Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16873 del 11/08/2020

Cassazione civile sez. lav., 11/08/2020, (ud. 26/02/2020, dep. 11/08/2020), n.16873

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19394-2016 proposto da:

BANCA NAZIONALE LAVORO S.P.A., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso

lo studio degli avvocati ROBERTO PESSI, FRANCESCO GIAMMARIA, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato;

– ricorrente –

contro

L.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DELLA

LIBERTA’ n. 10, presso lo studio dell’avvocato GEMMA PATERNOSTRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO APREA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9020/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 17/02/2016 R.G.N. 1560/2013.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Premesso:

che il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 2313/2012, ha confermato il decreto, con il quale su ricorso di L.G. – già dipendente di Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. fino al 28/5/2010, data del licenziamento per giusta causa – era stato ingiunto alla stessa il pagamento di Euro 28.274,41 per TFR, assumendo il ricorrente che la somma già erogatagli a tale titolo e accreditata sul suo conto corrente il 5/7/2010 non fosse assoggettabile a compensazione con altre operazioni finanziarie attinenti al rapporto con la Banca e registrate sul medesimo conto;

– che la decisione di primo grado è stata confermata dalla Corte di appello di Napoli con sentenza n. 9020/2015, depositata il 17 febbraio 2016;

– che la Corte ha osservato come l’appellato, dopo la cessazione del proprio rapporto di lavoro con la Banca, avesse espressamente comunicato, con lettera 19/6/2010 (ricevuta dalla società il 21/6), di voler ricevere tutte le comunicazioni presso il proprio difensore in Bari, richiedendo con la stessa lettera ogni spettanza che gli fosse dovuta “per legge e per contratto” e dichiarando la propria domiciliazione nello studio del predetto difensore, cui conferiva i più ampi poteri, inclusi quelli di “riscuotere somme e quietanzare”; sicchè era da ritenere che il versamento della somma sul conto corrente, in quanto effettuato in violazione degli artt. 1182 e 1188 c.c., non fosse estintivo dell’obbligazione;

– che avverso tale sentenza ha proposto ricorso la Banca Nazionale del Lavoro S.p.A., affidandosi a quattro motivi, cui ha resistito il lavoratore con controricorso;

– che entrambe le parti hanno depositato memoria.

Rilevato:

che con il primo motivo la sentenza di appello viene censurata ex art. 360 c.p.c., n. 5 per avere omesso di valutare la circostanza, da ritenersi provata e decisiva, che il L. aveva tenuto un comportamento configurante accettazione del pagamento del TFR con la modalità dell’accredito su conto corrente, essendosi recato, immediatamente dopo avere appreso dell’avvenuto accredito, e senza formulare alcuna contestazione in proposito, a prelevare l’importo di 20.000 Euro, somma che era parte di quella versatagli dalla Banca a titolo di trattamento di fine rapporto e che in precedenza non era nella sua disponibilità;

– che con il secondo motivo la sentenza viene censurata ex art. 360 c.p.c., n. 3 per avere ritenuto irrilevante in diritto la pacifica esistenza di una prolungata prassi tra le parti, consistente nel pagamento degli emolumenti con accredito sul c/c, sebbene dal combinato disposto dell’art. 1182 c.c., comma 1 e art. 2099 c.c., comma 1, risulti che il luogo del pagamento della retribuzione è determinato anzitutto dagli usi e dalla natura della prestazione, nella specie caratterizzata da continuità e stabilità;

– che con il terzo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1182 c.c. per avere la sentenza erroneamente ritenuto ininfluente il consenso manifestato per facta concludentia dal creditore alla modalità di pagamento consistente nell’accredito del TFR sul conto corrente;

– che con il quarto viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175,1375 e 1182 c.c. per avere la sentenza erroneamente ritenuto legittimo e conforme a correttezza e buona fede il rifiuto del pagamento a mezzo accredito sul conto corrente, la finalità dell’art. 1182 c.c. essendo quella di assicurare la disponibilità delle somme dovute e cioè che esse entrino nella giuridica disponibilità del creditore;

osservato:

che il primo e il terzo motivo, da esaminarsi congiuntamente in quanto connessi, sono infondati;

– che, infatti, la Corte di appello di Napoli, diversamente da quanto dedotto, ha preso in considerazione il comportamento tenuto dal L. nei giorni (OMISSIS), quando cioè, appreso tramite il servizio di home banking dell’avvenuto accredito del proprio TFR, egli si era immediatamente recato nella propria agenzia al fine di prelevare la somma di Euro 20.000, avendo necessità di cassa (cfr. sentenza impugnata, p. 6);

– che, oltre ad averlo espressamente esaminato, la Corte di appello ha, con adeguata e comunque non censurata motivazione, escluso che tale comportamento potesse valere quale adesione al pagamento del TFR mediante accredito sul conto corrente (cfr. ancora sentenza, pp. 6-7); fermo il consolidato principio di diritto, secondo il quale, in tema di comportamento tacito, la valutazione del significato e della portata concludente di esso spetta al giudice di merito, la cui indagine circa la significatività e la univocità della condotta, risolvendosi in una quaestio facti per sua natura riservata allo stesso giudice, può essere sindacata in sede di legittimità unicamente per vizio di motivazione, ora entro i limiti di cui al “nuovo” art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. n. 27391/2019; cfr anche, fra le molte conformi, Cass. n. 2937/2007);

– che parimenti infondati risultano il secondo e il quarto motivo di ricorso, anch’essi da trattare in via congiunta per connessione;

– che infatti la Corte di appello ha accertato, senza che sul punto risulti alcuna censura, come il lavoratore avesse comunicato, con lettera ricevuta dalla Banca il 21 giugno 2010 (e, quindi, in data anteriore a quella di accredito della somma in c/c), di richiedere “ogni spettanza dovuta per legge e per contratto”, nonchè comunicato la propria dichiarazione di domicilio ad ogni effetto presso il difensore, al quale aveva affidato la propria tutela in giudizio, con la precisazione che a tale difensore erano stati conferiti i più ampi poteri, ivi inclusi quelli di “riscuotere somme e quietanzare” (cfr. sentenza, p. 6, prima parte);

– che tale punto di fatto riveste carattere assorbente, posto che, per stabilire il luogo di adempimento di un’obbligazione pecuniaria, ai sensi dell’art. 1182 c.c., comma 3, deve aversi riguardo al domicilio che il creditore ha nel momento in cui l’obbligazione deve essere eseguita, restando, pertanto, ininfluente nel caso concreto la giurisprudenza richiamata dalla ricorrente in tema di equivalenza tra sistemi di pagamento;

ritenuto:

conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;

– che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo;

– che di tali spese deve disporsi ex art. 93 c.p.c. la distrazione in favore dell’avv. Antonio Aprea, come da sua dichiarazione e richiesta.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% e accessori di legge, somma di cui dispone la distrazione in favore dell’avv. Antonio Aprea.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 26 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2020

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