Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16774 del 14/06/2021

Cassazione civile sez. I, 14/06/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 14/06/2021), n.16774

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

B.M., rappr. e dif. dall’avv. Maria Visentin,

mariavisentin.ordineavvocatiroma.org, elett. dom. presso lo studio

in Roma, via Cunfida n. 16, come da procura allegata in calce

all’atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappr. e difeso

ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui Uffici è

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– costituito –

per la cassazione del decreto Trib. Roma 5.8.2020, n. 24859, in R.G.

60072/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Massimo Ferro alla Camera di consiglio del 10.6.2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. B.M. impugna il decreto Trib. Roma 5.8.2020, n. 24859, in R.G. 60072/2018 di rigetto del ricorso avverso il provvedimento di diniego della tutela invocata dinanzi alla competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e da tale organo disattesa;

2. il tribunale, per quanto qui di residuo interesse, ha ritenuto che: a) le ragioni dell’allontanamento dal Gambia e l’assenza di motivi di riferita persecuzione escludevano i presupposti dello status di rifugiato, pur se non andava condivisa la valutazione della commissione di non credibilità del narrato; b) erano insussistenti infatti i presupposti della protezione sussidiaria, poichè la vicenda riportata (minacce e maltrattamenti subiti da uno zio in ragione di una lite per il possesso di beni lasciati in eredità) induceva ad escludere gli elementi ai sensi delle lettere a) e b) del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in difetto di allegate situazioni discriminatorie di tipo politico, religioso o altrimenti rilevanti così come quelle di rischio di sottoposizione a pena capitale o trattamenti inumani, trattandosi di timore sproporzionato, non più attuale, astratto rispetto alla protezione (non richiesta) all’autorità e all’età adulta nel frattempo maturata; c) era poi assente nel Paese il conflitto armato ai sensi dell’art. 14 cit., lett. c), non risultando segnalazioni di tal fatta per l’area di provenienza, secondo le fonti internazionali indicate; d) infondata la richiesta di protezione umanitaria, mancando situazioni di vulnerabilità connesse al rimpatrio, con certa compromissione grave dei diritti fondamentali (nella zona di Central River, in Gambia) ovvero anche situazione di povertà (essendo la famiglia possidente), nonchè difettando elementi (neanche allegati) d’integrazione sociale, allo scopo non essendo decisivo il disturbo post traumatico da stress, repertato da persona non strettamente competente anziche da un medico, con assente prescrizione di un eventuale percorso di cura, mentre l’intrapresa di un trattamento farmacologico della (meramente asserita e non documentata) tubercolosi evidenziava la non attualità del problema;

3. il ricorrente propone quattro motivi di ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si deduce l’erroneità del decreto, e dei suoi atti istruttori e organizzativi presupposti, ove il tribunale ha utilizzato la subdelega, anche per una bozza di provvedimento, ad un giudice onorario di pace, non poi componente del collegio decidente e ancora diverso, in base al secondo motivo, da quello avanti a cui c’era stata audizione del ricorrente, erroneamente non condotta dal tribunale; il terzo motivo censura la mancata o errata disamina della situazione di violenza generalizzata in Gambia, delle ragioni della mancata ricerca di protezione presso le autorità, della natura consistente della minaccia ancorchè proveniente da soggetto privato e in generale il difetto di cooperazione istruttoria; il quarto motivo contesta il diniego della protezione umanitaria, per trascuratezza del pericolo di persecuzione e di gravi rischi, non considerando la patologia psichica accertata da assistente sociale con esposizione al rientro coattivo nel Paese a condizioni di vita in povertà o comunque non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona e non svolgendo indagine officiosa al riguardo sulla comparabilità;

2. ritiene il Collegio, preliminarmente, l’ammissibilità del ricorso, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, essendo accompagnato da procura al difensore che – con unica sottoscrizione, come nella specie – assolve pienamente alla funzione certificatoria, al contempo, della sottoscrizione del conferente e del rilascio in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato, risultando conforme a quanto statuito da Cass. s.u. 17066/2021;

3. il primo e secondo motivo sono infondati per un profilo, alla luce del principio, reso da Cass. s.u. 5425/2021, per cui non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito un giudice onorario di tribunale, su delega del giudice professionale designato per la trattazione del ricorso, abbia proceduto all’audizione del richiedente la protezione ed abbia rimesso la causa per la decisione al collegio della Sezione specializzata in materia di immigrazione, atteso che, ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, commi 10 e 11, tale attività rientra senza dubbio tra i compiti delegabili al giudice onorario in considerazione della analogia con l’assunzione dei testimoni e del carattere esemplificativo dell’elencazione ivi contenuta; l’orientamento selezionato dalle Sezioni Unite, e già presente nella giurisprudenza di legittimità (Cass., Sez. VI-1, nn. 28966 e 28917 del 2020; Sez. II, nn. 28366 e 26699 del 2020; Sez. I, nn. 26258, 26257 e 26119 Ric. 2019 n. 00434 sez. SU – ud. 26-01-2021 – 4 – del 2020; Sez. III, n. 24463 del 2020), opera invero il rinvio alla “corretta considerazione che il giudice onorario legittimamente svolge attività istruttoria delegata dal giudice professionale, essendo ciò espressamente previsto dal D.Lgs. n. 116 del 2017, già richiamato art. 10, commi 10 e 11, a mente dei quali: “10. Il giudice onorario di pace coadiuva il giudice professionale a supporto del quale la struttura organizzativa è assegnata e, sotto la direzione e 11 coordinamento del giudice professionale, compie, anche per i procedimenti nei quali il tribunale giudica in composizione collegiale, tutti gli atti preparatori utili per l’esercizio della funzione giurisdizionale da parte del giudice professionale, provvedendo, in particolare, allo studio dei fascicoli, all’approfondimento giurisprudenziale e dottrinale ed alla predisposizione delle minute dei provvedimenti. Il giudice onorario può assistere alla Camera di consiglio”;

4. gli stessi motivi sono inammissibili ove il ricorrente ha evocato una diversa considerazione che sarebbe stata possibile in virtù dell’ipotizzata audizione avanti a giudice professionale diverso, senza però riportare nello specifico dove, come e quando le circostanze sarebbero state introdotte, nè quali impedimenti siano stati frapposti alla loro emersione istruttoria, nè quale fosse la loro decisività, dunque infrangendosi in un ampio limite di autosufficienza e difetto di localizzazione;

5. il terzo motivo è inammissibile, cumulando vizi senza indicare le circostanze specifiche, in termini di persecuzione o danno grave, che il decreto avrebbe omesso di esaminare e valutare, nonchè introducendo il timore di persecuzione giudiziaria (per irreperibilità alle autorità), priva perciò del minimo fondamento di localizzazione processuale; più in generale, va ricordato che “in tema di protezione internazionale, l’attenuazione del principio dispositivo derivante dalla “cooperazione istruttoria”, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda” (Cass. 3016/2019); inoltre, la censura appare eccentrica rispetto al decreto laddove ne contesta in modo assolutamente generico la valutazione di pertinenza privatistica del conflitto economico-familiare riportato, nonchè l’assenza di conflitto armato;

6. il ricorrente non ha menzionato fonti, non esaminate o alternative, idonee a smentire l’affermazione del tribunale di inesistenza di vero e proprio conflitto armato nella zona di provenienza secondo la nozione chiarita quale rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per cui essa, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, così che il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. 18306/2019);

7. il quarto motivo è inammissibile perchè, innanzitutto, con esso si avversa l’apprezzamento di fatto condotto dal giudice di merito in ordine all’inidoneità del disturbo psichico riferito a tradursi in una necessaria cura in Italia a sua volta incompatibile con adeguata terapia al rientro, dunque svolgendo una censura non consentita alla stregua dei limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 8053/2014); inoltre, non appare nemmeno adeguatamente affrontata la complessa ratio decidendi in tema di diniego della protezione umanitaria, che estende la motivazione alla soluzione avvenuta di altro problema medico, al difetto di sicure condizioni di povertà al rientro (la famiglia viene invece considerata possidente), all’assenza di un percorso d’integrazione sociale comprovato; questa parte del decreto non risulta affatto contestata in modo specifico, mancando in ricorso allegazioni e indicazioni puntuali di una ricostruzione del tutto diversa, laddove il tribunale ha riscontrato la omessa offerta di elementi relativi alla citata integrazione sociale, così da giustificare lo scrutinio di completezza ed effettività della comparazione presupposta da Cass. 3681/2019 e per come ripresa da Cass. s.u. 29459/2019;

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

PQM

la Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 giugno 2021

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