Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16743 del 09/08/2016


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Cassazione civile sez. trib., 09/08/2016, (ud. 18/04/2016, dep. 09/08/2016), n.16743

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22338-2010 proposto da:

B.H. Carpets s.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliatosi, giusta procura speciale in

calce al ricorso, in Roma, alla via Cardinal De Luca, n. 10, presso

lo studio del proprio difensore e procuratore avv. Marco Giontella;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del direttore pro tempore,

domiciliatosi in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura generale dello Stato, che lo rappresenta e

difende;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, sezione 15, depositata in data 24 giugno

2009, n. 81/15/09;

udita la relazione sulla causa svolta alla pubblica udienza in data

18 aprile 2016 dal Consigliere Dr. Angelina Maria Perrino;

uditi per la società l’avv. Marco Giontella e per l’Agenzia

l’avvocato dello Stato Barbara Tidore;

udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore

generale Dr. Zeno Immacolata, che ha concluso per il rigetto del

ricorso e, in subordine, per l’accoglimento del quinto motivo di

ricorso.

Fatto

L’Agenzia delle entrate ha rettificato le dichiarazioni iva e dei redditi presentate dalla società per gli anni 2003 e 2004, ai fini dell’irpeg, dell’irap e dell’iva, prendendo le mosse da un processo verbale di constatazione, il quale aveva evidenziato gravi irregolarità dei documenti di trasporto inerenti alla restituzione di merce consegnata in conto visione ed ha sottolineato la mancanza di un criterio univoco d’indicazione dei beni e l’assenza di ogni raccordo tra la merce restituita e la sua imputazione al magazzino.

La società ha impugnato gli avvisi, senza successo nè in primo, nè in secondo grado.

In particolare, il giudice d’appello ha affermato la legittimità dell’accertamento compiuto, in base sia all’irregolarità dei documenti di accompagnamento, sia all’incoerenza rispetto all’indice di rotazione del magazzino, reputando irrilevante il prospetto analitico esibito dalla contribuente ad integrazione della genericità dei documenti di trasporto.

Avverso questa sentenza la società propone ricorso per ottenerne la cassazione, che affida a sette motivi, cui l’Agenzia non replica con difese scritte.

Diritto

1. Con i primi due motivi, da esaminare congiuntamente, perchè connessi, la contribuente lamenta, in tutti e due i casi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3:

– la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), in relazione al D.P.R. n. 472 del 1997, art. 1, là dove il giudice d’appello ha affermato la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo a fronte delle irregolarità riscontrate nei documenti di trasporto, pur non essendone obbligatoria l’emissione – primo motivo;

– la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), là dove il giudice d’appello ha valorizzato una presunzione semplice, benchè il suo verificarsi non sia direttamente imputabile al contribuente – secondo motivo.

La censura complessivamente proposta è per un verso inammissibile e per l’altro infondata.

Essa è inammissibile, in quanto non aggredisce compiutamente la ratio decidendi della sentenza impugnata: il giudice d’appello, difatti, ha fatto leva, per fondare l’affermazione di legittimità dell’accertamento analitico-induttivo, non soltanto sulle irregolarità dei documenti di accompagnamento, ma, contestualmente, altresì sull’incoerenza dell’indice di rotazione di magazzino, che ha ritenuto non adeguato.

La censura è inoltre infondata, giacchè, benchè in ricorso lo si neghi, essa si pone in contrasto col consolidato orientamento della Corte (per l’espressione del quale si veda, fra varie, Cass. 24 settembre 2014, n. 20060), secondo cui l’accertamento con metodo analitico-induttivo, con cui il fisco procede alla rettifica di singoli componenti reddituali, ancorchè di rilevante importo, è consentito, ai sensi del D.P.R. del 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacchè la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata.

Il punto è che, in tema di presunzioni semplici, le circostanze sulle quali la presunzione si fonda devono essere tali da lasciare apparire l’esistenza del fatto ignoto come una conseguenza ragionevolmente probabile del fatto noto, dovendosi ravvisare una connessione fra i fatti accertati e quelli ignoti secondo regole di esperienza che convincano di ciò, sia pure con qualche margine di opinabilità, finanche sulla base di circostanze contingenti, eventualmente anche atipiche (così, Cass., sez.un., 22 dicembre 2015, n. 25767).

Quel che rileva è il peso da attribuire agli elementi prescelti e la loro idoneità ad assurgere al rango di presunzioni gravi, precise e concordanti.

L’apprezzamento in ordine alla gravità, precisione e concordanza degli indizi posti a fondamento dell’accertamento effettuato con metodo presuntivo attiene alla valutazione dei mezzi di prova, ed è pertanto rimesso in via esclusiva al giudice di merito, salvo lo scrutinio riguardo alla congruità della relativa motivazione (tra varie, Cass. 30 ottobre 2013, n. 24437).

2.- Il che determina l’inammissibilità del terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, col quale la società denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), in relazione al D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1 ed al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, comma 4, là dove il giudice d’appello ha valorizzato, ai fini dell’accertamento per presunzioni in via analitico-induttiva, il ricevimento e la conservazione di documenti di trasporto non contenenti tutte le indicazioni prescritte, nonchè del quarto motivo di ricorso, anch’esso proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, col quale la contribuente si duole della violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e dell’art. 2727 c.c., là dove la Commissione tributaria regionale ha inferito dall’incompletezza della documentazione dei documenti di trasporto un valore delle rimanenze diverso da quello contabile, posto a base del calcolo del maggior reddito accertato.

Dietro lo schermo della violazione di legge, difatti, la società censura l’apprezzamento di merito degli elementi indiziari, che il giudice d’appello ha ritenuto assurti al rango di presunzioni.

3.- Le considerazioni che precedono infirmano anche il quinto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, col quale la società si duole della violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), dell’art. 2729 c.c., nonchè del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 1, là dove il giudice d’appello ha posto a fondamento dell’accertamento lo scostamento della percentuale di rotazione del magazzino rispetto agli indici del settore. Censura, questa, affetta altresì dal profilo d’inammissibilità già evidenziato sopra, quando sono stati esaminati il primo ed il secondo motivo.

4.- Il sesto ed il settimo motivo di ricorso, poi, entrambi proposti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sono inammissibili:

il sesto, col quale la società denuncia l’insufficienza della motivazione sul fatto controverso della valutazione delle rimanenze, perchè corredato di quesito generico, in quanto privo dell’indicazione degli elementi in ordine alla decisività del fatto controverso; elementi, che non devono attenere a mere questioni o punti, dovendosi configurare in senso storico o normativo, e potendo rilevare solo come fatto principale ex art. 2697 c.c. (costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) o anche fatto secondario (dedotto in funzione di prova determinante di una circostanza principale) – per tutte, in termini, vedi Cass. 29 luglio 2011, n. 16655;

– il settimo, col quale la contribuente si duole dell’insufficienza della motivazione in ordine all’idoneità del prospetto integrativo dei documenti di trasporto, in quanto non aggredisce adeguatamente la ratio decidendi, che punta sulla posteriorità della compilazione del prospetto in questione, limitandosi ad insistere sull’idoneità probatoria di esso.

Sono al riguardo irrilevanti i precedenti di questa Corte sui quali il difensore della contribuente ha fatto leva nel corso della discussione:

– irrilevante è Cass. 13 giugno 2012, n. 9628, la quale, anzi, valorizza, sia ai fini dell’emissione dell’avviso di accertamento, sia ai fini della successiva decisione del giudice, la rilevanza di documentazione, pur se non obbligatoria, tenuta dal contribuente e rinvenuta dai verificatori o spontaneamente esibita;

– ininfluente è Cass. 13 maggio 2015, n. 9715, giacchè nel caso da questa esaminato la mancanza di documenti di trasporto della merce rientrata è stata considerata supplita dalla prova del fatto che “il rientro della merce veniva registrato sia nella contabilità di magazzino che nei Registri UTIF, fermo che le periodiche verifiche dell’UTIF, effettuate anche nell’esercizio per cui è causa, non avevano evidenziato alcuna irregolarità da parte della contribuente”.

5.- Il ricorso va in conseguenza respinto e le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna la società a pagare le spese, liquidate in Euro 7000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 18 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2016

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