Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16786 del 06/08/2020

Cassazione civile sez. lav., 06/08/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 06/08/2020), n.16786

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 31034/2018 proposto da:

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO SECHI;

– ricorrente –

contro

BANCO DI SARDEGNA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA POMPEO MAGNO 23/A,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO PROIA, rappresentata e

difesa dall’avvocato LUCA NASEDDU;

– controricorrente –

ricorrente incidentale – avverso la sentenza n. 121/2018 della CORTE

D’APPELLO SEZ.DIST. DI di SASSARI, depositata il 10/08/2018, R.G.N.

99/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/01/2020 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del 1 motivo e per

l’accoglimento del 2 motivo del ricorso, rigetto del ricorso

incidentale; udito l’Avvocato LUCA NASEDDU.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Sassari, in sede di opposizione avverso l’ordinanza con la quale era stato dichiarato risolto il rapporto di lavoro intercorso tra P.G. ed il Banco di Sardegna s.p.a. alla data del 6.5.2014 in applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, con condanna della resistente al pagamento di un’indennità risarcitoria omnicomprensiva pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, richiamato il contenuto della lettera del 9.4.2014 con le contestazioni disciplinari attinenti l’utilizzo illecito della posta elettronica aziendale, avuto riguardo al tenore volgare ed ingiurioso della e-mail e ritenuto lo stesso idoneo ad integrare violazione dei doveri contrattuali previsti dall’art. 38 ccnl credito, oltre che degli artt. 9 e 13 del codice etico e della normativa interna sull’utilizzo della posta elettronica aziendale, condivideva le valutazioni espresse dal giudice della fase sommaria.

1.1. In particolare, riteneva sussistente il fatto oggetto della contestazione disciplinare per essere stato il testo della e-mail idonea alla violazione delle regole contrattuali e regolamentari richiamate, attese la forma e le espressioni usate, contrarie all’obbligo di osservare i principi di disciplina e moralità, oltre che alle regole sull’utilizzo della posta elettronica, e riteneva di escludere l’applicabilità dell’art. 18, comma 4, St. lav. perchè la condotta, in quanto consapevole e cosciente, era esclusa dall’alveo di quelle punibili con sanzione conservativa. Osservava che, al di là di tale ipotesi, la sproporzione tra condotta e sanzione era ricompresa nella previsione dell’art. 18, comma 5, della legge citata, riferita a condotte sussistente, in cui, tuttavia, non ricorrevano gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa. Il giudice di primo grado escludeva, invero, il notevole inadempimento giudicando sproporzionata la sanzione del licenziamento.

2. La Corte d’appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, con sentenza del 10.8.2018, accoglieva parzialmente l’appello principale del P. e quello incidentale del Banco e, per l’effetto, in parziale riforma della decisione impugnata, per il resto confermata, condannava il Banco di Sardegna al pagamento della prevista indennità di preavviso, disponendo che dall’indennità risarcitoria spettante al P. fosse detratto quanto percepito per l’attività lavorativa prestata. Escluso che il comportamento del dipendente legittimasse il licenziamento, per non essere lo stesso tale da integrare il notevole inadempimento o la mancanza così grave da non consentire la prosecuzione del rapporto lavorativo – con ciò rigettando il relativo motivo del gravame incidentale proposto dal Banco -, la Corte rilevava che non poteva accedersi alla tutela reintegratoria, in quanto l’assenza nel contratto collettivo della tipizzazione delle condotte illecite suscettibili di essere sanzionate con provvedimenti conservativi e non espulsivi comportava l’inapplicabilità del novellato art. 18, comma 4, dello Statuto dei Lavoratori.

3. Di tale decisione domanda la cassazione il P., affidando l’impugnazione a due motivi, di cui il secondo subordinato, cui resiste, con controricorso, la società, che propone ricorso incidentale, fondato su unico motivo, illustrato con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

RICORSO PRINCIPALE:

1. Con il primo motivo, il P. denunzia violazione dell’art. 18, comma 4, St. Lav., per avere la Corte d’appello negato il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, ritenendo che l’assenza nel contratto collettivo della tipizzazione della condotte sanzionate con provvedimenti conservativi e non espulsivi comporti l’inapplicabilità della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4.

1.1. Si sostiene che la circostanza che la condotta posta in essere dall’odierno ricorrente non sia descritta nel contratto collettivo non rivesta rilievo ostativo ai fini voluti, atteso che l’art. 18, comma 4, nuovo testo St. Lav. fa letterale riferimento non alle “tipizzazioni” del contratto, ma alle sue “previsioni”, demandando così alle parti sociali la scelta del grado di analiticità mediante cui predeterminare l’applicazione di sanzioni conservative su base pattizia. Si assume che, ove tale scelta sia quella di valersi di formule elastiche o di chiusura, non possa escludersi l’applicazione della tutela reintegratoria prevista dal citato comma 4, una volta che il giudice ritenga di sussumere il fatto nella relativa disposizione collettiva. Non si condivide il divieto per il giudice di desumere dal c.c.n.l. in via interpretativa ipotesi non tassativamente enunciate dalle parti sociali, non essendo percorribile sul piano interpretativo una tesi improntata ad un inedito favor nei confronti del datore di lavoro, in evidente distonia con i valori costituzionali di tutela del lavoro e della parte debole del rapporto, andando in tal modo le esigenze di certezza di parte datoriale a scapito e dell’equità, e delle esigenze di tutela del lavoratore e del suo diritto alla conservazione dei mezzi di sostentamento per sè e per la famiglia.

2. Per l’ipotesi di rigetto del precedente motivo, il ricorrente principale deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 2118, comma 5, ritenendo che la natura stessa dell’indennità di cui all’art. 2118 c.c. sia inconciliabile con la facoltà, prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, di detrarre dal risarcimento l’eventuale aliunde perceptum, ad identiche conclusioni dovendo pervenirsi ove il dictum della sentenza fosse riferito all’indennità risarcitoria di cui all’art. 18, comma 5, tenuto conto del fatto che la legge prevede la possibilità di detrarre l’aliunde perceptum solo nel caso di reintegrazione del posto di lavoro ai sensi del comma 4. Si chiede l’annullamento in parte qua della sentenza, con affermazione del principio secondo cui l’indennità di preavviso e/o quella di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, liquidata non debba essere decurtata di quanto percepito per l’attività prestata.

RICORSO INCIDENTALE:

3. La società si duole della violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2019 c.c., e della L. n. 300 del 1970, art. 18, assumendo che le condotte oggetto della contestazione (avere inviato un e-mail di carattere privato ad un funzionario della BPER (società capogruppo della quale faceva parte anche il Banco di Sardegna) durante l’orario di lavoro, dalla postazione lavorativa, utilizzando il sistema informatico e la rete internet aziendale e l’avere fatto uso di linguaggio volgare e minaccioso rivolgendosi al collega, ritenute dalla Corte d’appello sussistenti ed integranti violazione del codice etico, nonchè in contrasto con le disposizioni del regolamento del gruppo per l’utilizzo della posta elettronica e della rete internet nel posto di lavoro, erano state erroneamente reputate di gravità non idonea a concretare i presupposti della giusta causa ed a determinare l’interruzione in maniera irreversibile di ogni rapporto fiduciario con la Banca. Quest’ultima osserva che la condotta si era posta in contrasto con i principi di disciplina, di dignità, di moralità e di lealtà, che devono informare il comportamento dei prestatori di lavori ed i relativi doveri, e che la gravità del comportamento posto in essere doveva essere desunta dal superamento palese dei limiti del diritto di critica e della considerazione anche delle mansioni di addetto al servizio di prevenzione e sicurezza della Banca attribuite al P..

4. Per motivi di priorità logico giuridica, deve esaminarsi il ricorso incidentale del Banco.

5. A parte la considerazione che il Regolamento di Gruppo per l’utilizzo della posta e della rete internet nel rapporto di lavoro non è trascritto per le parti di interesse idonee ad evidenziare il discostamento della valutazione operata dalla Corte territoriale dai parametri valutativi in tema di giusta causa (secondo la nozione legale integrata da criteri elastici in funzione di clausole generali, in ipotesi di mancata tipizzazione o incompleta individuazione della valenza disciplinare di determinati comportamenti, in relazione ad un dato contesto socio ambientale di riferimento), deve richiamarsi, per disattendere la censura, quanto affermato da questa Corte, secondo cui l’esercizio del diritto di critica da parte del lavoratore nei confronti del datore di lavoro può essere considerato comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia che è alla base del rapporto di lavoro, e costituire giusta causa di licenziamento, quando avvenga con modalità tali che, superando i limiti della continenza formale, si traduca in una condotta gravemente lesiva della reputazione, con violazione dei doveri fondamentali alla base dell’ordinaria convivenza civile (cfr., tra le altre, Cass. 6.6.2018 n. 14527, Cass. 10.7.2018 n. 18176, Cass. 18.1.2019 n. 1379), con la precisazione che comunque, in tema di ricorso per cassazione, la deduzione del vizio di violazione di legge consistente nella erronea riconduzione del fatto materiale nella fattispecie legale deputata a dettarne la disciplina (cd. vizio di sussunzione) postula che l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso, sicchè è estranea alla denuncia del vizio di sussunzione ogni critica che investa la ricostruzione del fatto materiale, esclusivamente riservata al potere del giudice di merito (cfr., ex aliis, Cass. 13.3.2018 n. 60359).

6. Nella specie la ricostruzione che ha condotto alla valutazione in diritto, difforme da quella patrocinata dalla ricorrente incidentale, si fonda sulla considerazione che la critica e le espressioni indirizzate via mail, rivolte, peraltro, non al datore di lavoro, ma ad un funzionario di società cui faceva capo il Banco, erano oggetto di un’unica e-mail ad un solo collega della società capogruppo (mancanza di diffusività), non integravano vessazioni, nè plurime violazioni, non erano rivolte ad un superiore gerarchico ma ad un collega, erano dettate da insofferenza per il comportamento prevaricatore asseritamente tenuto dall’ex collega nei confronti di un amico, non concretavano reati che non fossero stati depenalizzati e che, peraltro, l’esercizio di un diritto configurava una molestia o una minaccia solo in presenza di determinate condizioni, considerato che mai in precedenza il P. era stato destinatario di alcun provvedimento disciplinare. Non si argomenta nel ricorso incidentale sui limiti al diritto di critica, sotto il profilo della continenza formale e sostanziale, ma si pretende di conferire ai fatti una diversa valenza disciplinare, laddove la connotazione di gravità attribuita alla vicenda rientra nel potere valutativo di competenza del giudice del merito.

RICORSO PRINCIPALE:

7. Questo il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità sulla specifica questione: In tema di licenziamento disciplinare, l’accesso alla tutela reale di cui all’art. 18, comma 4, St. lav., divenuta eccezionale a seguito della modifica introdotta dalla L. n. 92 del 2012, presuppone una valutazione di proporzionalità della sanzione conservativa al fatto in addebito tipizzata dalla contrattazione collettiva, potendosi procedere ad un’interpretazione estensiva delle clausole contrattuali soltanto ove esse appaiano inadeguate per difetto dell’espressione letterale rispetto alla volontà delle parti, tradottasi in un contenuto carente rispetto all’intenzione, e non già nel caso in cui il risultato sia quello di ridurre la portata della norma costituente la regola con l’introduzione di nuove eccezioni; ne consegue che solo ove il fatto contestato e accertato sia espressamente contemplato da una previsione di fonte negoziale vincolante per il datore di lavoro, che tipizzi la condotta del lavoratore come punibile con sanzione conservativa, il licenziamento illegittimo sarà anche meritevole della tutela reintegratoria (cfr. Cass. 5.12.2019 n. 31839, Cass. 19.7.2019 n. 19578, Cass. 20.5.2019 n. 13533, Cass. 9.5.2019 n. 12365). In quest’ultima decisione è stato affermato che in tema di licenziamento disciplinare, ove la condotta addebitata al lavoratore abbia un pari disvalore disciplinare rispetto a quelle punite dal c.c.n.l. con sanzione conservativa, il giudice, sebbene gli sia precluso applicare la tutela reintegratoria alle ipotesi non tipizzate dalla contrattazione collettiva – giacchè, nel regime introdotto dalla L. n. 92 del 2012, tale tutela costituisce l’eccezione alla regola rappresentata dalla tutela indennitaria, presupponendo la L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, l’abuso consapevole del potere disciplinare, che implica una conoscenza preventiva, da parte del datore di lavoro, della illegittimità del provvedimento espulsivo, derivante o dalla insussistenza del fatto contestato o dalla chiara riconducibilità della condotta tra le fattispecie ritenute dalle parti sociali inidonee a giustificare l’espulsione del lavoratore – se ritiene che tale condotta non costituisca comunque giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento, utilizzando la graduazione delle infrazioni disciplinari articolate dalle parti collettive come parametro integrativo delle clausole generali di fonte legale, ai sensi del D.Lgs. n. 183 del 2010, art. 30, comma 3, potrà dichiarare illegittimo il recesso e, risolto il rapporto di lavoro, applicare la tutela indennitaria prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5 (cfr., in tali termini, Cass. 12365/2019 cit.).

8. Nella specie il CCNL Settore bancario prevedeva, all’art. 44, relativo ai Provvedimenti disciplinari che: 1. I provvedimenti disciplinari applicabili, in relazione alla gravità o recidività della mancanza o al grado della colpa, sono: a) il rimprovero verbale; b) il rimprovero scritto; c) la sospensione dal servizio e dal trattamento economico per un periodo non superiore a 10 giorni; d) il licenziamento per notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro (giustificato motivo); e) il licenziamento per una mancanza così grave da non consentire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto (giusta causa). Nulla essendo previsto e tipizzato al livello di sanzioni conservative, quanto a condotte preventivamente considerate dalle parti come espressive di una valenza disciplinare rientrante in un tale ambito, sarebbe non conforme alla volontà del legislatore quale espressa dalla norma in considerazione (art. 18, comma 4, seconda parte, St. Lav.) ed alla ratio sopra evidenziata, di considerare quella indennitaria la tutela che costituisce la regola, ritenere che il giudice del merito avesse il potere di qualificare la mancanza come sicuramente rientrante nelle condotte sanzionabili con provvedimento disciplinare di natura conservativa e non avesse proceduto a siffatta valutazione con evidente sacrificio della posizione del lavoratore.

9. Quanto alla questione oggetto del secondo motivo del ricorso principale, per l’ipotesi qui verificatasi di rigetto del primo, questo Collegio ritiene che l’aliunde perceptum si riferisca pacificamente, per come argomenta la sentenza impugnata, alla indennità risarcitoria di cui al comma 5, e non al preavviso. Tuttavia, poichè per la nuova configurazione dell’art. 18 novellato, in caso di ritenuta sproporzione tra la sanzione e la condotta posta in essere, il licenziamento, seppure non sorretto da giustificato motivo soggettivo o da giusta causa, comporta comunque, ai sensi dell’art. 18, comma 5, St. Lav., la cessazione del rapporto di lavoro, con effetto dalla data del recesso, la previsione dell’indennità risarcitoria non può assumere caratteristiche analoghe a quelle che caratterizzano l’ipotesi di cui al comma 4.

10. Nell’ipotesi di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, oltre alla reintegrazione, è previsto il pagamento dell’indennità de qua dal giorno del licenziamento sino a quello di effettiva reintegrazione, sia pure con la limitazione della sua misura a non più di dodici mensilità della retribuzione globale di fatto, laddove, nell’ipotesi di cui al comma 5, è prevista la corresponsione di un’indennità (omnicomprensiva) che già tenga conto anche delle condizioni delle parti, e quindi presumibilmente pure della eventuale situazione lavorativa del dipendente dal punto di vista della collaborazione eventualmente prestata per la riduzione del danno. La mancata espressa previsione di deduzione dell'”aliunde” rispecchia, dunque, la diversità delle situazioni e non può trovare estensione alla seconda il principio della detrazione dell’aliunde di cui al comma 4. D’altronde, al comma 7, sia pure con riferimento alle fattispecie di licenziamento per g.m.o., per le ipotesi di applicabilità della disciplina di cui al comma 5, è previsto che “il giudice, ai fini della determinazione dell’indennità tra il minimo e massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al comma 5, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione…”. Ciò consente di ricondurre ad unità la disciplina della tutela meramente indennitaria, a meno di non ritenere che proprio questa ulteriore precisazione, riferita specificamente ed espressamente a tale ipotesi di licenziamento per g.m.o., sia idonea a legittimare un’interpretazione che consenta di operare la detrazione dell’aliunde, oltre che nelle fattispecie di licenziamento disciplinare disciplinate dall’art. 18 novellato, comma 4, anche nelle fattispecie disciplinate dal comma 5, del medesimo articolo. Tuttavia, in una prospettiva sistematica di unitaria e coerente disciplina delle conseguenze sanzionatorie, risulta preferibile l’opzione interpretativa che non consente nel caso di specie di accedere alla detrazione reclamata dalla società e disposta dal giudice del gravame.

11. Conclusivamente, il ricorso incidentale ed il primo motivo del ricorso principale vanno respinti, laddove il secondo motivo del ricorso principale merita, per quanto detto, accoglimento e la sentenza va cassata in relazione a tale censura; tuttavia, non essendo necessario procedere ad ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ai sensi dell’art. 384, comma 2, seconda parte, nel senso della condanna del Banco di Sardegna, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, senza detrazione dall’indennità risarcitoria di quanto percepito dal P. per l’attività lavorativa prestata.

12. Le spese di lite relative ai gradi di merito vanno diversamente regolate e cedono, per la maggiore soccombenza del Banco rispetto a quella risultata all’esito del giudizio di gravame, a carico della società nella misura di 1/2 di quanto già determinato per l’intero nella sentenza impugnata, con compensazione tra le parti del residuo 1/2.

13. Le spese del presente giudizio di legittimità cedono per 1/3 nella misura liquidata in dispositivo – a carico della società, per la prevalente soccombenza, dovendo per il resto, in relazione alla reciproca soccombenza, essere compensate.

14. Sussistono, per il ricorrente incidentale, le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso principale, rigettati il primo motivo dello stesso ed il ricorso incidentale, cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara dovuta in misura integrale l’indennità L. n. 300 del 1970, ex art. 18, comma 5, senza detrazione di quanto percepito per l’attività lavorativa prestata.

Condanna la società al pagamento delle spese di lite di entrambi i gradi di merito nella misura di 1/2 di quanto determinato per l’intero per ciascuno dei gradi e compensa tra le parti il residuo 1/2.

Condanna la società, ricorrente incidentale, al pagamento di 1/3 delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 1500,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%. Compensa tra le parti i residui 2/3.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso incidentale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, del citato D.P.R., ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2020

 

 

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