Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16976 del 16/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 16/06/2021, (ud. 27/01/2021, dep. 16/06/2021), n.16976

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19361-2014 proposto da:

M.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GASPERINA

188, presso lo studio dell’avvocato RENE’ VERRECCHIA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIOVANNI BRANCALION;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE SEDE CENTRALE (OMISSIS) – AGENZIA DELLE

ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

sul ricorso 20921-2015 proposto da:

M.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GASPERINA

188, presso lo studio dell’avvocato RENE’ VERRECCHIA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ‘SEBASTIANO ANGELO

SCARPA, GIOVANNI BRANCALION;

– ricorrente –

e contro

AGENZIA ENTRATE SEDE CENTRALE (OMISSIS) – AGENZIA DELLE ENTRATE, in

persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che la rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 86/29/2014 depositata il 21/01/2014 e la

sentenza 279/26/2015 depositata il 29/01/2015 entrambe della COMM.

TRIB. REG. VENETO;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/01/2021 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con p.v.c. del 7.6.2011, redatto dalla G.d.F. di (OMISSIS), si accertò l’omessa presentazione della dichiarazione fiscale (in quanto tardiva, perchè presentata in data 12.4.2011, oltre i 90 giorni dalla scadenza dei termini) Mod. Unico 2010 da parte di M.N., così accertandosi l’omessa dichiarazione annuale dei redditi. Il contribuente presentò, in data 4.7.2011, istanza di adesione ai sensi del D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5-bis (vigente all’epoca dei fatti), e conseguentemente l’Ufficio di Belluno emise atto unilaterale di definizione, notificato il 2.8.2011 (e definito dalla stessa Agenzia come “non impugnabile”), contestando un reddito imponibile di Euro 70.805,00, senza però dedurre i costi indicati nel Mod. Unico 2010 pur tardivamente presentato, e comunque rilevando l’omessa contabilizzazione di operazioni imponibili a fini IVA, per un’imposta pari ad Euro 3.003,00. Il contribuente chiese quindi un riesame dell’atto impositivo, ma l’Ufficio non riscontrò la richiesta, iscrivendo a ruolo le relative imposte; la afferente cartella venne notificata il 15.1.2012 e venne impugnata dinanzi alla C.T.P. di Belluno, che accolse il ricorso con sentenza n. 51/02/12 del 12.7.2012, non solo annullando detta cartella, ma addirittura rimettendo in termini il M. per l’impugnazione dell’atto di definizione presupposto. Di conseguenza, il contribuente impugnò l’atto di definizione (che come detto gli era stato notificato il 2.8.2011), con ricorso notificato il 23.10.2012, per non essersi tenuto conto, nella liquidazione dell’imposta, delle componenti negative del reddito come emergenti dalla dichiarazione Mod. Unico 2010 tardivamente presentata. La C.T.P. di Belluno, con sentenza n. 69/02/13 del 8.7.2013, accolse anche detto ricorso, annullando l’atto di definizione, ma la C.T.R. del Veneto, accogliendo l’appello dell’Ufficio e in totale riforma della prima decisione, dichiarò l’inammissibilità del ricorso stesso per tardività, con sentenza n. 279/26/15 del 29.1.2015. Frattanto, la stessa C.T.R. veneta, con sentenza n. 86/29/14 del 21.1.2014, aveva totalmente riformato la decisione n. 51/02/12 del 12.7.2012 emessa dalla C.T.P. in relazione alla cartella, rigettando il ricorso del contribuente.

Avverso dette decisioni d’appello, M.N. ricorre ora per cassazione, con distinti ricorsi, entrambi fondati su tre motivi e illustrati da memorie (in particolare, la sentenza n. 86/29/14 del 21.1.2014 è stata impugnata per cassazione col ricorso iscritto al N. 19361/14 R.G.; la sentenza n. 279/26/15 del 29.1.2015 è stata impugnata col ricorso iscritto al N. 20921/15 R.G.). L’Agenzia delle Entrate ha resistito alla prima impugnazione con controricorso, mentre riguardo alla seconda ha depositato “atto di costituzione”, al solo fine di eventualmente partecipare alla discussione. All’adunanza camerale del 27.1.2021, è stata disposta la riunione dei due ricorsi, stante l’evidente connessione oggettiva e soggettiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5-bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il ricorrente si duole della erroneità della decisione nella parte in cui s’è rilevato che, a fronte dell’adesione di esso contribuente al p.v.c. ai sensi della citata disposizione (all’epoca in vigore), l’impugnazione della relativa cartella di pagamento non può che proporsi per vizi propri di questa, il “merito” impositivo restando precluso proprio da detta adesione.

1.2 – Con il secondo motivo, si lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non essersi tenuto conto dei costi sostenuti, per come indicati nella dichiarazione dei redditi.

1.3 – Con il terzo motivo, infine, si lamenta l’erroneità della liquidazione delle spese di lite, per non aver la C.T.R. tenuto conto dell’irregolarità dell’atto di definizione, indicato dalla stessa Agenzia espressamente non impugnabile, il che – tenuto conto dell’affidamento incolpevole indotto in esso ricorrente – avrebbe comunque dovuto giustificare semmai la compensazione delle spese di tutti i gradi del giudizio.

1.4 – Con il primo motivo, il contribuente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68 e 69, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la C.T.R. ritenuto tardiva la proposizione del ricorso notificato il 23.10.2012, avverso l’atto di definizione. In particolare, il M. deduce l’erroneità di tale decisione perchè una sentenza della C.T.P. di Belluno, benchè resa in altro processo (come detto, la sentenza n. 51/02/12 del 12.7.2012), lo aveva rimesso in termini, a nulla rilevando che, solo in seguito, detta sentenza fosse stata a sua volta riformata. Ciò che importa, secondo il ricorrente, è che nel momento in cui il ricorso è stato proposto, la detta sentenza era ancora produttiva di effetti, sicchè l’impugnativa dell’atto di definizione deve ritenersi tempestivamente proposta e, quindi, del tutto ammissibile.

1.5 – Con il secondo motivo, il contribuente si duole della violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 68 e 69, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la C.T.R. ritenuto la sopravvenuta carenza d’interesse ad agire, come conseguenza della riforma in appello della predetta sentenza della C.T.P. di Belluno n. 51/02/12 del 12.7.2012.

1.6 – Con il terzo motivo, infine, si lamenta l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non aver la C.T.R. tenuto conto dei costi sostenuti, per come indicati nella dichiarazione dei redditi, e per non aver affrontato la questione degli effetti dell’adesione al p.v.c., nonchè quella dell’impugnabilità dell’atto di definizione ad essa relativo.

2.1 – Nella trattazione congiunta dell’esame dei due ricorsi per cassazione riuniti, assume carattere di pregiudizialità logico-giuridica quello iscritto al N. 20921/15 R.G., perchè afferente all’atto impositivo, occorrendo quindi scrutinare il primo motivo, con cui si contesta la declaratoria di inammissibilità del ricorso tributario per tardività.

Invero, a parte il fatto che l’atto di definizione di cui all’art. 5-bis, è astrattamente impugnabile, ma sotto profili assai ristretti (v. Cass. n. 4566/2020), che qui non rilevano in ogni caso, la tesi propugnata dal ricorrente – secondo cui la tempestività della sua impugnativa deriverebbe dalla provvisoria attitudine della decisione di primo grado a spiegare i suoi effetti (quelli, cioè, sulla rimessione in termini), a nulla rilevando la sua successiva riforma – è con ogni evidenza insostenibile. Ciò non certo per la sua mera infondatezza, ma per l’ancor più assorbente ragione che la decisione della C.T.P. bellunese, resa nel processo avente ad oggetto l’impugnativa della cartella (ossia, la sentenza n. 51/02/12 del 12.7.2012, poi riformata dalla C.T.R. del Veneto, con sentenza n. 86/29/14 del 21.1.2014), aveva contenuto assolutamente abnorme, perchè – salve le impugnazioni – unico organo in grado di poter valutare la tempestività/intempestività di un ricorso tributario non può che essere il giudice dinanzi al quale l’atto impositivo è stato impugnato, vale a dire, nella specie, la C.T.P. specificamente investita dell’esame dell’atto di definizione, intesa non già come mero Ufficio giudiziario, ma come giudice naturale precostituito per legge, ex art. 27 Cost.. Quella Commissione, e quel Collegio, specificamente incaricati di trattare una tale impugnativa – e solo quella, semmai ne avessero ricevuto richiesta, una volta che la stessa fosse stata effettivamente proposta – avrebbero ben potuto avallare la rimessione in termini, ove ne fossero sussistiti i presupposti (arg. ex Cass. n. 12544 del 2015); il M., però, ha avanzato detta richiesta non già nella sua sede naturale (ossia, nel procedimento definito con sentenza della C.T.P. n. 69/02/13 del 8.7.2013), ma prima della stessa instaurazione del relativo giudizio, e dinanzi ad un giudice totalmente privo di ogni potere giurisdizionale al riguardo. Sotto speculare profilo, è fin troppo evidente che la conseguente decisione di accoglimento di una simile richiesta da parte della stessa Commissione tributaria provinciale, ancorchè investita soltanto dell’impugnativa della cartella di pagamento, si pone in conflitto con i più elementari principi di diritto processuale, non solo tributario, ma anche generale.

Da quanto precede, discende dunque la palese infondatezza della censura, avendo la C.T.R. correttamente statuito, con la sentenza n. 279/26/15 del 29.1.2015, l’inammissibilità dell’impugnativa dell’atto presupposto, per tardività.

3.1 – I restanti motivi del ricorso iscritto al N. 20921/2015 R.G. restano conseguentemente assorbiti.

4.1 – Le declaratorie che precedono comportano il passaggio in giudicato della ripetuta sentenza n. 279/26/15 del 29.1.2015.

Pertanto, poichè le doglianze proposte col ricorso N. 19361/14 R.G. non attengono a vizi propri della cartella, ma piuttosto a vizi derivanti (in tesi) dall’illegittimità dell’atto presupposto, dalla definitività della suddetta statuizione non può che discendere il sopravvenuto difetto d’interesse giuridicamente rilevante, ex art. 100 c.p.c., circa la proposizione del ricorso per cassazione in esame, che è dunque inammissibile.

5.1 – In definitiva, previa riunione, è rigettato il primo motivo del ricorso N. 20921/15 R.G., restando assorbiti gli ulteriori motivi, mentre il ricorso N. 19361/14 R.G. è dichiarato inammissibile. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza solo relativamente a tale ultimo ricorso, non avendo l’Agenzia resistito, nella sostanza, al primo.

In relazione alla data di proposizione dei ricorsi (successiva al 30 gennaio 2013), e per ciascuna delle impugnazioni, può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

la Corte, provvedendo sui ricorsi riuniti N. 9361/14 e N. 20921/15 R.G., rigetta il primo motivo del ricorso N. 20921/15 e dichiara sorbiti i restanti, e dichiara inammissibile il ricorso N. 1936/14. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, per entrambe le impugnazioni.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 27 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2021

 

 

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