Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17041 del 13/08/2020

Cassazione civile sez. trib., 13/08/2020, (ud. 26/02/2020, dep. 13/08/2020), n.17041

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3181-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

F.D., rappresentato e difeso dall’Avvocato ELEONORA DELLA

RINA e dall’Avvocato DIANA RULLI, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE DEI PARIOLI 63, presso lo studio dell’avvocato DIANA RULLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 99/2013 della COMM. TRIB. REG. di PERUGIA,

depositata il 15/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/02/2020 dal Consigliere Dott. LUCIO NAPOLITANO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate notificò al sig. F.D. tre avvisi di accertamento con i quali accertò sinteticamente, rispetto a quanto risultante dalle relative dichiarazioni per ciascun anno d’imposta, maggior imponibile ai fini IRPEF rispettivamente per gli importi di Euro 104.624,00 per l’anno 2006, Euro 103.606,00 per l’anno 2007 ed Euro 101.441,00 per l’anno 2008, sulla base dei costi di gestione per il possesso di beni indice, tra i quali quelli per autovetture di grossa cilindrata e di spese sostenute nel periodo 2006/2010 per incrementi patrimoniali, recuperando a tassazione le maggiori imposte dovute, oltre sanzioni ed interessi.

Il contribuente impugnò gli avvisi di accertamento dinanzi alla Commissione tributaria provinciale (CTP) di Perugia, che, riuniti i ricorsi, li rigettò.

La Commissione tributaria regionale (CTR) dell’Umbria, dinanzi alla quale il contribuente propose appello avverso la sentenza impugnata, accolse il gravame con sentenza n. 99/1/13, depositata il 15 luglio 213, non notificata, ritenendo che il contribuente avesse fornito prova idonea al superamento della presunzione legale relativa di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, nella sua formulazione applicabile ratione temporis al presente giudizio, segnatamente in ordine alla provenienza delle somme idonee a fronteggiare i costi altrimenti incompatibili con i redditi dichiarati, dal genero, di nome B.B., noto in arte come “(OMISSIS)”, che era per la maggior parte di detti beni l’effettivo proprietario, ritenendo che il contribuente fosse proprietario effettivo delle sole due unità immobiliari, una ad uso di abitazione e l’altra categoria C/6 di mq 17, in comunione con la moglie, e di un’autovettura FIAT PUNTO immatricolata nel 1998.

Avverso la suddetta sentenza della CTR dell’Umbria l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui il contribuente resiste con controricorso, ulteriormente illustrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo l’Agenzia delle Entrate denuncia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4 e 6, nella formulazione applicabile ratione temporis, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che la sentenza impugnata, nell’accogliere l’appello del contribuente avverso la pronuncia di primo grado, non avrebbe fatto corretta applicazione dei principi espressi in materia dalla giurisprudenza di questa Corte, ritenendo, a fronte della presunzione legale relativa di possesso di maggiori redditi non dichiarati, derivante dall’accertamento delle circostanze indicate ai commi 4, e 5, soddisfatta la prova, incombente al contribuente, unicamente in forza delle dichiarazioni di terzi, la figlia F.P. ed il coniuge di quest’ultima B.B., secondo cui era quest’ultimo l’effettivo titolare delle autovetture (fatta eccezione per la succitata FIAT PUNTO) il cui possesso, tra gli altri beni, aveva giustificato il c.d. accertamento redditometrico, che aveva acquistato, intestandole fittiziamente al suocero, con i proventi della sua attività di cartomante.

2. Con il secondo motivo l’Amministrazione ricorrente denuncia insufficiente motivazione e, comunque, “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, essendosi limitata la sentenza impugnata, salvo che per le dichiarazioni di terzi riportate nel processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, in sede di verifica parziale nei confronti della F.P., a richiamare in modo del tutto generico gli elementi istruttori che avrebbero avvalorato la tesi esposta dal contribuente, omettendo, di contro, non solo di valutare l’incidenza ai fini della legittimità dell’accertamento del possesso dei beni dei quali il contribuente non aveva disconosciuto la titolarità, ma anche di esaminare le ragioni esposte dall’Ufficio che avevano indotto, invece, il giudice di primo grado, a confermare la legittimità dell’accertamento.

3. Con il terzo motivo, infine, la ricorrente Agenzia delle Entrate denuncia nullità della sentenza e del procedimento per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo omesso la sentenza impugnata di pronunciare sulla domanda con la quale l’Ufficio, tanto nelle difese svolte in primo grado quanto nelle proprie controdeduzioni nei confronti del ricorso in appello del contribuente, aveva chiesto in subordine di accertare il maggior reddito presunto in capo al contribuente in base al possesso dei soli beni indice non contestati dal contribuente (l’abitazione in (OMISSIS) e la FIAT PUNTO).

4. Il primo motivo è fondato e va accolto.

4.1. Deve essere in primo luogo disattesa l’eccezione d’inammissibilità del motivo così come formulata dal controricorrente, atteso che l’Amministrazione non ha censurato in relazione al parametro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’accertamento di fatto svolto dal giudice di merito, ma ha correttamente denunciato la falsa applicazione della norma di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, nella sua formulazione applicabile ratione temporis al presente giudizio, in relazione ai principi affermati in materia dalla giurisprudenza di questa Corte riguardo all’oggetto ed all’ambito della prova contraria del contribuente idonea a superare la presunzione legale relativa di possesso di maggiori redditi non dichiarati, derivante dall’accertamento del possesso in capo al contribuente medesimo di beni indice di capacità contributiva e dal sostenimento nel periodo 2006-2010 di spese per incrementi patrimoniali, incompatibili con i redditi dichiarati.

4.2. L’Amministrazione finanziaria ricorrente ha, infatti, dedotto l’insufficienza, ai fini del soddisfacimento dell’onere probatorio incombente al contribuente, secondo i principi affermati da questa Corte in materia, della mera provenienza della provvista idonea al sostenimento delle relative spese da terzo, nel caso di specie il genero, sulla base della sola dichiarazione di questo e di quella della moglie, figlia del contribuente destinatario degli avvisi di accertamento dei quali si discute nella presente controversia.

4.3. Premesso che il citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, quale applicabile, ratione temporis, al presente giudizio, prevede che “Il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”, la doglianza è, in effetti fondata.

4.3.1. Questa Corte ha affermato che “In tema di accertamento sintetico del reddito, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, ove il contribuente deduca che la spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del loro possesso in capo al contribuente interessato all’accertamento, pur non essendo lo stesso tenuto, altresì, a dimostrare l’impiego di detti redditi per l’effettuazione delle spese contestate, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica (cfr., tra le altre, Cass. sez. 6-5, ord. 28 marzo 2018, n. 7757; Cass. sez. 5, 20 gennaio 2017, n. 1510; Cass. sez. 6-5, ord. 26 gennaio 2016, n. 1332; Cass. sez. 5, 26 novembre 2014, n. 25104).

4.3.2. Ne consegue che la sentenza impugnata, nel ritenere superata la presunzione legale relativa del possesso di maggiori redditi non dichiarati derivante dall’accertamento delle circostanze di cui al citato art. 38, commi 4 e 5, sulla base delle sole dichiarazioni di terzi sopra indicate, al più aventi valore meramente indiziario, senza alcun riferimento a documentazione che confermasse entità e durata del possesso della provvista atta a far fronte alle spese in questione, non ha fatto corretta applicazione del principio sopra trascritto, come più volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte in materia.

5. L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta l’assorbimento dei restanti motivi.

La sentenza impugnata deve essere dunque cassata, in accoglimento del primo motivo di ricorso, con rinvio della causa per nuovo esame alla Commissione tributaria regionale dell’Umbria in diversa composizione, che, nell’uniformarsi al principio di diritto innanzi trascritto, provvederà anche in ordine alla disciplina delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso in relazione al primo motivo, assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Commissione tributaria regionale dell’Umbria in diversa composizione, cui demanda anche di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 agosto 2020

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