Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16865 del 10/08/2016


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Cassazione civile sez. III, 10/08/2016, (ud. 15/03/2016, dep. 10/08/2016), n.16865

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13448-2013 proposto da:

AXA ASSICURAZIONI SPA, (OMISSIS), in persona del Procuratore Speciale

pro-tempore Dott. R.M., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DI VAL GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato LUCIO DE

ANGELIS, rappresentata e difesa dall’avvocato MAURO CARBONI giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F. GROUP DI F. F E C SAS, in persona del legale

rappresentante p.t. Sig. F.F., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA P.L. DA PALESTRINA 47, presso lo studio

dell’avvocato FRANCESCO PAOLO IOSSA, rappresentata e difesa

dall’avvocato PIERO PEPPUCCI giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

Q.S.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 277/2012 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 26/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/03/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO FRANCESCO ESPOSITO;

udito l’Avvocato MAURO CARBONI;

udito l’Avvocato PIERO PEPPUCCI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’AXA Assicurazioni S.p.A. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Terni la F. Group di F. F. e C. s.a.s. e Q.S. chiedendone la condanna al pagamento della somma di Euro 365.000,00, oltre accessori, in restituzione di quanto la compagnia assicuratrice aveva versato a titolo di risarcimento dei danni agli eredi di C.A.. Deduceva che quest’ultimo era deceduto dopo essere stato investito dall’autovettura condotta dal Q. con targa prova intestata alla società convenuta, senza che vi fosse a bordo il titolare della targa o una persona dipendente munita di delega, circostanza che, sulla base delle condizioni di polizza, escludeva l’operatività della garanzia e legittimava l’attrice a ripetere dai convenuti quanto dalla stessa pagato ai terzi danneggiati in conseguenza del sinistro.

Si costituivano i convenuti contestando la sussistenza dei presupposti dell’azione di rivalsa nonchè la responsabilità del Q. in ordine alla causazione del sinistro.

Il Tribunale accoglieva la domanda e condannava i convenuti al pagamento della somma di Euro 365.000,00, oltre interessi legali, ritenuta congrua in relazione alla riconosciuta concorrente responsabilità del conducente dell’autovettura nella misura del 60%.

Proposto appello dalla società F. Group e da Q.S., la Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 26.6.2012, in accoglimento del gravame, escludeva la responsabilità del conducente dell’autovettura, dichiarava assorbite le altre questioni e rigettava la domanda proposta in primo grado dalla compagnia assicuratrice, condannandola al pagamento delle spese del grado.

La Corte, sulla base delle dichiarazioni rese dall’unico testimone che aveva assistito all’incidente e della perizia espletata nel giudizio penale instaurato nei confronti di Q.S. e conclusosi con l’assoluzione dell’imputato, riteneva che l’autovettura condotta dal Q. procedesse a velocità moderata e che il sinistro ebbe a verificarsi per una condotta anomala del pedone, il quale si pose improvvisamente sulla carreggiata per evitare di camminare sul ciglio della strada.

Contro la suddetta sentenza l’AXA Assicurazioni S.p.A. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi ed illustrato da memoria. Resistono con controricorso gli intimati.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso l’AXA Assicurazioni S.p.A. denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 654 c.p.c. e art. 652 c.p.c. e ss., artt. 2054 e 1227 c.c., artt. 140 e 141 C.d.S. e art. 342 reg. C.d.S., artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2730 c.c. e ss. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Censura, anzitutto, la ricorrente la decisione impugnata nella parte in cui la corte di appello afferma di condividere le conclusioni cui era prevenuto il G.U.P. di Perugia con la sentenza di assoluzione con la formula “perchè il fatto non costituisce reato” dell’imputato Q.S., emessa in data 21.10.2003 in sede di giudizio abbreviato, nonostante la suddetta sentenza non spiegasse efficacia nel giudizio civile ed omettendo di considerare che la responsabilità civile è retta da regole differenti rispetto a quella penale. In particolare, il giudice di appello non aveva tenuto conto della presunzione di responsabilità del conducente del veicolo sancita dall’art. 2054 c.c., comma 1 omettendo di valutare adeguatamente la condotta di guida di Q.S., come pure le ulteriori rilevanti emergenze istruttorie, e ponendo nella sostanza a fondamento della decisione solo le dichiarazioni rese dal teste G.G..

Contesta, inoltre, il passaggio della sentenza impugnata in cui si asserisce che “l’impatto con la vittima avveniva allorquando questa era a non meno di 70 cm all’interno della carreggiata a sinistra della striscia bianca delimitativa della stessa. Il perito assume come possibile una velocità di circa 50 Km/h in ragione del punto d’urto, della posizione del corpo e della posizione della vettura BMW e tenuto conto delle capacità frenanti dell’auto… deve ritenersi quindi che la automobile medesima stesse procedendo a velocità assolutamente ridotta e più che coerente alle condizioni della strada”. Rileva, al riguardo, che la corte territoriale non aveva correttamente applicato il disposto degli artt. 140 e 141 C.d.S. e dell’art. 342 reg. C.d.S., posto che la velocità tenuta dall’autovettura, anche se non superiore – secondo la perizia penale al limite massimo di velocità imposto dalla segnaletica, non era comunque adeguata alle condizioni di tempo e di luogo (visuale, presenza di attraversamento pedonale, ora notturna) ed era tale da non consentire al conducente di porre in essere qualsivoglia manovra di emergenza.

Si duole, infine, che la sentenza impugnata abbia attribuito valenza probatoria alle dichiarazioni rese da Q.S. agli agenti della Polizia Stradale circa il presunto spostamento del pedone all’interno della carreggiata, trattandosi di dichiarazioni stragiudiziali della parte alle quali può riconoscersi solo valore alla stessa sfavorevole e favorevole alla controparte.

2. Con il secondo motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5). Lamenta la ricorrente che la corte territoriale aveva del tutto omesso di motivare in punto di applicazione della presunzione di cui all’art. 2054 c.c., comma 1 come pure in ordine alla prospettata violazione degli artt. 140 e 141 C.d.S..

Deduce, inoltre, la contraddittorietà della motivazione – basata sulle dichiarazioni rese dal teste G.G., recepite senza alcun vaglio critico dal giudice – in ordine alla velocità tenuta dall’autovettura, stimata nella perizia penale in 50 km/h, ma comunque non adeguata alle condizioni di tempo e di luogo, nonchè la illogicità, insufficienza e contraddittorietà della motivazione riguardo alla condotta del pedone. Sotto tale ultimo profilo, censura la sentenza impugnata nella parte in cui la corte di merito ha ritenuto “del tutto plausibile che l’impatto sia avvenuto per un improvviso porsi della vittima sulla carreggiata per evitare di camminare sul ciglio della strada, da quel lato impervio e privo di marciapiede, ovvero per l’esistenza di un ostacolo verosimilmente costituito dall’albero in banchina od eventualmente per attraversare la strada…. A fronte di un siffatto quadro deve ritenersi incontestato che senz’altro la vittima ebbe ad invadere la sede stradale in punto non consentito”, rilevando come le affermazioni del giudice di appello, volte ad accreditare un comportamento anomalo del pedone, non fossero suffragate da specifici elementi probatori, risultando anzi contraddette dai rilievi fotografici in atti.

3. I due motivi, formulati con riferimento a distinti parametri normativi, ma involgenti in gran parte le medesime questioni, vanno trattati congiuntamente.

Essi sono infondati.

Va subito rilevato, con riferimento alla asserita violazione delle norme in tema di efficacia extrapenale della sentenza di assoluzione di Q.S. con la formula “perchè il fatto non costituisce reato”, come la corte territoriale abbia legittimamente utilizzato ai fini della formazione del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale, sottoponendole al proprio vaglio critico, e segnatamente la perizia disposta al fine di ricostruire la dinamica del sinistro nonchè le dichiarazioni rese da G.G. agli agenti della Polizia Stradale nonchè dinanzi al G.U.P. del Tribunale di Perugia, dichiarazioni poi reiterate dal G. nel corso della prova testimoniale assunta nel giudizio di primo grado.

Non è poi, nella specie, ravvisabile la dedotta violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in riferimento alla asserita valenza probatoria attribuita dal giudice di appello alle dichiarazioni rese da Q.S. agli agenti della Polizia Stradale circa lo spostamento del pedone all’interno della carreggiata. Va al riguardo osservato come la corte territoriale abbia autonomamente accertato, sulla base delle complessive risultanze istruttorie, l’anomala condotta del pedone, sicchè l’inciso “come peraltro riferito nell’immediatezza da Q.S. agli agenti di Polizia Stradale” non assume alcun specifico rilievo ai fini della decisione della causa.

Le altre censure formulate dalla ricorrente, anche ove prospettano vizi di violazione di legge, si risolvono, in realtà, in doglianze riferite alla motivazione circa il valore probatorio attribuito agli elementi posti a base della decisione, sulla base dei quali la corte di merito ha accertato in concreto che non sussisteva la responsabilità di Q.S. nella causazione del sinistro, con conseguente superamento della presunzione posta a carico del conducente del veicolo dall’art. 2054 c.c., comma 1 e positivo riscontro della osservanza delle regole imposte dal codice della strada.

Con tali censure, invero, la ricorrente invoca una diversa lettura delle risultanze processuali così come accertate e ricostruite dalla corte di merito, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., n. 5 non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, sia pur sotto il profilo formale della violazione di legge, come in parte auspicato, nella specie, dalla ricorrente, consentendo alla Corte, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica – delle valutazioni compiute dal giudice del merito, al quale soltanto – giova ripeterlo – spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove cd. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile).

Nella specie, la ricorrente, pur denunciando, apparentemente, una pretesa violazione di legge e una deficiente motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai cristallizzate quoad effectum) come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, tendendo così a trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai cristallizzato, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione fattuale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata -, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione delle vicende storiche oggetto di causa fossero ancora legittimamente proponibili nel giudizio di cassazione.

4. Alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso deve essere quindi rigettato.

Le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la ricorrente è tenuto al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 5.400,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori come per legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 15 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2016

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