenire fondamento alcuno nel contratto inter partes del 2001, che di tale accordo non recava menzione, neanche all’allegato alla lettera di nomina relativa all’anno 1983 con il quale si conveniva che, nelle zone affidate al M. con compiti produttivi, qualora l’agente locale o il subagente, non richiedesse alcun indennizzo, questo sarebbe stato riconosciuto come se detto portafoglio fosse stato gestito ed incassato da lui.

In proposito, può richiamarsi il principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte e che va qui ribadito, secondo cui in tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (vedi Cass. 10/2/2015 n. 2465).

Nello specifico la Corte distrettuale ha proceduto ad una approfondita disamina dell’articolato compendio probatorio, con motivazione esente da vizi logici e corretta sul piano giuridico, non mancando di rilevare che il ricorrente non aveva fornito alcuna prova dell’esistenza degli elementi costitutivi del suo asserito diritto, non avendo dimostrato nè l’identità dei collaboratori ai quali faceva riferimento, nè delle clausole utilizzate per calcolare le indennità oggetto di rivendicazione, onde resiste alle censure all’esame.

Il governo delle spese del presente giudizio di legittimità segue, infine, il regime della soccombenza nella misura in dispositivo liquidata, dandosi atto della sussistenza delle condizioni richieste dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte ricorrente, a titolo di contributo unificato, dell’ulteriore importo pari a quello versato per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 agosto 2016

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