Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16854 del 07/07/2017

Cassazione civile, sez. I, 07/07/2017, (ud. 20/04/2017, dep.07/07/2017),  n. 16854

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5594/2015 proposto da:

B.C., in proprio e nella qualità di legale rappresentante

p.t. della (OMISSIS) S.r.l., elettivamente domiciliato in Roma, Via

degli Avignonesi n. 5, presso l’avvocato Abbamonte Andrea,

rappresentato e difeso dagli avvocati Carbone Angelo, Miranda

Caterina, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.I.S. – Centro Ingrosso Sviluppo Campania G.N. – S.p.a., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Piazzale delle Belle Arti n. 6, presso

l’avvocato Bellino Panza Elio, rappresentata e difesa dagli avvocati

De Vitto Annarita, Peluso Massimo, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 02/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/04/2017 dal Cons. Dott. DI VIRGILIO ROSA MARIA.

La Corte:

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 12/12/2014-2/1/2015, ha respinto il reclamo proposto da B.C., in proprio e quale legale rappresentante della (OMISSIS) srl, avverso la sentenza di fallimento di detta società, fallimento dichiarato su istanza del CIS Centro Ingrosso Sviluppo Campania G.N., creditore della somma di Euro 191.824,68, per il mancato pagamento, a partire dal 2010, di rate di sub mutuo, per complessivi Euro 145.074,89 e per oneri condominiali per Euro 32.346,31.

In sintesi e per quanto ancora rileva, la Corte d’appello ha ritenuto infondato il motivo di reclamo relativo alla contestazione del credito per oneri condominiali, stante la mera contestazione generica della quantificazione e delle voci di spesa ((OMISSIS), socia del CIS, utilizzatrice del contratto di leasing, aveva dato il locazione a terzi i due capannoni oggetto del leasing ed era solidalmente responsabile con il sublocatario per il pagamento degli oneri di manutenzione e gestione del CIS).

Quanto al sub mutuo di (OMISSIS) con CIS, per la somma di Euro 709.326,63, i cui ratei mensili non erano stati pagati dal 2010, la Corte partenopea ha rilevato: che il tasso usurario non era stato provato ed era poco credibile, visto che in precedenza (OMISSIS) aveva pagato i ratei senza sollevare eccezioni, nè aveva corrisposto almeno la cifra capitale, di cui era ammessa la debenza, e il CIS era iscritto come intermediario non bancario nell’apposito elenco ministeriale; che il B. non aveva neppure indicato le clausole ritenute nulle, nè era configurabile l’abuso di posizione dominante, visto che (OMISSIS) è socia del CIS, nè era credibile la mancata conoscenza del contratto di mutuo;

che CIS aveva provato il titolo producendo i contratti di sub mutuo e di leasing;

che era del tutto infondato il richiamo della reclamante alla L. Fall., art. 72 quater, che in ogni caso, non vi era stato il riscatto degli immobili nè era provato il pagamento dei canoni scaduti, del prezzo di opzione, dell’ICI, degli oneri condominiali a cui è subordinato l’acquisto della proprietà del bene in leasing.

La Corte territoriale ha ritenuto sussistente lo stato di insolvenza, considerato che dall’ultimo bilancio approvato relativo al 2012, dallo schema di bilancio non approvato relativo al 2013, e dai doc. in atti, risultavano il capitale esiguo della società, una minima liquidità di cassa, e quindi una situazione di disequilibrio finanziario per debiti nei confronti delle banche e del Cis, e debiti ingenti verso i fornitori; non erano infine contestati i requisiti di fallibilità.

Ricorre il B. nella qualità di legale rappresentante della (OMISSIS) srl, sulla base di quattro motivi.

Si difende con controricorso il solo CIS, mentre non svolge difese il Fallimento.

Si dà atto che il Collegio ha autorizzato la redazione della presente ordinanza nella forma della motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

Col primo motivo, la società ricorrente denuncia il vizio di motivazione sul punto decisivo dell’insolvenza, anzi la nullità ex art. 132 c.p.c., per la mancanza di motivazione sul rilievo della contestazione in ordine agli oneri condominiali, che il Tribunale non aveva considerato e di cui la parte si era doluta in appello (il decreto ingiuntivo ottenuto dal CIS per il mancato pagamento di rate di sub mutuo ed oneri accessori era stato opposto ed era stata respinta la richiesta di concessione della provvisoria esecuzione).

Col secondo, si duole dei vizi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per avere la Corte territoriale ritenuto sussistente lo stato di insolvenza, mentre non vi erano azioni esecutive, protesti, debiti fiscali, ed il credito del CIS era contestato, portato da decreto ingiuntivo a cui non era stata concessa la provvisoria esecuzione in pendenza di opposizione, per cui la ragionevole contestazione del credito valeva a togliere all’inadempimento il significato di insolvenza.

Col terzo mezzo, la ricorrente denuncia i vizi ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, riproponendo la questione della corretta qualificazione del contratto di leasing, se traslativo o finanziario; sostiene che nel caso si tratta di leasing traslativo, da cui l’applicazione analogica dell’art. 1526 c.c., per cui considerate le rate riscosse dal concedente da restituire all’utilizzatore, si doveva considerare l’attivo superiore al passivo.

Col quarto, si duole dell’ omessa motivazione sull’aumento sino ad un terzo delle spese di lite, del D.M. n. 55 del 2014, ex art. 4, comma 8, aumento ammissibile quando risultino manifestamente fondate le difese della parte vittoriosa.

I primi due motivi sono intesi a censurare la valutazione dello stato di insolvenza, effettuata dalla Corte d’appello.

A riguardo, va in linea preliminare richiamato l’orientamento di questa Corte, espresso tra le più recenti, nella pronuncia del 14/3/2016, n. 5001, secondo cui, ai fini dell’accertamento dello stato di insolvenza, il giudice della fase prefallimentare, a fronte della ragionevole contestazione del credito vantato dal ricorrente, deve procedere all’accertamento, sia pur incidentale, dello stesso, salvo che la sua esistenza risulti già accertata con una pronuncia giudiziale a cognizione piena, potendo, in tal caso, onde adempiere al suo dovere di motivazione, limitarsi ad un mero rinvio ad essa, con l’obbligo, invece, ove rilevi significative anomalie, tali da giustificare il dubbio sulla correttezza della conclusione ivi raggiunta, di dare specificamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad allontanarsi dalla precedente decisione.

Ciò posto, si deve rilevare che con i primi due motivi, la ricorrente ha sostanzialmente inteso contestare la valutazione, ampiamente argomentata, effettuata dalla Corte d’appello, ben tenendo presente la circostanza della cui omissione reiteratamente si duole la ricorrente (la mancata valutazione del fatto che il decreto ingiuntivo concesso per il credito del CIS era stato opposto e non accolta l’istanza di concessione della provvisoria esecuzione), specificamente indicata a pag. 2 della sentenza, tant’è che la Corte partenopea è scesa a valutare tutte le contestazioni svolte dalla parte.

Nel resto, è di chiara evidenza come l’odierna ricorrente intenda censurare la valutazione di merito condotta dalla Corte territoriale richiedendo un nuovo giudizio di merito, laddove il controllo di legittimità non equivale alla revisione del ragionamento decisorio nè costituisce un terzo grado ove far valere la supposta ingiustizia della decisione impugnata (così le pronunce delle sez. un., del 7/4/2014, n. 8053 e del 29/3/2013, n. 7931).

E detta differente valutazione, già inammissibile come motivo di ricorso nel regime di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, anteriore alla modifica apportata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, lo è ancor più a seguito della riforma, applicabile nella specie ratione temporis, atteso che, come ritenuto nella pronuncia delle Sez. U. del 2/4/2014, n. 8053, è oggi denunciabile soltanto l’omesso esame di un fatto decisivo, che sia stato oggetto di discussione tra le parti, nei limiti in cui l’anomalia motivazionale si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente alla esistenza in sè della motivazione, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto delle altre risultanze processuali(nelle ipotesi quindi di “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e” motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” di motivazione).

Il terzo motivo è inammissibile, avendo la parte richiamato la L. Fall. art. 72 quater, in relazione al contratto di leasing, mentre la Corte del merito ha in prima battuta rilevato la non incidenza della questione prospettata, visto che si trattava di valutare lo stato di insolvenza della fallenda e non la sorte del contratto successiva al fallimento.

Il quarto motivo è generico, essendosi limitata la ricorrente a postulare che nel caso la Corte d’appello abbia provveduto all’aumento indicato, senza provarlo; in ogni caso, poichè la causa di valore indeterminato, come la presente, ai fini della liquidazione giudiziale rientra nello scaglione da Euro 50.000 a Euro 260.000, del D.M. n. 565 del 2014, ex art. 5, comma 5, nel caso non risulta superato il compenso liquidabile (Euro 13635,00).

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 6200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi; oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2017

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