Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16896 del 15/06/2021

Cassazione civile sez. III, 15/06/2021, (ud. 09/02/2021, dep. 15/06/2021), n.16896

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 37011/2019 proposto da:

O.B., domiciliato ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato VITTORIO SANNONER;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1987/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 20/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/02/2021 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. – Con ricorso affidato a tre motivi, O.B., cittadino (OMISSIS) (originario dell'(OMISSIS)), ha impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Bari, resa pubblica il 20 settembre 2019, la quale ne rigettava il gravame avverso la decisione del Tribunale della medesima Città che, a sua volta, ne aveva respinto l’opposizione avverso la decisione della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione sussidiaria, nonchè di quella umanitaria.

2. – Per quanto ancora rileva in questa sede, la Corte d’Appello di Bari: a) riteneva “non coerenti e plausibili” i fatti narrati dal richiedente (esser fuggito dal paese d’origine per timore di esser arrestato dalla polizia a causa della sua omosessualità); fatti, questi, a giudizio della Corte, “del tutto discordanti nelle versioni enunciate nelle due diverse sedi amministrativa e giudiziaria”; b) non riteneva sussistere i presupposti di riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), citando report EASO del 2018; c) non riconosceva altresì tutela umanitaria “non avendo il richiedente proposto questioni su una sua presunta costituzione di una famiglia in Italia o su un rapporto di lavoro stabile che possano provare la sua integrazione nel contesto nazionale”.

3. – Il Ministero dell’interno non ha svolto attività difensiva, limitandosi al deposito di “atto di costituzione” al fine della partecipazione a eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. – Con il primo mezzo è lamentata la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in punto di valutazione della credibilità del ricorrente, per non aver il giudice d’appello, alla luce di fonti già allegate nel giudizio di merito, quali report Amnesty International, nonchè in virtù delle informazioni tratte dal sito “viaggiaresicuri.it”, correttamente attivato il potere-dovere di collaborazione istruttoria nell’accertamento della criticità esistenti, fra le altre, in Nigeria, a livello di tutela dei diritti umani, in particolare con riguardo alla condizione di omosessualità, punita alla stregua di fatto penalmente rilevante.

2. – Il motivo è inammissibile.

In tema di protezione internazionale, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, impone al giudice l’obbligo, prima di pronunciare il proprio giudizio sulla sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione, di compiere le valutazioni ivi elencate e, in particolare, di stabilire se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, in forza di un prudente apprezzamento che, in quanto tale, non è sindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti del vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 6897/2020, cfr. anche Cass. n. 27503/2018 e Cass. n. 21142/2019).

La Corte territoriale, nell’apprezzamento della credibilità del richiedente, si è attenuta al principio di procedimentalizzazione legale della decisione avendo operato la propria valutazione (cfr. sintesi nel “Rilevato che”) alla stregua dei criteri indicati ne3l D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, prendendo in considerazione tutte le circostanze dedotte in giudizio (e la documentazione prodotta dal richiedente), mentre le censure mosse con il ricorso – che indugiano, piuttosto, sulle condizioni oggettive della (OMISSIS) e trascurano di criticare puntualmente e in modo rituale la valutazione sulla credibilità resa dal giudice di merito – sono genericamente orientate ad aggredire l’apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, che, come detto, è quaestio facti, censurata (in modo inammissibile) alla luce del paradigma di cui al previgente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in guisa di vizio motivazionale e non di omesso esame di un fatto decisivo e discusso tra le parti.

2. – Con il secondo mezzo viene dedotta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8 e art. 14, comma 1, lett. c) per aver la Corte di merito omesso “l’esame rigoroso dell’intervento delle autorità statuali in (OMISSIS) sulle situazioni di violenza diffusa, a fronte di una incontestata situazione di violenza indiscriminata in diverse aree e regioni”.

2.1. – Il motivo è inammissibile, in quanto non aggredisce il decisum del giudice d’appello, il quale ha esaminato la situazione socio-politica dell'(OMISSIS), escludendo, in virtù di fonte aggiornata e attendibile (cfr. sintesi nel “Rilevato che”), la sussistenza di situazioni di violenza indiscriminata e conflitto armato o internazionale nella summenzionata area della (OMISSIS).

3. – Con il terzo mezzo è prospettata violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, comma 6 (recte: D.Lgs. n. 286 del 1998 (erroneamente indicato art. 5, comma 6 D.Lgs.), per aver la Corte errato nel misconoscere la situazione di vulnerabilità del ricorrente, il quale, alla luce delle fonti summenzionate, avrebbe fondato timore, per il caso di rimpatrio, di subire rischio di compromissione del nucleo dei diritti fondamentali.

3.1. – Il motivo è fondato.

La Corte territoriale (cfr. motivazione riportata nel “Rilevato che”) ha affatto omesso di porre in essere una comparazione effettiva tra la condizione di inserimento sociale raggiunto dal ricorrente – che costituisce un elemento idoneo a concorrere nella configurazione la sua vulnerabilità – con quella nella quale egli si sarebbe venuto a trovare in caso di rientro nel Paese di origine, in relazione alla tutela dei suoi diritti fondamentali, facendo errata applicazione del principio secondo cui “ai fini del giudizio di bilanciamento funzionale al riconoscimento della protezione umanitaria, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed a quella alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio. A fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni sociopolitiche del Paese d’origine deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone, pertinenti al caso e aggiornate al momento dell’adozione della decisione; conseguentemente, il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di esaminare la documentazione prodotta a sostegno della dedotta integrazione e di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, incorrendo altrimenti la pronuncia nel vizio di motivazione apparente” (Cass. n. 22528/2020).

5. – Va, dunque, accolto il terzo motivo di ricorso e dichiarati inammissibili i restanti motivi.

La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata alla causa alla Corte di appello di Bari, in diversa composizione, che dovrà applicare, nella delibazione del gravame, il principio innanzi enunciato, nonchè provvedere alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il terzo motivo di ricorso e dichiara inammissibili i restanti motivi;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte suprema di Cassazione, il 9 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2021

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