Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16947 del 15/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 15/06/2021, (ud. 20/05/2021, dep. 15/06/2021), n.16947

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9735-2020 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA EMILIO FAA’ DI

BRUNO 15, presso lo studio dell’avvocato MARTA DI TULLIO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente-

avverso la sentenza n. 5437/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/9/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 20/5/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ALBERTO

PAZZI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 22 luglio 2017, ex art. 702-bis c.p.c., rigettava il ricorso proposto da B.S., cittadino del Gambia, avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento della protezione internazionale.

2. La Corte d’appello di Roma, a seguito dell’impugnazione presentata dal B., rilevava – fra l’altro e per quanto qui di interesse – che non vi era prova della veridicità dell’assunto del richiedente asilo, che aveva solo apoditticamente dedotto la possibilità di essere ucciso quale oppositore politico.

Nè era possibile – a parere dei giudici distrettuali – riconoscere la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), dato che, secondo le fonti internazionali disponibili, non esisteva in Gambia una condizione di violenza generalizzata o di conflitto interno o internazionale.

Le circostanze addotte dal migrante, disancorate da qualsiasi specifica situazione di vulnerabilità, impedivano, da ultimo, il riconoscimento della protezione umanitaria, non essendo a tal fine decisivo il solo inserimento lavorativo dell’appellante.

3. Per la cassazione della sentenza di rigetto dell’appello, pubblicata in data 10 settembre 2019, ha proposto ricorso B.S. prospettando quattro motivi di doglianza.

Il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c., al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, della Dir. UE n. 32 del 2013, art. 16, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5: la Corte d’appello – in tesi di parte ricorrente – ha negato il riconoscimento della protezione internazionale sulla base di un preliminare e indimostrato giudizio di non credibilità delle dichiarazioni del richiedente asilo, senza richiedergli chiarimenti e astenendosi dall’acquisire d’ufficio informazioni attinenti alla situazione descritta allo scopo di verificare se i timori di persecuzione e subire un grave danno per l’attività politica svolta fossero fondati.

5. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5, 7 e art. 14, lett. b), in quanto la Corte d’appello è venuta meno al proprio dovere di acquisire d’ufficio informazioni sul paese di origine del richiedente asilo, onde accertare se le minacce riferite integrassero gli estremi del danno grave di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), e se le autorità gambiane fossero effettivamente in grado di offrire protezione al richiedente asilo.

6. I motivi, da esaminarsi congiuntamente, sono inammissibili.

La Corte d’appello ha rilevato che il migrante aveva solo apoditticamente dedotto la possibilità di essere ucciso, per aver “visto come sono trattati gli oppositori del gruppo filogovernativo”, senza peraltro che vi fosse prova, o anche solo un indizio, “della veridicità di tale assunto”.

I giudici distrettuali, laddove hanno individuato quale ragione ostativa all’accoglimento della domanda di protezione sussidiaria il fatto che il migrante avesse “solo apoditticamente dedotto la possibilità di essere ucciso”, hanno inteso evidenziare la mancanza di una compiuta allegazione – in termini di precisa rappresentazione delle concrete ragioni giustificative del timore rappresentato – dell’esistenza di fondati motivi per ritenere che un eventuale rimpatrio avrebbe comportato per il migrante il rischio effettivo di subire un danno grave.

Una simile statuizione è coerente con la giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in materia di protezione internazionale, il giudice del merito esamina la possibilità di riconoscere una delle forme di protezione previste dalla legge tenendo conto della prospettazione di situazioni concrete che consentano di configurare il ricorrere dei relativi presupposti (Cass. n. 8819 del 2020), dato che il principio dispositivo, se nella materia della protezione internazionale viene derogato dalle speciali regole di cui al citato D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, e al D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, che prevedono particolari poteri-doveri istruttori (anche) del giudice, non trova invece alcuna deroga quanto alla necessità che la domanda su cui il giudicante deve pronunciarsi corrisponda a quella individuabile in base alle allegazioni in fatto dell’attore.

Ambedue i mezzi in esame non colgono nè contestano specificamente la ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia impugnata, come il ricorso per cassazione deve invece necessariamente fare (Cass. n. 19989 del 2017), ma si soffermano su questioni (concernenti la valutazione di verosimiglianza delle dichiarazioni rese e il corretto adempimento del dovere di cooperazione istruttoria) che non assumono alcuna decisività in questa sede, giacchè la Corte d’appello ha arrestato la propria indagine alla constatazione della mancata allegazione di una situazione concreta che consentisse di configurare l’effettivo ricorrere dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, senza impegnarsi nella valutazione della credibilità del racconto reso.

7. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), in quanto la corte distrettuale ha disconosciuto l’esistenza di situazioni di violenza indiscriminata e conflitto armato, interno e internazionale, esaminando solo genericamente la situazione politica del paese di provenienza, omettendo di indagare sulle condizioni effettive del paese di origine e tralasciando di dar conto, in violazione del disposto del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, dei siti internet consultati e delle fonti dalle quali provenivano le informazioni riportate.

8. Il motivo è inammissibile. Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, in particolare, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Cass. n. 17075 del 2018).

La corte di merito si è ispirata a simili criteri, prendendo in esame proprio quelle fonti internazionali di cui la difesa aveva lamentato l’omessa valutazione nei motivi di appello (cfr. pag. 3 della sentenza impugnata) e che rimanevano così identificate per relationem. La critica in realtà, sotto le spoglie dell’asserita violazione di legge, cerca di sovvertire l’esito dell’esame dei rapporti internazionali apprezzati dai giudici distrettuali, malgrado l’accertamento del verificarsi di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, rilevante a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), costituisca un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. n. 32064 del 2018).

9. Il quarto motivo di ricorso assume la violazione dell’art. 5 T.U.I., comma 6, in quanto la corte d’appello avrebbe dovuto verificare l’esistenza dei presupposti specifici della protezione umanitaria, considerando anche il collegamento fra la situazione soggettiva e la condizione generale del paese in rapporto alle minacce ricevute, tali da integrare una situazione di vulnerabilità.

10. Il motivo è inammissibile. La corte d’appello ha accertato, in fatto, l’inesistenza di ragioni di carattere umanitario tali da consentire il riconoscimento della forma di protezione residuale in questione. A fronte di questo accertamento il mezzo si limita a deduzioni astratte e di principio, che non scalfiscono la ratio decidendi e si limitano a sollecitare una nuova valutazione, nel merito, della domanda.

11. In forza dei motivi sopra illustrati il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. La costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c., e al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 maggio 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2021

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