Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17063 del 11/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 11/07/2017, (ud. 21/03/2017, dep.11/07/2017),  n. 17063

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24689-2015 proposto da:

M.F.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

GERMANICO 197, presso lo studio dell’avvocato ALBERTO MEZZETTI, che

lo rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MA.GI., elettivamente domiciliato in ROMA,

CIRCONVALLAZIONE TRIONFALE 77, presso lo studio dell’avvocato

SALVATORE INTORRE, che lo rappresenta e difende giusta procura a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4026/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/03/2017 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI ANNA MARIA che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato ALBERTO MEZZETTI;

udito l’Avvocato SALVATORE INTORRE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.F.S., quale procuratore ad litem dell’avv. M.M., chiese ed ottenne dal Tribunale di Roma decreto ingiuntivo, per il pagamento di compensi professionali, nei confronti della società VIBE s.r.l.. Detto decreto venne opposto dall’avv. Ma.Gi., n.q. di custode giudiziario della società ingiunta. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 19097/07, rilevando che l’avv. Ma. era soltanto custode giudiziario delle quote sociali della VIBE s.r.l. e non anche della società, rilevò l’inammissibilità dell’opposizione per difetto di legittimazione attiva, condannando l’opponente alla rifusione delle spese processuali in favore del procuratore antistatario dell’opposto, avv. M.F.S..

In virtù di tale titolo, questi avviò pertanto pignoramento presso terzi nei confronti dell’avv. Ma. in proprio, per l’importo di Euro 12.000,00.

Quest’ultimo propose opposizione all’esecuzione per pretesa inesistenza di titolo esecutivo nei suoi confronti, ma il Tribunale di Roma, con sentenza n. 24959/09, la rigettò, riconoscendo il diritto del M. di procedere ad esecuzione forzata in forza del detto titolo; tuttavia, la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 3.7.2015, in totale riforma della sentenza di primo grado, accolse l’opposizione.

Ricorre ora per cassazione M.F.S., affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso Ma.Gi..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, deducendo “Mancata integrazione del contraddittorio necessario con la soc. VIBE ex art. 102 c.p.c. – Nullità dell’intero procedimento (art. 360 c.p.c., n. 3)”, si sostiene la nullità del giudizio, e quindi della sentenza, per la mancata integrazione del contraddittorio con la società VIBE s.r.l., asseritamente litisconsorte. Ciò perchè il Ma., nelle sue difese, ha sempre sostenuto la diversità tra la sua sfera economica e quella della stessa società, e ancora perchè il custode giudiziario risponde direttamente degli atti compiuti in tale veste. Si imporrebbe, quindi, la cassazione della sentenza d’appello, con rinvio al giudice di primo grado.

1.2 – Con il secondo motivo, deducendo “Violazione art. 102 c.p.c. – Competenza del giudice ad ordinare la integrazione (art. 360 c.p.c., n. 3)”, si censura la decisione impugnata laddove si sostiene che, se il M. avesse preteso la partecipazione della VIBE s.r.l. al giudizio, ben avrebbe potuto chiederne la chiamata in causa. Al contrario, afferma il ricorrente che, in caso di litisconsorzio necessario, la chiamata deve avvenire iussu iudicis, sicchè al riguardo avrebbe dovuto provvedere lo stesso giudice. La decisione impugnata, quindi, sarebbe erronea.

1.3 – Con il terzo motivo, testualmente deducendo “posizione del creditore antistatario e sua estraneità al concetto di parte del giudizio – violazione art. 93 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3)”, si sostiene in via subordinata che il procuratore antistatario non può mai assumere la qualità di parte nel giudizio e, quindi, non può essere condannato alle spese in proprio. Erroneamente, quindi, la Corte d’appello avrebbe posto le spese processuali a suo carico.

2.1 – I motivi, da esaminarsi congiuntamente, stante l’intima connessione, sono palesemente infondati.

2.2.1 – Nella specie, l’avv. Ma. in proprio propose opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. avverso il pignoramento presso terzi avviato dall’avv. M. nei suoi confronti, negando che questi fosse in possesso di idoneo titolo esecutivo. In particolare, il Ma. ha contestato di poter subire, in proprio, gli effetti della decisione n. 16097/07 resa dal Tribunale di Roma, che aveva escluso la legitimatio ad opponendum dello stesso Ma., n.q. di custode giudiziario delle quote sociali della VIBE s.r.l., spettando tale potere soltanto al competente organo sociale, e conseguentemente aveva condannato l’opponente alla rifusione delle spese di lite, con distrazione in favore del procuratore antistatario, avv. M.F.S..

Pertanto, è di solare evidenza che, in considerazione del petitum e della causa petendi dell’opposizione proposta dal Ma., il contraddittorio sia assolutamente integro, perchè la VIBE s.r.l. non avrebbe alcun titolo per partecipare al giudizio, non sussistendo alcun litisconsorzio necessario: il debitore esecutato ha semplicemente negato che il M., in forza di quel titolo esecutivo, potesse legittimamente sottoporre a pignoramento suoi crediti, e ciò conformemente alla previsione dell’art. 615 c.p.c., che individua l’essenza dell’opposizione all’esecuzione nella contestazione del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata (v. Cass. n. 5146/1991, in motivazione). Tale considerazione travolge, quindi, anche il secondo motivo, concernente una (pretesa, ma) insussistente necessità di integrare il contraddittorio iussu iudicis, perchè la posizione della VIBE s.r.l. – delle cui quote sociali l’avv. Ma. era custode – resta sullo sfondo, quale effettiva debitrice delle somme originariamente portate dal decreto ingiuntivo inammissibilmente opposto dalla Custodia Giudiziaria della VIBE s.r.l. e, quindi, passato in giudicato. La Corte d’appello capitolina, con la sentenza qui impugnata (p. 7), ha invece ritenuto che la “condanna dell’opponente” alla rifusione delle spese di lite, resa dal Tribunale di Roma con la sentenza n. 16097/07, con distrazione delle spese in favore dell’avv. M., non possa riferirsi all’avv. Ma. in proprio, bensì alla Custodia Giudiziaria delle quote sociali della VIBE s.r.l., in quanto rappresentativa di un patrimonio separato, centro autonomo di imputazione di rapporti giuridici attivi e passivi.

Ed è assai significativo che questa specifica statuizione non sia stata oggetto della benchè minima censura (neanche in subordine, stante il carattere assorbente dei primi due motivi), da parte dell’odierno ricorrente.

2.2.2 – Il terzo motivo, proposto in via gradata, è poi davvero eccentrico. La dottrina e la giurisprudenza (in particolare, Cass. n. 23444/2014; Cass. n. 11192/2015) invocate dal ricorrente a sostegno della negata qualità di parte del giudizio in capo al procuratore antistatario, e come tale, quindi, non assoggettabile alla condanna alle spese di lite, fanno ovviamente riferimento al giudizio a quo (ossia, a quello in cui è stata svolta l’attività difensiva che ha giustificato la pronuncia ex art. 93 c.p.c.), e non certo al giudizio in cui lo stesso procuratore antistatario, che abbia agito esecutivamente, si veda contestato il diritto di procedere ad esecuzione forzata, come avvenuto nella specie.

Non occorre spendere troppi argomenti per poter affermare che, senza alcun dubbio, colui che abbia eseguito un pignoramento, affermandosi creditore in forza di un titolo esecutivo, sia il naturale soggetto legittimato passivo nel giudizio di opposizione all’esecuzione proposto dal preteso debitore, e debba quindi rispondere delle conseguenze per il caso in cui resti soccombente all’esito della lite. A piena ragione, quindi, la Corte d’appello ha condannato il M. alla rifusione delle spese giudiziali.

3.1 – La Corte ritiene, altresì, di dover disporre, d’ufficio (il timido accenno al “temerario ricorrente” contenuto sub 3 delle conclusioni del controricorso non può, infatti, interpretarsi come formulazione della relativa domanda) la condanna del ricorrente per avere agito quanto meno con colpa grave, ai sensi dell’abrogato art. 385 c.p.c., comma 4, applicabile ratione temporis al presente giudizio.

Quest’ultimo è infatti iniziato in primo grado nel 2007, ed il ricorso per cassazione è stato proposto nel 2015. Ad esso, pertanto, è applicabile l’art. 385 c.p.c., comma 4, a norma del quale “quando pronuncia sulle spese, anche nelle ipotesi di cui all’art. 375, la Corte, anche d’ufficio, condanna, altresì, la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”. Tale norma è stata infatti aggiunta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 13 e, per espressa previsione dell’art. 27, comma 2, del medesimo decreto, si applica ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze pubblicate a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto medesimo, avvenuta il 2 marzo 2006. L’art. 385 c.p.c., comma 4, è stato abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 20. Tuttavia, per espressa previsione dell’art. 58 della stessa legge, “le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile (…) si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”, vale a dire dopo il 4.7.2009. Nel presente giudizio è pertanto applicabile ratione temporis l’art. 385 c.p.c., comma 4, (come gà ritenuto da Cass. n. 22812/2013, in motivazione), in quanto: a) il ricorso per cassazione ha ad oggetto una sentenza pronunciata dopo il 2.3.2006; b) essendo il giudizio in primo grado iniziato prima del 4.7.2009, ad esso non si applica l’abrogazione dell’art. 385 c.p.c., comma 4, disposta dalla L. n. 69 del 2009.

Vèsolo da aggiungere, per completezza ed a maggior conforto di quanto segue, che il precetto gà contenuto nell’art. 385 c.p.c., comma 4, per i giudizi introdotti dopo il 4 luglio 2009 non è stato soppresso, ma semplicemente trasferito nell’art. 96 c.p.c., comma 3 come novellato dalla citata L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 12,. Scelta, quest’ultima, la quale palesa la evidente volontà del legislatore non solo di tenere fermo il principio medesimo, ma anzi di rafforzarlo, spostando la relativa previsione in una disposizione di carattere generale ed applicabile a qualsiasi tipo di giudizio.

4.1.1 – a chiarito quanto alle norme applicabili, deve rilevarsi che l’odierno ricorrente, nel proprio ricorso, ha sostenuto, come gà detto, tesi la cui insostenibilità emerge ictu oculi e si espande ben oltre una “normale” infondatezza: da un lato, il M. ha infatti sostenuto la nullità della decisione perchè resa a contraddittorio non integro (occorrendo, a suo dire, evocare in giudizio un terzo, la VIBE s.r.l.), senza tener conto della natura e funzione del giudizio di opposizione all’esecuzione; dall’altro, ha addirittura negato di essere “parte in senso processuale” di questo giudizio (v. ricorso, p. 9) in quanto procuratore antistatario, affermando conseguentemente di non poter essere assoggettato alla condanna alle spese di lite.

Si tratta di tesi manifestamente strumentali, che si infrangono contro la piana lettura delle norme processuali prima ancora che contro gli indiscussi orientamenti giurisprudenziali della Corte di legittimità.

4.1.2 – Quanto alla prima tesi (ossia, quella della pretesa non integrità del contraddittorio), la basilare conoscenza della struttura sia del processo esecutivo, regolato dal Libro 3^ del codice di rito, sia delle cc.dd. parentesi cognitive che in esso si innestano con le opposizioni esecutive (artt. 615, 617, 619 e 512, c.p.c.), non plò lasciar dubbi nell’interprete circa l’individuazione delle parti necessarie del processo. O meglio, potrebbe forse dirsi “scusabile” un errore di tal natura riguardo alle opposizioni in genere, ma non certo riguardo all’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., comma 2, come quella che qui occupa, qualora il soggetto che si pretenderebbe pretermesso sia totalmente estraneo al procedimento esecutivo in cui si innesta l’opposizione: non è un caso che, nella giurisprudenza di questa Corte, si rinvengano numerosissimi precedenti sul tema del litisconsorzio in materia di opposizione agli atti esecutivi, di opposizione di terzo all’esecuzione, o di opposizioni distributive, ma assai pochi in tema di litisconsorzio nell’opposizione all’esecuzione c.d. successiva, proprio perchè i contendenti – specie rispetto alla causa petendi – sono individuabili quasi in modo obbligato, ponendosi eventualmente il dubbio sul se il contraddittorio debba essere esteso anche ai creditori intervenuti, siano essi titolati o meno, ma non mai ad un soggetto estraneo al procedimento esecutivo (si veda, sul piano generale, oltre alla gà citata Cass. n. 5146/1991, anche Cass. n. 3695/1984. In tema di espropriazione immobiliare contro il terzo proprietario, ex art. 602 c.p.c., v. Cass. n. 4607/1994; Cass. n. 19562/2004; Cass. n. 6546/2011. Ancora nell’espropriazione immobiliare, per il caso di cessione del credito, v. Cass. n. 8935/2009; Cass. n. 12035/2010; Cass. n. 3056/2011. Per il caso in cui l’opposizione all’esecuzione sia fondata sulla estinzione del processo esecutivo, v. Cass. n. 806/1981; Cass. n. 13476/2011).

Con specifico riferimento al pignoramento presso terzi, è poi consolidato l’orientamento secondo cui anche il terzo pignorato deve ritenersi parte necessaria del giudizio di opposizione ex art. 615 c.p.c. (unitamente al creditore procedente e al debitore esecutato), ma ozi5 solo qualora venga in rilievo la validità del pignoramento, oppure quando egli possa avere interesse all’accertamento dell’avvenuta estinzione del suo debito prima della notifica del pignoramento (Cass. n. 9571/1997; Cass. n. 10321/1997; Cass. n. 11558/2003; Cass. n. 14106/2005; Cass. n. 11360/2006; Cass. n. 11928/2006; Cass. n. 11585/2009; Cass. n. 13191/2015).

In sostanza, anche a prescindere dagli effetti che sulla giurisprudenza prima richiamata possono derivare dall’insegnamento di Cass., Sez. Un., n. 61/2014, che ha affermato l’autonomia di ciascuna azione esecutiva svolta sia dal creditore pignorante, che dai creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo (questione che qui comunque non rileva, non risultando che nella procedura N. 38752/07 R.G.E., avviata dal M., fosse intervenuto alcun altro creditore), nessun equivoco pubi invece porsi, in subiecta materia, circa l’individuazione delle parti necessarie del giudizio, ove si pretenda di coinvolgere, come nella specie, un soggetto totalmente estraneo all’esecuzione. Infatti, come più volte evidenziato, secondo il M., preteso litisconsorte pretermesso sarebbe non già il terzo da lui pignorato in seno al detto procedimento, o al limite un creditore intervenuto, bensì un soggetto al di fuori del detto procedimento, la VIBE s.r.l., appunto, che a suo dire avrebbe dovuto parteciparvi perchè il Ma. – nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo – aveva svolto una attività processuale ad essa società riferibile (v. ricorso, pp. 6-7). Il che, a ben vedere, costituisce anche implicito riconoscimento del fatto che il titolo esecutivo per cui è causa non sia riferibile all’avv. Ma. in proprio.

4.1.3 – Ancor più ardita è la tesi sostenuta col terzo motivo.

Di ciò si è ampiamente detto nella relativa trattazione (v. supra, par. 2.2). Qui basti solo aggiungere che, a portare alle estreme conseguenze il ragionamento seguito dal M., il procuratore antistatario che agisca per il recupero coattivo delle somme portate nella sentenza che dispone ex art. 93 c.p.c. non potrebbe mai andare soggetto alle conseguenze processuali, anche in tema di soccombenza, ex artt. 91 e ss. c.p.c., qualora la sua pretesa si rivelasse infondata: è evidente che, a meno che la legge non disponga diversamente (si veda, ad es., la speciale disciplina dettata dall’art. 152 disp. att. c.p.c., per i giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali), non può configurarsi alcuna esenzione per chi agisca o resista in giudizio rispetto alla regola della causalitàe della soccombenza, avente portata generale.

4.2 – Conclusivamente, il ricorso è rigettato.

Le caratteristiche dello stesso ricorso conducono ad ulteriori riflessioni.

4.3 – La Corte ben conosce l’orientamento secondo cui la mera infondatezza in iure delle tesi prospettate in sede di legittimità non può di per integrare gli estremi della responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. (Cass., Sez. Un., n. 25831/2007).

Questo profilo, tuttavia, per un verso non viene qui in rilievo, e per altro verso deve ritenersi superato.

4.3.1 – Esso, innanzitutto, non rileva nella specie. Infatti, sè vero che proporre un ricorso per cassazione rivelatosi infondato, di per non costituisce indice di colpa grave ex art. 385 c.p.c., comma 4, (ovvero, oggi, ex art. 96 c.p.c., u.c.), è del pari vero che in questa sede si è rilevata non gia la mera infondatezza, ma la totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nel ricorso: pertanto, detta insostenibilità finisce per costituire un indizio dal quale risalire, ex art. 2727 c.c., alla sussistenza di colpa grave, consistita come già detto nell’ignorare, senza alcun atteggiamento consapevole o critico, le interpretazioni consolidate delle norme anche processuali.

4.3.2 – Un tale indirizzo – secondo cui sostenere tesi infondate in sede di legittimità non sarebbe di per sè indice di “colpa grave”, ai fini della condanna per responsabilità aggravata – oggi non è più coerente, nè con la natura e la funzione del giudizio di legittimità, nè col quadro ordinamentale.

Nonè coerente con le prime, perchè non considera che il legislatore, negli ultimi anni, ha proceduto ad un progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia assegnato alla Corte di cassazione: sono dimostrazione di questa tendenza, ad esempio, l’art. 360 bis c.p.c., n. 1), il quale sanziona con la dichiarazione di “inammissibilità” (rectius, manifesta infondatezza) il ricorso che censuri un orientamento consolidato, senza offrire elementi per sostenerne il mutamento; la novella dell’art. 363 c.p.c., comma 1, che ha ampliato il novero dei casi in cuiè consentito alla Corte di pronunciare il principio di diritto nell’interesse della legge; od ancora all’introduzione dell’art. 374 c.p.c., comma 3, che inibisce alle singole sezioni della Corte di cassazione di porsi in contrasto con gli orientamenti delle Sezioni Unite, senza previamente rimettere la questione a queste ultime; o, infine, l’ultima riforma che ha investito il giudizio di cassazione (d.l. 31.8.2016, n. 168, conv. con modd. in L. 25 ottobre 2016, n. 197), che ha enfatizzato la funzione della pubblica udienza, riservata alla trattazione dei ricorsi con valenza nomofilattica, introducendo al contempo la previsione dell’adunanza camerale di sezione per la trattazione dei ricorsi non rientranti nei parametri della c.d. sezione filtro, ma pur sempre attinenti all’jus litigatoris e non, invece, all’jus constitutionis.

Da queste modifiche emerge l’intento del legislatore di rafforzare e qualificare la funzione di legittimità e il suo scopo di nomofilachia, intento che resterebbe ovviamente frustrato se la Corte non fosse investita solo di ricorsi che meritino e rendano necessario il suo intervento.

L’orientamento in discussione, poi, non è coerente neppure col mutato quadro ordinamentale, perchè non tiene conto: a) del principio di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., che impone interpretazioni delle norme processuali idonee a rendere più celere il giudizio. Infatti la celerità del giudizio di legittimità, concentrato comè in una sola udienza, dipende non tanto e non solo dalle norme processuali che disciplinano il giudizio di impugnazione, ma anche e soprattutto dal numero di giudizi manifestamente infondati pendenti dinanzi la Corte. E’ dunque evidente che la proposizione di ricorsi privi di qualsiasi ragionevole chance di accoglimento ha l’effetto di impedirle la celere decisione di quelli che, fondati od infondati che siano, pongano questioni le quali richiedano un intervento correttivo o nomofilattico del giudice di legittimità; b) del principio che considera illecito l’abuso del processo, ovvero il ricorso ad esso con finalità strumentali (ex multis, da ultimo, Cass. n. 5677/2017); c) del principio secondo cui le norme processuali vanno interpretate in modo da evitare lo spreco di energie giurisdizionali (così, recentemente, Cass., Sez. Un. n. 12310/2015, in motivazione).

Ed è, da ultimo, utile ricordare che in ogni caso, l’indirizzo più sopra ricordato risulta essere stato abbandonato dalle decisioni più recenti di questa Corte, che si sono allineate al diverso principio qui affermato (si vedano, tra le tante, oltre a quelle prime richiamate, anche Cass. n. 817/2015; Cass. n. 4930/2015; Cass. n. 15030/2015).

4.4 – Deve dunque concludersi che, dovendo ritenersi proposto il ricorso in esame quanto meno con colpa grave, il ricorrente deve essere condannato d’ufficio al pagamento in favore del controricorrente, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata in base al valore della controversia.

Tale somma va liquidata assumendo a parametro di riferimento l’importo delle spese dovute alla parte vittoriosa per questo grado di giudizio, aumentata della metà, e nella specie può essere fissata in via equitativa ex art. 1226 c.c. nell’importo di Euro 5.000,00, oltre interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza.

5.1 – In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza del ricorrente. Questi va infine condannato al pagamento, in favore del controricorrente, della ulteriore somma di Euro 5.000,00, per aver agito con colpa grave.

In relazione alla data di proposizione del ricorso per cassazione (successiva al 30 gennaio 2013), può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre rimborso forfetario nella misura del 15%, oltre esborsi liquidati in Euro 200,00, oltre accessori di legge. Condanna altresì il ricorrente al pagamento, in favore del resistente, della somma di Euro 5.000,00, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 4.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza del presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 21 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2017

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