Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16879 del 11/08/2020

Cassazione civile sez. trib., 11/08/2020, (ud. 14/02/2019, dep. 11/08/2020), n.16879

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. GILLOTTA Bruno – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 5998/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– ricorrente –

contro

PROIND S.R.L., in persona del presidente del CDA C.F.,

rappresentata e difeso dall’avv. Giuseppe Cristiano del Foro di

Siracusa, ed elettivamente domiciliata a Roma in piazza Bologna n.

6, presso la Dott.ssa Lucia Fuccio Sanzà.

– controricorrente –

per l’annullamento della sentenza n. 31/16/2012 resa inter partes

dalla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, sezione

staccata di Siracusa, il 24 gennaio 2012, non notificata, con la

quale è stata confermata la sentenza della Commissione Tributaria

Provinciale che aveva annullato l’accertamento (OMISSIS)

dell’Agenzia delle Entrate di Augusta, avente ad oggetto I.V.A. –

I.R.PE.G – I.R.A.P. anno 2003.

L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la sentenza indicata in epigrafe

sulla base di cinque motivi di ricorso per cassazione

Ha resistito con controricorso la PROIND s.r.l.

Per la trattazione è stata fissata l’adunanza in camera di consiglio

del 14 febbraio 2019, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e

dell’art. 380 bis 1, c.p.c., il primo come modificato ed il secondo

introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. 25 ottobre

2016, n. 197.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Sulla base del processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, notificato in data 05.10.2007, l’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Augusta (SR), ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, 40 e 41 bis, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, accertava a carico della PROIND s.r.l. un maggior reddito da riprendere a tassazione ai fini IRES, IRAP ed IVA e sostituti d’imposta, relativamente all’anno d’imposta 2003, contestando in particolare alcuni costi, siccome relativi ad operazioni fittizie, per un ammontare complessivo di Euro 229.250,00, nonchè l’omessa dichiarazione di elementi positivi di reddito pari ad Euro 455.668,62, siccome relativi a lavori in corso realizzati nell’esercizio 2003 e pertanto di competenza di tale esercizio.

Contro detto accertamento la PROIND s.r.l. ha proposto ricorso avanti la Commissione Tributaria Provinciale di Siracusa, deducendo:

La violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, u.c., in quanto per la medesima annualità era stato notificato un precedente avviso di accertamento (n. (OMISSIS)), non richiamato dall’accertamento impugnato;

la violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75, in merito “alla competenza temporale fiscale”;

la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 67, e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 127, e conseguente violazione del divieto di doppia imposizione;

la nullità dell’accertamento in quanto fondato su elementi indiziari costituiti da mere dichiarazioni di terzi raccolte dai verificatori;

la violazione del D.Lgs. 471 del 1997, art. 1, comma 2, e art. 5, comma 4, in tema di irrogazione di sanzioni amministrative.

L’Ufficio ha resistito al ricorso, sostenendo:

che il precedente atto impositivo era stato un accertamento parziale emesso ai sensi dell’art. 41-bis e che pertanto come tale deve essere classificato anche il accertamento impugnato, emesso successivamente su processo verbale di constatazione del 05/10/2007 della Guardia di Finanza;

che non era stato violato principio di competenza di cui all’art. 75 T.U.I.R., in quanto trattandosi di appalti ultrannuali, la parte delle opere e servizi eseguita nel corso dell’esercizio 2003, ai sensi dell’art. 93 T.U.I.R. (ex art. 60), avrebbe dovuta essere valutata come rimanenza finale e valorizzata sulla base dei corrispettivi liquidati;

che non c’era stata doppia imposizione, poichè l’ufficio aveva proceduto ad effettuare le rettifiche anche nelle annualità successive 2004 e 2005, tenendo conto dell’eventuale mancata imputazione al reddito d’esercizio del componente positivo, attribuito per competenza ad altra annualità;

che la produzione delle copie degli assegni bancari, effettuata dalla Proind S.r.l., non poteva costituire valida prova per escludere l’esistenza di operazioni inesistenti, essendosi dovuti produrre gli estratti conto bancari sia dell’emittente che del ricevente;

che la presenza di operazioni inesistenti, riscontrata dai verificatori della Guardia di Finanza, era stata ritenuta sulla base di tutta una serie di elementi che avevano indotto a ritenere la falsità delle fatture ricevute.

La Commissione Tributaria Provinciale di Siracusa, con sentenza 08/04/2010, ha integralmente accolto il ricorso, ritenendo:

illegittimo l’operato dell’ente impositore che aveva emanato per la stessa annualità due avvisi di accertamento “senza enucleare alcun richiamo o riferimento o motivazione del nuovo accertamento rispetto al primo, e ciò, in violazione assoluta ex art. 43 D.P.R., che consente la rettifica integrativa o modificativa sulla base della sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi, ma devono essere indicati a pena di nullità, i nuovi elementi e gli atti o fatti di cui l’Ufficio sia venuto a conoscenza”;

illegittima la rettifica effettuata dall’ente impositore, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 75, poichè, nella fattispecie dell’appalto, i corrispettivi si sarebbero dovuti ritenere conseguiti alla data in cui le prestazioni sono ultimate ed è intervenuta l’accettazione dell’opera da parte del committente; con conseguente la violazione del divieto di doppia imposizione, in quanto gli elementi positivi di reddito, già inclusi nel reddito dell’annualità 2004, risultavano essere stati già assoggettati ad imposizione fiscale;

illegittimo il recupero a tassazione di costi per operazioni inesistenti, non essendo idonei gli elementi di prova raccolti dalla Guardia di finanza a far ritenere insussistenti le operazioni assunte a elementi negativi del reddito.

Contro la sentenza l’Agenzia delle Entrate ha proposto appello, che la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, sez. dist. di Siracusa ha rigettato, richiamando sostanzialmente la motivazione della sentenza di primo grado.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 – Con il primo motivo l’Agenzia denuncia “omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” in ragione di “un’omissione sostanziale della motivazione laddove la stessa è del tutto generica e superficiale, del tutto insufficiente a giustificare il decisum, essendosi la CTR limitata a recepire acriticamente le conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado, senza prendere posizione alcuna in ordine alle specifiche e dettagliate censure mosse dall’Agenzia delle Entrate di Siracusa”.

Il motivo è fondato.

Sussiste in vizio di insufficiente motivazione nella parte in cui la C.T.R. afferma che “E’ inoltre censurabile l’accertamento per difetto di motivazione” senza minimamente indicare sotto quale profilo risulti concretamente violato l’obbligo di motivazione normativamente previsto. La motivazione è inoltre insufficiente laddove la C.T.R. afferma che “merita censura il comportamento dell’Ufficio per violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 75, e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 109, per i motivi già rilevati dal giudice”.

In materia di motivazione per relationem questa Corte ha affermato che è legittima la motivazione “per relationem” della sentenza pronunciata in sede di gravame, purchè il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto. Deve viceversa essere cassata la sentenza d’appello allorquando la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame. (Sez. 3, Sentenza n. 15483 del 11/06/2008). Nel caso di specie la riduzione della motivazione alla mera adesione alla sentenza impugnata la rende viziata sotto il profilo della mancanza totale di esplicitazione delle ragioni per cui sono stati rigettati i motivi di appello dell’Ufficio.

2 – Con il secondo motivo l’Agenzia ricorrente deduce “violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3” in relazione all’affermazione, contenuta nella sentenza, secondo cui “l’accertamento impugnato è illegittimo e viola il disposto del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, in quanto non tiene conto delle rettifiche apportate dall’ufficio con il precedente accertamento, che era si era reso definitivo per mancata impugnazione. E’ inoltre censurabile l’accertamento per difetto di motivazione.”

Il motivo è fondato.

E’incontestato che il primo sia stato un accertamento parziale, a norma del D.P.R. n. 600 del 1973. L’Ufficio aveva quindi il potere di compiere un ulteriore accertamento. Non è oltretutto contestato che il primo accertamento (divenuto definitivo) si riferisse a componenti negativi del reddito e che sia scaturito da un primo p.v.c. della Guardia di Finanza, mentre il secondo accertamento – oggetto del presente giudizio – sia scaturito da fatti nuovi e ulteriori derivati dal prosiegui degli accertamenti della Guardia di Finanza.

3 – Con il terzo motivo l’Agenzia deduce “violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 75 e 93, e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 109, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3” laddove la sentenza impugnata, che sul punto recepisce interamente la motivazione della Commissione Tributaria Provinciale, ritiene meritevole di “censura il comportamento dell’ufficio per violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 75, e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 109” in relazione alla contestata violazione dl principio di competenza.

L’accoglimento del primo motivo assorbe questo terzo motivo.

4 – Con il quarto e con il quinto motivo, che possono essere trattati unitariamente si denuncia “violazione o falsa applicazione dell’art. 39, comma, 1, del D.P.R. n. 603 del 1973, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”; “violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, in riferimento al punto della motivazione secondo cui “altra censura merita la rettifica con cui l’ufficio recupera a tassazione costi che presume inesistenti senza fornire la prova documentale, ma basandosi su informazioni e dichiarazioni rese da terzi, certamente non sufficienti a costituire elementi di prova validi”.

Anche questi motivi sono fondati.

Il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, consente all’Ufficio di determinare induttivamente i redditi d’impresa, nonostante la regolarità formale delle scritture contabili, traendo elementi di giudizio, fra l’altro, anche “sulla base di dati e di notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza Con riferimento alla prova di tipo dichiarativo, giova richiamare la giurisprudenza secondo cui nel processo tributario, il divieto di prova testimoniale posto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, si riferisce alla prova testimoniale da assumere con le garanzie del contraddittorio e non implica, pertanto, l’impossibilità di utilizzare, ai fini della decisione, le dichiarazioni che gli organi dell’amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento e che, proprio perchè assunte in sede extraprocessuale, rilevano quali elementi indiziari che possono concorrere a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice (cass., Sentenza n. 9080 del 07/04/2017; negli stessi termini, cass., ord. n. 29757 del 19/11/2018). Una volta che l’Agenzia delle entrate ha fornito prove anche di tipo presuntivo e dichiarativo è onere del contribuente fornire elementi di prova contrari ai dati probatori indicati dall’Ufficio.

P.Q.M.

accoglie i motivi primo, secondo, quarto e quinto, dichiarato assorbito il terzo; cassa in relazione motivi accolti e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, sezione staccata di Siracusa, in diversa composizione, anche per la statuizione sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 14 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2020

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