Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16996 del 16/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 16/06/2021, (ud. 10/03/2021, dep. 16/06/2021), n.16996

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo M. – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. SAIJA S. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5521-2015 proposto da:

COSMEF IMMOBILIARE SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

BARBERINI 12, presso lo studio dell’avvocato ENRICO TONELLI,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE CAFORIO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1498/2014 della COMM. TRIB. REG. CALABRIA,

depositata il 08/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/03/2021 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA;

lette le conclusioni scritte del pubblico ministero in persona

dell’AVVOCATO GENERALE FRANCESCO SALZANO che ha chiesto che la Corte

di Cassazione voglia rigettare il ricorso con le conseguenze di

legge.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A seguito di invito a comparire del 30.10.2010, l’Ufficio di Cosenza chiese a Cosmef Immobiliare s.r.l. di fornire chiarimenti in ordine alla propria posizione finanziaria per l’anno d’imposta 2005, emettendo all’esito avviso di accertamento, con il quale veniva contestato induttivamente il maggior reddito di Euro 104.135,42, presi a base dall’Ufficio stesso per il calcolo delle maggiori IRES, IRAP e IVA, oltre sanzioni ed interessi, e ciò essendosi rilevate la mancata giustificazione di prelevamenti e versamenti effettuati sui conti correnti della società, la mancata emissione di una autofattura per l’acquisto di un terreno edificabile, nonchè la mancata emissione di fattura per la vendita di un appartamento, avvenuta nel 2010. La società propose istanza di accertamento con adesione, ma senza esito, sicchè impugnò in seguito l’avviso dinanzi alla C.T.P. di Cosenza, che accolse il ricorso con sentenza del 21.5.2012, annullando l’atto impugnato. La C.T.R. della Calabria, però, accolse l’appello dell’Ufficio – che aveva frattanto emesso un provvedimento di autotutela parziale, non notificato alla società ma solo allegato all’atto d’appello – con sentenza del 8.7.2014, dichiarando cessata la materia del contendere limitatamente alla pretesa tributaria oggetto dell’atto di autotutela e rigettando nel resto il ricorso.

Cosmef Immobiliare s.r.l. ricorre ora per cassazione, sulla base di tre motivi, illustrati da memoria, cui resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate. Il P.G. ha depositato conclusioni scritte.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, per aver la C.T.R. respinto l’eccezione di inammissibilità dell’appello per difetto di specificità delle censure.

1.2 – Con il secondo motivo, si denuncia vizio di motivazione, omesso esame di fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. La società si duole della decisione nella parte in cui la C.T.R. – avuto riguardo all’atto di annullamento parziale emesso in autotutela dall’Amministrazione – non ha preso atto della definitiva caducazione dell’avviso originariamente impugnato, dichiarando cessata la materia del contendere, ma applicando invece il principio sancito da Cass. n. 7335 del 2010, non pertinente rispetto alla fattispecie, giacchè l’Ufficio è intervenuto in autotutela (rideterminando la pretesa tributaria in corrispondenza della proposta avanzata alla società in sede di discussione dell’istanza di accertamento con adesione, all’epoca rifiutata dalla società stessa) rispetto ad un atto impositivo che frattanto era stato totalmente annullato dalla C.T.P. Il giudice non ha dunque motivato sulle eccezioni sollevate da essa società riguardo al provvedimento emesso in autotutela, peraltro oltre il termine di decadenza e neppure ad essa notificato. Ed in ogni caso, non s’è avveduto che l’originaria pretesa tributaria era stata completamente annullata, per effetto dell’attività dell’Ufficio, tendente a sanare ex post il grave deficit già rilevato dal primo giudice.

1.3 – Con il terzo motivo, si denuncia vizio di motivazione, omesso esame di fatto controverso e decisivo per il giudizio sotteso al D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32 e 39, nonchè violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. La società lamenta l’erroneità della decisione nella parte in cui la C.T.R. – ribaltando il giudizio espresso dal primo giudice – non ha tenuto conto della mancata contestazione da parte dell’Ufficio di tutti i fatti addotti e provati documentalmente a sostegno delle proprie difese, con il che dovevano intendersi superate le ragioni giustificative della ripresa fiscale concernente i versamenti e i prelevamenti dal conto corrente della società, nonchè gli acconti della compravendita del 2010 (v. anche infra). Ancora, la società lamenta l’erroneità della statuizione della C.T.R. nella parte in cui si era ritenuta assoggettabile ad IVA la compravendita di un terreno edificabile, giacchè il venditore P.B. aveva alienato il bene come privato e non nella qualità imprenditore agricolo. Quanto infine agli acconti per Euro 230.000,00 incassati nel 2005, si evidenzia che – poichè la vendita era stata perfezionata nel 2010 – la società aveva seguito il criterio di competenza, e non di cassa, e che la C.T.R., nell’accogliere il gravame dell’Ufficio, era incorsa in grave vizio motivazionale, non avendo spiegato perchè l’accertamento era da ritenersi fondato, in parte qua.

2.1 – Il primo motivo è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ancora assai di recente, è stato nuovamente affermato da questa Corte che “Il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione – che trova la propria ragion d’essere nella necessità di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte – trova applicazione anche in relazione ai motivi di appello rispetto ai quali siano contestati errori da parte del giudice di merito; ne discende che, ove il ricorrente denunci la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., conseguente alla mancata declaratoria di nullità dell’atto di appello per genericità dei motivi, deve riportare nel ricorso, nel loro impianto specifico, i predetti motivi formulati dalla controparte; l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare (a pena, appunto, di inammissibilità) il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, proprio per assicurare il rispetto del principio di autosufficienza di esso” (Cass. n. 29495 del 2020).

Nella specie, la ricorrente si duole del mancato ed erroneo rilievo, da parte della C.T.R., del difetto di specificità dei motivi dell’appello erariale, ma omette di riportare, almeno nello schematico contenuto essenziale, l’atto di gravame dell’Ufficio, limitandosi ad affermare l’assenza grafica di motivi d’impugnazione e l’assenza di censure alla prima decisione, avendo in tesi l’appellante meramente riproposto le questioni già sollevate in primo grado. Così facendo, è evidente come la ricorrente sia incorsa nella descritta causa di inammissibilità, non consentendo a questa Corte di appurare, dalla mera lettura del ricorso, la potenziale decisività del vizio denunciato.

3.1 – Con il secondo motivo, la società ricorrente denuncia un preteso deficit motivazionale, consistente nella omessa motivazione su determinate eccezioni da essa sollevate, nonchè l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente in tesi nella circostanza che l’Ufficio aveva emesso, coevamente alla proposizione dell’appello, un atto di annullamento parziale in autotutela.

Dette censure, in verità, si palesano inammissibili, perchè non consentite dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, noto essendo che – a seguito della riforma del 2012 – non può più essere proposto il vizio motivazionale della sentenza impugnata, sub specie di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio, come pare evidente abbia inteso fare l’odierna ricorrente (v. Cass., Sez. un., n. 8053/2014); nè, del resto, la circostanza dell’emissione dell’atto in autotutela può essere vagliata al lume della nuova disposizione, sia perchè attinente propriamente ad una “questione” e non già ad un fatto “storico”, principale o secondario, costitutivo del proprio diritto, ovvero modificativo o estintivo dell’altrui pretesa (v., ex multis, Cass. n. 22397 del 2019), sia perchè essa è stata effettivamente esaminata dalla C.T.R., sicchè non può in ogni caso configurarsi alcun omesso esame.

3.2 – Tuttavia, a ben vedere – lamentandosi l’erroneità della decisione impugnata nella parte in cui non ha pronunciato tout court la cessazione della materia del contendere, per effetto, a dire della ricorrente, dell’intervento in autotutela effettuato dall’Ufficio riguardo all’avviso impugnato (già peraltro totalmente annullato dalla C.T.P.), con conseguente sua sostituzione con il nuovo atto impositivo – con il mezzo in esame la ricorrente si duole di un vero e proprio error in procedendo (così, specificamente riferito al contenzioso tributario, Cass. n. 18054 del 2008; sul contenzioso in generale, analogamente, Cass. n. 6617 del 2012), il che implica anzitutto l’ammissibilità della censura, sotto il profilo in esame, consentendo anche alla Corte l’accesso diretto agli atti, quale giudice del fatto processuale.

3.3 – Ciò posto, benchè la ricorrente abbia indicato, in calce al ricorso, il deposito di copia dei fascicoli di parte del giudizio di merito, in realtà nulla risulta, al riguardo, nella nota di deposito e nel fascicolo del giudizio di legittimità, se non là richiesta di trasmissione depositata dinanzi alla C.T.R. ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2. Nondimeno, non occorre acquisire materialmente il fascicolo d’ufficio (nel quale si trovano definitivamente inseriti i fascicoli di parte, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 25, comma 2), giacchè risulta univocamente – non solo perchè così si esprimono la C.T.R. impugnata e l’Agenzia, ma perchè lo stesso fa la società ricorrente – che l’atto emesso dall’Agenzia in autotutela è “un provvedimento di annullamento parziale” (così, espressamente, il ricorso, p. 10), pacifico peraltro essendo che con esso l’Amministrazione ha proceduto alla rideterminazione dei ricavi non dichiarati, della produzione netta ai fini IRAP e del dovuto ai fini IVA, riducendo i relativi valori in conformità a quanto in precedenza proposto dallo stesso Ufficio nell’ambito del procedimento di accertamento con adesione.

3.4 – In proposito, la decisione d’appello deve ritenersi corretta, perchè coerente con la disciplina dettata in materia di potestà di autotutela del fisco e con la conseguente elaborazione giurisprudenziale di questa stessa Corte.

E’ noto, infatti, che il potere della pubblica amministrazione di provvedere in via di autotutela all'”annullamento d’ufficio” o alla “revoca”, è espressamente disciplinato dal D.L. n. 564 del 1994, art. 2-quater, comma 1, convertito in L. n. 656 del 1994, e dal D.M. n. 37 del 1997. In particolare, il ritiro di un precedente atto può esplicarsi in due diverse forme: a) quella del “contratto” (ossia, un atto di secondo grado, di contenuto “uguale e contrario” rispetto al primo), oppure b) quella della “riforma” (atto di secondo grado che non nega il contenuto di quello precedente, ma lo sostituisce con un contenuto diverso); entrambe tali forme si caratterizzano per la comunanza dell’oggetto del rapporto giuridico controverso, che resta in ogni caso identico.

Accanto a tale tipizzato “rimedio demolitorio”, si è peraltro fatta strada un’ulteriore forma di autotutela, quella c.d. “sostitutiva”, che costituisce espressione del “principio di perennità della potestà amministrativa” (Cass. n. 7751 del 2019). In particolare, si distingue a tal proposito l’esercizio del potere di rinnovo da quello di integrazione dell’atto impositivo, essendosi precisato – in tema di accertamento delle imposte sui redditi (Cass. n. 3248 del 2016; Cass. n. 4029 del 2015) – che l’avviso di accertamento emesso in sostituzione di un altro, contestualmente annullato, non si risolve in una mera integrazione di quest’ultimo, ma costituisce esercizio dell’ordinario potere di accertamento, non consumatosi attraverso l’emanazione dell’atto annullato (stante la già cennata “perennità”, ma fatta salva la maturazione della decadenza), nonchè del generale potere di autotutela; a tal riguardo, è stato anche evidenziato che l’Amministrazione non gode di alcun margine di discrezionalità (diversamente da quanto accade ordinariamente), trattandosi in pratica di sanare l’invalidità dell’atto precedente, integrando o sostituendo quelle parti che hanno dato luogo all’invalidità stessa. L’emissione di un simile atto, quindi, non implica la sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi, come prescritto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, ma può fondarsi su una diversa e più approfondita valutazione di quelli già in possesso dell’Ufficio.

Di norma, dunque, l’atto integrativo/sostitutivo è un nuovo atto sul medesimo rapporto già disciplinato dal precedente, perchè in relazione ad un nuovo oggetto, non assunto a proprio elemento dal primo, dispone un nuovo contenuto (così, Cass. n. 937 del 2009).

L’esercizio del potere di autotutela, pertanto, può condurre alla mera eliminazione dal mondo giuridico del precedente atto, oppure alla sua eliminazione e alla sua contestuale sostituzione con un nuovo provvedimento con diverso contenuto; tuttavia, mentre l’integrazione o la modificazione “in aumento” dell’accertamento originario devono necessariamente formalizzarsi nell’adozione di un nuovo avviso di accertamento – che si aggiunge a quello originario, ovvero lo sostituisce -, specificamente motivato a garanzia del contribuente che ne è destinatario, l’integrazione o la modificazione “in diminuzione”, non integrando una nuova pretesa tributaria, ma soltanto una pretesa inferiore, non necessitano neppure di una forma o di una motivazione particolari (v. Cass. Cass. n. 27543 del 2018; Cass. n. 22240 del 2015; Cass. 22019 del 2014; Cass. n. 12814 del 2000), nè devono rispettare il termine decadenziale (Cass. n. 11699 del 2016), a differenza dell’atto “in aumento”.

3.5 – Nella specie, in pendenza del termine per la proposizione dell’appello, l’Ufficio decise di ridurre quantitativamente la pretesa fiscale, riportandola a quella a suo tempo proposta alla contribuente nell’ambito del procedimento di accertamento con adesione, tuttavia rifiutata dalla società stessa.

Trattandosi della riduzione della pretesa impositiva, senza effetto innovativo-sostitutivo ed esercizio di una nuova pretesa fiscale, lo stesso non necessitava dunque di motivazione particolare e di ulteriori formalità, o di essere specificamente notificato, giacchè il deposito dell’atto nel giudizio innanzi alla C.T.R. tra la contribuente e l’Ufficio è più che sufficiente per portare a conoscenza delle suddette determinazioni il contribuente (oltre che il giudice), in piena conformità con quanto prescritto dal D.M. n. 37 del 1997, art. 4, comma 2, (“Dell’eventuale annullamento, o rinuncia all’imposizione in caso di autoaccertamento, è data comunicazione al contribuente, all’organo giurisdizionale davanti al quale sia eventualmente pendente il relativo contenzioso..”).

Del tutto correttamente, dunque, la C.T.R. ha limitato la pronuncia di cessazione della materia del contendere a quella parte della pretesa fiscale oggetto della limitazione da parte dell’Ufficio, mediante l’atto di annullamento parziale in discorso, ed ha pronunciato nel merito sulla restante pretesa erariale, permanendo da un lato l’interesse dell’Ufficio al relativo recupero fiscale, e dall’altro quello del contribuente ad ottenere una pronuncia di totale infondatezza della pretesa stessa (da ultimo, Cass. n. 18625 del 2020).

3.6 – Nè la questione può essere diversamente riguardata in ragione del fatto che la C.T.P. aveva totalmente annullato l’originario avviso impugnato dalla società, sicchè l’Ufficio – in tesi – aveva adottato il nuovo atto (più o meno contestualmente alla proposizione l’appello) allorquando il primo avviso era stato eliminato dal mondo giuridico: anche da tale specifica situazione fattuale deriverebbe, secondo la società ricorrente, un radicale difetto di continuità della pretesa impositiva tra i due atti, con la conseguenza che l’ultimo atto sarebbe espressione di una nuova pretesa tributaria, il che avrebbe dovuto comportare da un lato la totale cessazione della materia del contendere, e dall’altro l’eventuale avvio di una nuova vicenda processuale.

In realtà – ferma la non applicabilità alla controversia del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 67-bis (entrato in vigore il 1 giugno 2016), con cui s’è generalizzata l’esecutività delle sentenze tributarie, secondo previsioni di dettaglio, esecutività già peraltro riconoscibile ai sensi dell’art. 282 c.p.c., secondo Cass., Sez. Un., n. 758 del 2017 – dallo stesso D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68 (nel testo applicabile ratione temporis e per quanto qui specificamente interessa), si evince che per effetto dell’accoglimento del ricorso del contribuente, il tributo diventa inesigibile (Cass. n. 7346/2020), e non possono essere iniziate o proseguite azioni di riscossione fondate sull’atto annullato (v. la già citata Cass., Sez. Un., n. 758 del 2017). Tuttavia, la declaratoria di accoglimento del ricorso, con l’annullamento dell’atto impugnato, non implica di per sè il venir meno degli effetti dell’atto stesso alla stregua del giudicato, ma li pone in uno stato di quiescenza, suscettibili essendo di riespandersi – detti effetti – in caso di riforma della decisione, secondo la regola generale di cui all’art. 336 c.p.c., comma 2.

Ne deriva che la preclusione all’esercizio del potere di ritiro, come prevista dal D.M. n. 37 del 1997, art. 2, comma 2, non può che discendere dal solo giudicato formale (si veda la già citata Cass. n. 7751 del 2019), ovviamente nella specie non ancora perfezionatosi, mentre l’esercizio stesso, in pendenza del giudizio, non è minimamente influenzato dalle decisioni frattanto adottate dal giudice di merito.

La censura in esame è dunque infondata, potendo al riguardo affermarsi il seguente principio di diritto: “In tema di accertamento delle imposte, la modificazione, in diminuzione, dell’originario avviso non esprime una nuova pretesa tributaria, ma una riduzione di quella originaria, sicchè non costituisce atto nuovo, ma annullamento o revoca parziale di quello precedente, non occorrendo nè adottare forme o motivazioni particolari, nè rispettare, al riguardo, il termine di decadenza previsto dalle singole leggi d’imposta. Pertanto, l’adozione di un simile provvedimento in pendenza del giudizio – quand’anche successiva alla decisione di primo grado totalmente favorevole al contribuente, ma non ancora passata in giudicato – non può comportare la cessazione della materia del contendere, in quanto permane l’interesse della pubblica amministrazione a veder riconosciuto il proprio credito tributario e quello del contribuente a negarne l’esistenza, con la conseguenza che l’autorità giudiziaria è tenuta a pronunciarsi sulla fondatezza della residua pretesa erariale”.

4.1 – Venendo al terzo motivo, dalla mera lettura del ricorso non è chiaro, anzitutto, quali siano i fatti decisivi “sottesi al D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32 e 39”, il cui esame sarebbe stato omesso dalla C.T.R.

In realtà, come meglio evincibile dalla memoria, si tratta propriamente di “questioni” (omessa valutazione della documentazione sui movimenti bancari, della natura “privata” del venditore P., della giustificazione fornita per gli acconti fatturati nel 2004, ecc.), denunciabili però come violazione di norma di diritto, e non già ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (si veda quanto già rilevato al par. 3.1).

Nè la deduzione della pretesa violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è coerente con l’insegnamento di questa Corte, secondo cui “In tema di ricorso per cassazione, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione” (Cass. n. 27000 del 2016; Cass. n. 1229 del 2019).

Si aggiunga, quanto alla denunciata violazione del principio di non contestazione ex art. 115 c.p.c., che occorre tener distinti l’onere di contestare specificamente i “fatti”, principali o secondari, posti a sostegno delle proprie tesi (e dalla cui mancata contestazione discende, appunto, l’esonero dall’onere di offrire la prova degli stessi), da quello di affermare l’infondatezza della tesi avversaria o semplicemente di contrastare la domanda, il che ben può anche effettuarsi in modo generico o addirittura mancare del tutto (come avviene nel caso della contumacia), senza perciò solo intercettare la regola dell’onere della prova, che resta – in tale ipotesi – inalterata.

Pertanto, nulla c’entra con il principio di non contestazione ex art. 115 c.p.c., la mancata specifica reazione critica dell’Agenzia alla giustificazione dei movimenti bancari offerta dalla società, onde superare l’onere della prova sulla stessa gravante D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 32: la società ha prodotto varia documentazione relativa ai movimenti stessi, onde dimostrare che le operazioni non fossero imponibili, ma la C.T.R. ha ritenuto che essa non fosse idonea ad integrare la (richiesta) prova contraria. La circostanza che l’Ufficio non abbia specificamente contestato i documenti o la stessa giustificazione offerta dalla società, al riguardo, nulla aggiunge al fatto che resta comunque a carico di quest’ultima l’onere di dimostrare il proprio assunto, a fronte del perdurante convincimento dell’Ufficio stesso circa la redditualità dei movimenti finanziari in discorso. Le censure in esame, dunque, sono inammissibili.

4.2 – Sgombrato il campo da quanto precede, resta da esaminare il pur denunciato vizio motivazionale.

Come già in parte rilevato nell’esame del secondo motivo, è noto, in proposito, che a seguito della riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, operata nel 2012, non è più proponibile il ricorso per cassazione fondato sul vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio; residua, per vero, la possibilità di denunciare il vizio del difetto di motivazione per violazione del c.d. minimo costituzionale, avuto riguardo al disposto dell’art. 111 Cost., comma 6 (v. Cass. Sez. Un. 8053 del 2014), da proporsi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Tuttavia, gli elementi semantici spesi dalla ricorrente per censurare il percorso motivazionale adottato dalla C.T.R. nella valutazione del merito della ripresa non consentono di poter considerare superabile il vaglio di ammissibilità delle censure, che restano relegate sul piano della mera carenza, illogicità, inadeguatezza ed erroneità della motivazione stessa, senza specificamente attingere al superiore piano costituzionale. Anche tali censure, dunque, si palesano inammissibili.

5.1 – In definitiva, il ricorso è rigettato. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

In relazione alla data di proposizione del ricorso per cassazione (successiva al 30 gennaio 2013), può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato paria quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 10 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2021

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