Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17015 del 11/08/2016


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Cassazione civile sez. II, 11/08/2016, (ud. 07/04/2016, dep. 11/08/2016), n.17015

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24677-2011 proposto da:

Q.R. (OMISSIS), G.P. (OMISSIS),

C.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GERMANICO

172, presso lo studio dell’avvocato PIER LUIGI PANICI, rappresentati

e difesi dall’avvocato FRANCESCO DI CIOLLO;

– ricorrenti –

contro

M.A. (OMISSIS), D.C. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIALE ANGELICO 97, presso lo studio

dell’avvocato GENNARO LEONE, rappresentati e difesi dall’avvocato

CORRADO DE ANGELIS;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 3328/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/09/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2016 dal Consigliere Dott. COSENTINO ANTONELLO;

udito l’Avvocato FRANCESCO DI CIOLLO, difensore dei ricorrenti, che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 9.7.96 i signori M.A. e D.C. convennero davanti al tribunale di Latina i signori Q.R., G.P. e C.C., esponendo:

– di essere proprietari di un’autorimessa facente parte di un manufatto posto in un cortile interno di un edificio condominiale in (OMISSIS);

– che il suddetto manufatto era composto da due autorimesse contigue, una in loro proprietà e una in proprietà dei signori Q.R. e G.P.;

– che nel 1996 essi attori ed i signori Q. e G. avevano concordato l’esecuzione di lavori di restauro e consolidamento dell’intero manufatto composto dalle due autorimesse, risalente agli anni ‘60 ed ormai fatiscente, affidandone l’appalto alla ditta di cui lo stesso G.P. era contitolare;

che, in occasione di detti lavori, i signori Q. e G. avevano edificato un locale WC sul terreno retrostante il ripetuto manufatto (terreno in proprietà della sig.ra C.C., cognata di G.P.);

– che il menzionato locale WC era stato realizzato in appoggio ad una parete perimetrale del box degli attori, utilizzando tale parete per tutta la sua larghezza e altezza.

Sulla scorta di tali premesse i signori M. e D., lamentando la violazione delle distanze tra fabbricati, domandarono tra l’altro, per quanto qui ancora interessa, la condanna dei convenuti alla demolizione del ridetto locale WC, identificato con la lettera c) nella planimetria della consulenza di parte redatta dal geom. S., da loro prodotta.

I convenuti si costituirono opponendosi alla domanda e chiedendo, in via riconvenzionale, dichiararsi la legittimità del suddetto locale WC, in quanto parte di un’unica struttura, coperta da un unico solaio, realizzata con l’accordo di tutte le parti.

Il tribunale di Latina, disattesa ogni altra domanda, condannò C.C. ad eliminare il locale identificato con la lettera c) nella planimetria della consulenza di parte geom. S., in quanto realizzato in violazione della distanza di cui all’art. 873 c.c..

La sentenza del tribunale fu appellata in via principale dagli originari convenuti, signori C., Q. e G. e in via incidentale dagli orginari dagli attori, signori M. e D.. Gli appellanti principali chiesero l’accoglimento della domanda, da loro spiegata in via riconvenzionale nel giudizio di primo grado, di accertamento della liceità del nuovo manufatto, in quanto parte di un’unica struttura, coperta da un unico solaio, realizzata con l’accordo di tutte le parti; gli appellanti incidentali censurarono la sentenza di primo grado per aver disatteso la loro domanda risarcitoria e per aver pronunciato la condanna alla demolizione del manufatto nei confronti della sola signora C. e non anche nei confronti dei signori Q. e G..

La corte d’appello di Roma ha riformato la sentenza del tribunale: in parziale accoglimento dell’appello principale, ha limitato l’ordine di rimozione del locale identificato con la lett. c) della consulenza di parte geom. S. alla parte di detto locale collocata nella parte retrostante il manufatto in proprietà M./ D.; in parziale accoglimento dell’appello incidentale ha esteso il novero dei destinatari della pronuncia di condanna alla demolizione, emessa in primo grado nei confronti della sola sig.ra C., includendovi anche i signori Q. e G..

Avverso la sentenza di secondo grado propongono ricorso per cassazione, su due motivi, i signori Q., G. e C..

Resistono con controricorso i signori M. e D..

Il ricorso è stato discusso alla pubblica udienza del 7.4.16, per la quale non sono state depositate memorie illustrative ex art. 378 c.p.c., e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo mezzo di ricorso denuncia la nullità della sentenza per illogicità della motivazione e travisamento dei fatti. Il motivo – rubricato con riferimento all’art. 365 c.p.c., n. 4, ma, in effetti, riferibile al numero 5 dello stesso articolo (cfr. Cass. 4036/14: “L’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato”) – lamenta l’insufficienza della motivazione della sentenza gravata.

Secondo i ricorrenti la corte di appello di Roma non avrebbe valutato la circostanza che le parti si erano accordate per ristrutturare l’originaria manufatto degli anni ‘60 realizzando un unico locale da concedere in locazione, demolendo i muri divisori tra le proprietà ed edificando un bagno sul confinante terreno della sig.ra C.; tanto che il solaio di copertura dell’intero nuovo manufatto era stato appoggiato non sull’originario muro perimetrale della porzione in proprietà M. (rimosso dall’intervento edilizio e sostituito da un semplice tramezzo) bensì direttamente sul muro perimetrale del locale WC realizzato in ampliamento.

Il motivo è inammissibile perchè l’assunto secondo cui la corte territoriale non avrebbe, in sostanza, colto la portata dei lavori di ampliamento dell’intero manufatto realizzati per concorde volontà delle parti (trascurando la circostanza che, all’esito di tali lavori, il muro perimetrale che originariamente delimitava la porzione in proprietà M. era stato sostituito da un tramezzo divisorio tra tale porzione ed il nuovo locale WC) non attinge la ratio decidendi della sentenza gravata, che si fonda sull’assunto che nessuna deroga al regime delle distanze legali avrebbe potuto esser validamente pattuita se non per iscritto.

Con il secondo mezzo di gravame – non espressamente riferito ad alcuno dei motivi di ricorso per cassazione previsti dall’art. 360 c.p.c., ma palesemente riconducibile alla previsione di cui al numero 5 di detto articolo – i ricorrenti denunciano il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alle eseguibilità della condanna alla demolizione del nuovo manufatto per la sua parte adiacente la proprietà M./ D.. Tale pronuncia, secondo i ricorrenti, non terrebbe conto del fatto che la costruzione risultante dai lavori ha una statica unitaria, in quanto il cordolo perimetrale del solaio è unico e l’armatura del solaio è longitudinale, cosicchè l’ordine di demolizione pronunciato dal giudice territoriale sarebbe ineseguibile senza provocare il crollo dell’intera costruzione.

Il motivo è inammissibile perchè pone questioni che non riguardano le ragioni della decisione adottata dalla corte di merito nè attingono la relativa fondatezza, ma concernono le concrete modalità di esecuzione di tale decisione e devono trovare la loro soluzione in sede esecutiva.

Il ricorso va quindi in definitiva rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti a rifondere ai contro ricorrenti le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 600, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2016

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