Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16894 del 10/08/2016


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Cassazione civile sez. III, 10/08/2016, (ud. 06/06/2016, dep. 10/08/2016), n.16894

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – rel. Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14883-2013 proposto da:

C.R. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

DELLE MILIZIE, 1, presso lo studio dell’avvocato DANIELA

TERRACCIANO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ROSSELLA LONETTI giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.O.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

PASTEUR, 33, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI NAPPI, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del

controricorso:

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5443/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 05/12/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/06/2016 dal Consigliere Dott. ULIANA ARMANO;

udito l’Avvocato GIOVANNI NAPPI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.R. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Roma, depositata il 5 dicembre 2012, che ha rigettato l’impugnazione proposta avverso l’ordinanza del Tribunale di Roma emessa a conclusione di un procedimento ex art. 700 c.p.c. che aveva dichiarato la cessazione della materia del contendere e condannato la C., soccombente virtuale, al pagamento delle spese del giudizio nei confronti di D.O.S..

Il ricorso è articolato con due motivi illustrati da successiva memoria.

Resiste con controricorso D.O.S..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. D.O.S., conduttrice di un immobile di proprietà della ricorrente, ha proposto ricorso ex art. 700 c.p.c. davanti al tribunale di Roma – sezione di Ostia – deducendo che la locataria aveva operato il distacco dell’acqua corrente nell’immobile da lei condotto in locazione ed ha chiesto, quindi,che accertata la sussistenza del fumus boni iuris e del periculum in mora, il tribunale ordinasse alla C. il riallaccio della fornitura idrica.

Il tribunale, valutata l’istruttoria svolta nella fase sommaria e rilevato che, all’esito dell’escussione di persone informate dei fatti, era risultato confermato il contenuto del ricorso, con riferimento al distacco della fornitura idrica ad opera di C.R., quale proprietaria locatrice dell’immobile in detenzione della ricorrente, ha ritenuto che era risultato che nelle more del procedimento era stata ripristinata la fornitura idrica; ritenuto che sussistevano gli estremi per ritenere fondata l’azione cautelare e esperita D.O.S. e fondata la esigenza di approvvigionamento idrico ed evidenziata l’azione arbitraria del distacco del contatore, ha dichiarato sussistente il fumus boni iuris e il periculum in mora e cessata la materia del contendere il riferimento al ripristino avvenuto della fornitura idrica condannando la C. al pagamento delle spese della fase cautelare.

La Corte di appello di Roma ha rigettato l’appello proposto dalla C. avverso il provvedimento del Tribunale.

2. Con il primo motivo di ricorso la C. denuncia violazione falsa applicazione dell’art. 140 c.p.c., omessa sufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio individuato nella regolarità della notifica del ricorso ex art. 700 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

3.Con il secondo motivo denunzia la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronunzia sulla domanda subordinata di rigetto della domanda della S. perchè infondata in fatto in diritto in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

4. Atteso il carattere assorbente della questione, preliminare all’esame dei motivi di ricorso è necessario esaminare se l’ordinanza emessa ex articolo 700 c.p.c. era appellabile.

Infatti, la Corte di cassazione deve rilevare d’ufficio (tra le molte, v.: Cass. 21 novembre 2001, n. 14725; Cass. 13 novembre 2009, n. 24047; Cass. 28 giugno 2010, n. 15405; Cass. 28 giugno 2012, n. 10876; Cass. 20 febbraio 2014, n. 4117; Cass., ord. 21 marzo 2014, n. 6757; Cass., ord. 17 giugno 2014, n. 13758; Cass. 4 settembre 2014, n. 18717) una causa di inammissibilità dell’appello, che il giudice del merito non abbia provveduto a riscontrare perchè non si può riconoscere, all’appello inammissibilmente spiegato (con relativo passaggio in giudicato della sentenza di primo grado), alcuna efficacia conservativa del processo di impugnazione (tra le altre, v. Cass. 2 febbraio 2010, n. 2361). In subiecta materia questa Corte ha reiteratamente affermato, con indirizzo costante al quale il Collegio si uniforma in carenza di più valide argomentazioni contrarie, che il provvedimento reso in via d’urgenza ex art. 700 c.p.c., avendo natura strumentale, provvisoria e non definitiva, in quanto destinato ad essere sostituito dalla decisione di merito, ovvero a decadere per effetto di essa o della mancata instaurazione del relativo giudizio, non è autonomamente impugnabile, neppure con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost.; e che, al contrario, qualora il giudice adito ante causam, od in corso di causa, con richiesta di provvedimento d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c., unifichi la fase cautelare ed il giudizio di merito, emanando, in luogo del provvedimento d’urgenza, un vero e proprio provvedimento definitivo di merito, questo, stante il suo carattere decisorio, ha natura sostanziale di sentenza, e pertanto è impugnabile mediante l’ordinario ricorso in appello (Cfr. Cass. nn.3631/86; 11417/92; 6415/93; 6380/99).

Si tratta, pertanto, di verificare se nella specie l’ordinanza emessa dal Tribunale abbia trasmodato dai limiti naturali imposti dall’art. 700 c.p.c., definendo in concreto anche gli aspetti di merito e decidendo in via definitiva la intera controversia con provvedimento non più cautelare, ma sostanzialmente dai profili contenutistici di sentenza, nel qual caso il mero aspetto formale deve cedere rispetto alla natura sostanziale di sentenza, come tale impugnabile secondo i normali mezzi apprestati dall’ordinamento in via autonoma; ovvero il provvedimento abbia mantenuto sotto tutti i profili il crisma dell’ordinanza, limitando il proprio raggio di azione e di effetti alla fase cautelare, che trova i suoi presupposti nella natura di urgenza ed indilazionabilità dell’atto, il quale si innesta comunque nel procedimento principale e ne segue, per l’effetto, la conclusione finale.

5. Il tribunale ha inteso assicurare palesemente alla ricorrente in via cautelare, con l’ordinanza emessa ex art. 700 c.p.c., gli strumenti idonei ad evitare il prodursi di un grave ed irreparabile pregiudizio conseguente al distacco della fornitura idrica, senza definire la controversia di merito al riguardo, ma tenendo conto unicamente, ed in via provvisoria, di una delibazione sommaria dei fatti di causa e dunque del cd. “fumus boni iuris”; che il dispositivo della ordinanza, contenente la declaratoria di cessazione della materia del contendere,essendo stata nelle more riallacciata la fornitura idrica, è per se stesso un provvedimento non decisorio ed emesso alla fine di un giudizio cautelare lascia il pregiudicato il merito della controversia; che il giudizio di merito è stato effettivamente iniziato dalla C. ed è ancora in corso, come dalla stessa affermato; la scissione in due fasi della decisione evidenzia ancora una volta sintomaticamente la vera natura non decisoria o definitiva del provvedimento emesso, atteso il rinvio di ogni decisione finale all’esito della trattazione del merito. Il che, evidentemente, non lascia spazio ad alcun dubbio sulla vera natura del provvedimento adottato, e configura l’atto come tipica ordinanza cautelare emessa ai sensi e per il raggiungimento delle finalità tipiche dell’art. 700 c.p.c., determinandone per l’effetto la non impugnabilità in via autonoma.

Nè, in ultimo, può valere in senso contrario, il rilievo correlato alla liquidazione delle spese, effettuata nella medesima ordinanza relativamente a detta fase processuale. Siffatta statuizione, pur evidenziandosi il diverso orientamento giurisprudenziale al riguardo, non sembra che, a fronte delle considerazioni che precedono, tutte conclamanti la natura di ordinanza cautelare del provvedimento in esame, di per sè sola possa indurre a qualificare il contenuto dell’atto come esorbitante dall’esercizio del potere correlato all’art. 700 c.p.c. ed a fargli assumere la natura di sentenza, come tale impugnabile con il mezzo ordinario dell’appello.

Al riguardo va ribadito il profilo anticipatorio e provvisorio della liquidazione delle spese limitatamente alla fase interlocutoria conclusasi con l’ordinanza in esame, suscettibile del pari di modifica, come per l’intero contenuto, in sede di pronuncia della sentenza di merito, e dunque non qualificabile neppure sotto questo aspetto come provvedimento definitivo.

6. Deve rilevarsi pertanto che l’appello avverso il provvedimento ex art. 700 c.p.c. preso dal tribunale era inammissibile e pertanto ex art. 382 c.p.c. occorre quindi cassare senza rinvio la sentenza di secondo grado, visto che l’intero giudizio di appello non poteva essere iniziato, nè proseguito. Le spese del giudizio seguono la soccombenza.

PQM

La Corte cassa senza rinvio la sentenza impugnata e dichiara inammissibile l’appello.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 7.800,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori e spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2016

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