Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16837 del 09/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 09/08/2016, (ud. 17/05/2016, dep. 09/08/2016), n.16837

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25923-2011 proposto da:

FONCLEA S.R.L. C.F. 01637911007, in persona del legale rappresentante

pro tempore, G.F. C.F. (OMISSIS), C.M. C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CRESCENZIO 16,

presso lo studio dell’avvocato GILBERTO CERUTTI, che li rappresenta

e difende, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO LAVORO POLITICHE SOCIALI C.E. (OMISSIS), in persona del

Ministro pro tempore, domiciliato in OMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende

ope legis;

– controricorrente –

sul ricorso 30163-2011 proposto da:

FONCLEA S.R.L. C.E. 01637911007, in persona del legale rappresentante

pro tempore, G.F. C.F. (OMISSIS), C.M. C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CRESCENZIO 16,

presso lo studio dell’avvocato GILBERTO CERUTTI, che li rappresenta

e difende, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO LAVORO POLITICHE SOCIALI C.F. (OMISSIS), in persona del

Ministro pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende

ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 590/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/02/2011 R.G. N. 4097/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito l’Avvocato ROBERTO MAZZETTI per delega GILBERTO CERUTTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO, che ha concluso per l’inammissibilità del 1

ricorso e per il rigetto del 2 ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Roma, confermando la sentenza del Tribunale di Roma, rigettava l’opposizione della società e dei co-amministratori in epigrafe proposta avverso le ordinanze ingiunzione emesse dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a titolo di sanzione amministrativa per violazioni relative all’assunzione di alcuni dipendenti.

A base del decisum la Corte del merito poneva il fondante rilievo secondo il quale il giudicato invocato dalle attuali parti ricorrenti, pur riguardando l’infondatezza dell’azione dell’INPS per la pretesa violazione dell’obbligo contributivo, non poteva avere effetti nella controversia de qua essendo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali soggetto estraneo al giudicato e chiedendo questo non il versamento dei contributi, ma l’applicazione delle sanzioni amministrative.

Avverso questa sentenza la società e i co-amministratori di cui innanzi ricorrono in cassazione sulla base di due distinti ricorsi, iscritti rispettivamente ai nn. 25923-11 e 30163-11 del R.G., in ragione di due censure.

Parte intimata resiste con separati controricorsi.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi in parola sono stati riuniti all’odierna udienza riguardando l’impugnazione della stessa sentenza.

Il ricorso iscritto al n. 25923-11 del R.G. va dichiarato inammissibile perchè, in violazione del principio di specificità del ricorso di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, non sono trascritte le ordinanze ingiunzioni nn. 357/05 e 359/05 cui le censure fanno riferimento.

Il ricorso iscritto al n. 30163-11 del R.G., ancorchè tempestivo perchè proposto entro i termini di cui all’art. 327 c.p.c., ed ammissibile per esservi trascritte le richiamate ordinanze ingiunzioni, è infondato.

Con il primo motivo si denuncia vizio di motivazione e si sostiene che la Corte del merito non ha ben valutato la sentenza passata in giudicato nella quale la pretesa dell’INPS è stata respinta per mancanza di prova sicchè “venuto meno l’accertamento della natura subordinata del rapporto, la Corte territoriale non avrebbe potuto ritenere accertate le violazioni, di cui ai verbali ispettivi ed alle opposte ordinanze ingiunzioni se non incorrendo in un manifesto vizio d’illogicità e/o contraddittorietà”.

Con la seconda censura si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e si assume che la sentenza passata in giudicato, diversamente da quanto affermato dalla Corte territoriale spiega efficacia riflessa “anche nei confronti delle violazioni determinanti le sanzioni amministrative poste a fondamento dell’ordinanza ingiunzione”.

Le censure, che in quanto strettamente connesse dal punto vista logico-giuridico vanno trattate unitariamente, sono, come già rilevato, infondate.

Infatti è pur vero che il giudicato, oltre ad avere una sua efficacia diretta nei confronti delle parti, loro eredi e aventi causa, è dotato anche di un’efficacia riflessa nel senso che la sentenza, come affermazione oggettiva di verità, produce conseguenze giuridiche nei confronti di soggetti rimasti estranei al processo in cui è stata emessa.. Ma è altrettanto vero che l’efficacia riflessa del giudicato si produce solo quando i terzi siano titolari di un diritto dipendente dalla situazione definita in quel processo o comunque di un diritto subordinato a tale situazione.

Tanto comporta che l’efficacia del giudicato non si estende a quanti siano titolari di un diritto autonomo rispetto al rapporto giuridico definito con la prima sentenza (Cass. n. 4605/88, n. 2875/99, n. 849/2004, n. 6788/13 e n. 2137/14).

L’efficacia riflessa del giudicato, inteso come affermazione obiettiva di verità sull’esistenza e sul contenuto di una vicenda processuale, può legittimamente dispiegarsi, quindi, con riferimento ad eventuali terzi estranei al processo in cui tale affermazione sia stata predicata, solo qualora questi ultimi risultino titolari di diritti ed obblighi dipendenti dalla situazione giuridica definita in quel processo (Cass. n. 3797/99 e n. 6788/13 cit.).

Nella specie il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è terzo rispetto all’invocato giudicato ed è titolare di un diritto autonomo (relativo al pagamento alla sanzione amministrativa) rispetto al rapporto giuridico definito con la prima sentenza concernente la pretesa dell’INPS al pagamento dei contributi omessi.

Il ricorso, pertanto, va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

La Corte provvedendo sui ricorsi riuniti dichiara inammissibile il ricorso iscritto al n. 25923/2011 del R.G. e rigetta il ricorso iscritto al n. 30163-11 del R.G. e condanna le parti ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate rispettivamente in Euro 1800,00 per compensi oltre spese prenotate a debito ed Euro 1.800,00 per compensi oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2016

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