Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1709 del 24/01/2018


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 1709 Anno 2018
Presidente: CHINDEMI DOMENICO
Relatore: DELLI PRISCOLI LORENZO

SENTENZA

sul ricorso 3053-2012 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende;
– ricorrente contro

2017
1823

ROSANO CRESCENZO, DELLA PERUTA ADELE, elettivamente
domiciliati in ROMA VIA CASILINA 1294, presso lo
studio

dell’avvocato

rappresentati

e

ANTONELLA

difesi

CONTI

dall’avvocato

PIROZZI giusta delega a margine;

CIPRIANI,
GIAMPIETRO

Data pubblicazione: 24/01/2018

- controricorrentí –

avverso il provvedimento n. 16/2011 della
COMM.TRIB.REG. di NAPOLI, depositata il 24/01/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 20/12/2017 dal Consigliere Dott. LORENZO

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. SERGIO DEL CORE che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avvocato PALATIELLO che ha
chiesto l’accoglimento;
udito per i controricorrenti l’Avvocato RAUCCIO per
delega dell’Avvocato PIROZZI che si riporta al
controricorso e chiede il rigetto, deposita
certificato di morte di DELLA PARUTA ADELE.

DELLI PRISCOLI;

FATTI DI CAUSA
I contribuenti Adele Della Peruta e Crescenzo Rosano, con ricorso
depositato il 15 aprile 2008, proponevano opposizione avverso una
cartella di pagamento loro notificata il 24 gennaio 2008 e relativa
all’anno 2001, derivante da avviso di liquidazione per omesso

dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. I ricorrenti contestavano
la cartella evidenziando che trattavasi di una richiesta di un
pagamento per una stessa somma già versata dalla Banca di Roma in
data 9 novembre 2004.
L’Agenzia delle entrate, costituitasi in giudizio, non negava
quest’ultima circostanza, ma evidenziava che la stessa banca, non
ritenendosi soggetta al pagamento, aveva proposto ricorso con
richiesta di rimborso.
La Commissione Tributaria Provinciale di Caserta, con sentenza n.
02/17/09, accoglieva il ricorso ritenendo la pretesa di cui alla cartella
impugnata non dovuta perché già corrisposta da altri coobbligati.
L’Agenzia delle entrate, proponeva appello riproponendo le stesse
ragioni prospettate al giudice di primo grado; analogamente i
contribuenti, nel costituirsi in giudizio, contestavano i motivi d’appello
per mezzo degli stessi argomenti con i quali avevano originariamente
sollevato il ricorso.
La Commissione Tributaria Regionale della Campania, con sentenza n.
16/45/11, depositata il 24 gennaio 2011, rigettava l’appello,
ritenendo che i motivi di doglianza dell’Agenzia dell’entrate non
evidenziassero nulla di nuovo rispetto a quanto già vagliato e deciso
dai primi giudici, evidenziando che quanto richiesto con la cartella
impugnata costituisse un indebito arricchimento stante il pagamento
dell’imposta da parte di altri coobbligati.

versamento della registrazione della sentenza n. 3653/2001, emessa

L’Agenzia delle entrate proponeva ricorso, ritualmente notificato,
affidato ad un motivo; i contribuenti resistevano con controricorso.
RAGIONI DELLA DECISIONE
Con l’unico motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 cod. proc.
civ., comma 1, n. 3, la ricorrente Agenzia delle entrate deduce

rilevando che il contenzioso in Cassazione con la Banca di Roma (ora
Unicredit) si è risolto con l’ordinanza della stessa Corte di Cassazione
n. 10880 del 18 maggio 2011, sfavorevole all’Ufficio in quanto,
aderendo alla tesi della Banca di Roma, ha cassato la sentenza
impugnata e, decidendo nel merito, ha accolto il ricorso introduttivo
della stessa Banca, la quale riteneva che l’atto dovesse essere
registrato a tariffa fissa e non proporzionale ai sensi dell’art. 8 della
parte prima della tariffa allegata al d.P.R. 26 aprile 1981, n. 131.
Pertanto, poiché la sentenza della Commissione Tributaria Regionale
ha stabilito che nulla era dovuto dalle parti, atteso che l’imposta era
stata già pagata dalla Banca di Roma, la sopravvenuta sentenza della
Cassazione avrebbe fatto venire meno il presupposto su cui si
fondava la sentenza impugnata. Di conseguenza fondata sarebbe la
pretesa dell’Agenzia delle entrate nei confronti dei contribuenti,
almeno per la differenza tra la tassa fissa, pagata dalla Banca di
Roma, e quella proporzionale richiesta con la cartella di pagamento.
I contribuenti eccepiscono l’inammissibilità del ricorso in quanto non
sarebbe denunciabile per cassazione ex art. 360 cod. proc. civ.,
comma 1, n. 3 – parametro che implicherebbe necessariamente un
problema interpretativo di una norma – l’erronea ricostruzione della
fattispecie concreta per il sopraggiungere di un presunto fatto che
astrattamente potrebbe interferire con la fattispecie. Nel merito
affermano l’infondatezza del ricorso in quando non si
comprenderebbe come i giudici di appello avrebbero errato

violazione e falsa applicazione degli artt. 2033 e 2909 cod. civ.,

nell’applicare gli artt. 2033 e 2909 cod. civ., atteso che le motivazioni
della sentenza impugnata non hanno nulla a che fare con tali norme.
Il ricorso va rigettato.
Il ricorso è ammissibile perché, anche se in maniera piuttosto
confusa, l’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione

cui all’art. 360, comma 1, cod. proc. civ., né determina
l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo
sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato (Cass. 7
novembre 2017, n. 26310): nel caso di specie si evince che il
ricorrente, anziché ad una violazione di legge, ha voluto in realtà
lamentare, in un unico motivo di doglianza, una violazione del n. 5
del suddetto articolo, per omesso esame di fatto decisivo per il
giudizio, ossia la sentenza della Cassazione n. 10880 del 2011.
Tuttavia nel merito il ricorso va rigettato perché, anche a
prescindere dal fatto che il provvedimento della Cassazione non è
stato oggetto di discussione fra le parti nei gradi di merito, deve
evidenziarsi la circostanza che tale sentenza non ha esentato la Banca
di Roma dal pagamento ma si è limitata ad accogliere la tesi di
quest’ultima nella parte in cui l’atto va registrato a tariffa fissa e non
proporzionata, con la conseguenza che la ragione fondante della
sentenza impugnata – ossia il fatto che il pagamento non fosse
dovuto perché già effettuato da un altro soggetto, la banca – rimane
pienamente valida.
Nel ricorso dell’Agenzia delle entrate inoltre neppure si fa
menzione alla circostanza che, a seguito della sentenza n. 10880 del
2011, si è formato il giudicato esterno sulla debenza dell’imposta:
ancorché la sentenza della Cassazione n. 10880 del 2011 faccia
riferimento a soggetti diversi, il ricorrente avrebbe potuto

//A

non osta alla sua riqualificazione e sussunzione in altre fattispecie di

infatti avvalersene dal momento che la questione della debenza
dell’imposta (in misura fissa o proporzionale) è comune a tutti i
soggetti. Tuttavia la sentenza pronunciata tra il creditore ed uno dei
coobbligati in solido, se passata in giudicato, può acquistare efficacia
nei confronti degli altri condebitori ex art. 1306, comma 2, cod. civ.,

sempre che la sentenza non sia fondata su ragioni personali), mentre
nel caso di specie il ricorrente ha invocato la violazione dell’art. 2909
cod. civ., secondo cui la cosa giudicata fa stato ad ogni effetto solo
fra le parti, ed è escluso che l’efficacia extrasoggettiva del giudicato
prevista dal citato art. 1306 cod. civ. possa essere rilevata d’ufficio
(Cass. 21 dicembre 2011, n. 27906).
Alla stregua delle considerazioni che precedono si impone il rigetto
del ricorso; le spese seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del presente giudizio, che liquida in Euro 6.000,00, oltre a
spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 20 dicembre
2017.
Il Consigliere estensore
Lorenzo Delli Priscoli

Il Presidente
Domenico Chindemi
2

solo se questi sollevino tempestivamente la relativa eccezione (e

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