Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16956 del 04/08/2011

Cassazione civile sez. VI, 04/08/2011, (ud. 15/07/2011, dep. 04/08/2011), n.16956

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avv.

PALAMARA GIOVANNI, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MARR SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 693/2010 del TRIBUNALE di RIMINI, depositata

il 13/05/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/07/2011 dal Consigliere Relatore Dott. VINCENZO MAZZACANE;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. CICCOLO

Pasquale Paolo Maria.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 21-10-2005 P.C. proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti dal Giudice di Pace di Rimini il 26-7-2005 su ricorso della s.p.a. MARR per il pagamento della somma di Euro 2000,68 a titolo di corrispettivo per la fornitura di generi alimentari; l’opponente eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva, assumendo di non aver nè ordinato nè ricevuto la mercè e deducendo l’illegittimità del decreto ingiuntivo per difetto di prova idonea del credito.

Costituendosi in giudizio la società MARR contestava il fondamento dell’opposizione sostenendo che il P. risultava essere il titolare del ristorante L’Approdo, ovvero del locale destinatario di tutta la merce descritta nelle fatture prodotte in sede monitoria.

Con sentenza del 31-3-2007 il Giudice di pace adito rigettava l’opposizione.

Proposto gravame da parte del P. cui resisteva la società MARR il Tribunale di Rimini con sentenza del 13-5-2010 ha rigettato l’appello.

Per la cassazione di tale sentenza il P. ha proposto un ricorso affidato a tre motivi; la parte intimata non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il Consigliere designato con relazione ex art. 380 bis c.p.c. ha concluso per il rigetto del ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 634 c.p.c., censura la sentenza impugnata per aver ritenuto legittimamente emesso il decreto ingiuntivo opposto sulla base della documentazione prodotta, costituita da fatture accompagnatorie, laddove la norma ora citata prevede che, per i crediti relativi a somministrazioni di merci, sono prove scritte idonee gli estratti autentici delle scritture contabili di cui all’art. 2214 c.c..

La menzionata relazione ha rilevato l’infondatezza di tale censura osservando che correttamente il giudice di appello ha ritenuto il decreto ingiuntivo opposto legittimamente emesso sulla base delle fatture accompagnatorie prodotte, posto che la fattura è titolo idoneo per l’emissione di un decreto ingiuntivo, salva poi nell’eventuale giudizio di opposizione la dimostrazione dell’esistenza del credito con gli ordinari mezzi di prova da parte dell’opposto.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia omessa ed erronea valutazione della prova sotto diversi profili.

Anzitutto il P. assume che, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata, egli non aveva ammesso che la merce per cui è causa fosse stata consegnata presso il Ristorante L’Approdo, avendo in realtà l’esponente riferito in sede di interrogatorio formale dinanzi al giudice di primo grado di aver dato in gestione il locale nell’anno 2004 ad A.E., che aveva tenuto chiuso il locale da marzo a maggio 2004 avendo subito un “ictus” cerebrale;

inoltre rileva che la sentenza impugnata ha ignorato che la fattura accompagnatoria dei beni viaggianti che viene sottoscritta dal destinatario all’atto della consegna della merce non risultava essere stata firmata dal P., che invero a mezzo del difensore ne aveva tempestivamente disconosciuto la sottoscrizione; neppure il giudice di appello ha considerato che l’esponente non aveva mai sottoscritto alcun ordinativo di merce in riferimento nè alla fornitura per cui è causa nè ad altre vendite; infine il Tribunale di Rimini ha erroneamente valutato la deposizione del teste L., non avendo questi mai riferito di un ritiro e di una ordinazione in diverse occasioni da parte del P. della merce venduta dalla MARR, essendosi il L. limitato a dichiarare falsamente di una sua presenza al momento antecedente all’ordinativo, senza però attribuire all’esponente la sottoscrizione dell’ordine.

La suddetta relazione, nel ritenere infondata anche tale censura, ha affermato che il giudice di appello anzitutto ha rilevato che il P. aveva ammesso che tutta la merce descritta nelle fatture azionate in sede monitoria era stata effettivamente consegnata presso il ristorante L’Approdo di cui l’appellante risultava proprietario, e che il contratto verbale di affitto di azienda asseritamente concluso dal P. con tale A.E. non era opponibile alla MARR, potendo esso essere opponibile ai terzi soltanto ai sensi dell’art. 2556 c.c., comma 2; ha quindi aggiunto che in base alle testimonianze assunte in primo grado era risultato provato che il P. in diverse occasioni aveva ordinato e ritirato la merce venduta dalla MARR; pertanto la relazione ha concluso che la sentenza impugnata, avendo puntualmente indicato le fonti del proprio convincimento, ha posto in essere un accertamento di fatto sorretto da congrua e logica motivazione in ordine all’obbligo del P. di pagare il prezzo alla MARR della merce ordinata e ricevuta presso l’azienda di cui risultava titolare, come tale insindacabile in questa sede, dove il ricorrente si limitava a prospettare inammissibilmente una diversa valutazione del materiale probatorio, senza oltretutto neppure trascrivere nel ricorso le dichiarazioni rese dallo stesso P. e dal teste L., aventi a suo dire un contenuto diverso da quello loro rispettivamente attribuito dalla sentenza impugnata.

Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 246 c.p.c., assume che, contrariamente a quanto asserito dal Tribunale di Rimini, il teste L., agente della MARR, aveva un interesse all’esito del presente giudizio, non avendo percepito il suo compenso poichè l’affare non era andato a buon fine, avendo egli diritto a percepire la provvigione presso quest’ultima società soltanto in seguito all’accoglimento della pretesa avanzata in tale giudizio dalla controparte.

La citata relazione, premesso che il giudice di appello ha escluso una pretesa incapacità a testimoniare del L., non potendosi ravvisare in capo ad esso alcun interesse concreto e specifico ai fatti di causa, ha rilevato che tale apprezzamento è immune dai rilievi espressi dal ricorrente, posto che, allorquando si controverta sulla determinazione del contenuto di un contratto o sulla sua esecuzione è ammissibile la deposizione del mediatore (o dell’agente, come nella fattispecie), non potendosi riscontrare nei suoi riguardi l’esistenza di un interesse idoneo a legittimare la sua partecipazione al giudizio (Cass. 28-3-1997 n. 2780).

Il Collegio ritiene di dover aderire alle considerazioni svolte nella predetta relazione, non oggetto comunque di alcun rilievo critico da parte del ricorrente, che invero ha omesso al riguardo il deposito di una memoria onde confutare eventualmente le ragioni ivi espresse a sostegno della ritenuta manifesta infondatezza del ricorso; tuttavia si ritiene opportuno correggere quanto sostenuto nella relazione in sede di esame del terzo motivo di ricorso, rilevando che, a fronte dell’assunto della sentenza impugnata che ha escluso una incapacità del teste L., agente della MARR, non configurandosi in capo ad esso un interesse concreto e specifico in ordine ai fatti di causa, il ricorrente ha dedotto in senso contrario inammissibilmente una circostanza di fatto che non risulta essere stata oggetto di dibattito processuale nel giudizio di appello e quindi nuova, ovvero che l’interesse del L. risultava pacifico in causa, non avendo egli percepito il suo compenso perchè l’affare non era andato a buon fine.

Il ricorso deve quindi essere rigettato; non occorre procedere ad alcuna statuizione in ordine alle spese di giudizio non avendo la parte intimata svolto alcuna attività in questa sede.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2011

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