Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16729 del 06/07/2017

Cassazione civile, sez. VI, 06/07/2017, (ud. 12/04/2017, dep.06/07/2017),  n. 16729

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14780/2016 proposto da:

Avvocato D.V.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUTEZIA

8, presso il suo studio rappresentato e difeso da sè medesimo;

– ricorrente –

contro

M.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI

NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato GIULIA SARNARI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1284/2016 della CORTE D’APPELLO MILANO,

depositata il 04/04/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 12/04/2017 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C.

SAMBITO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’Appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado, ha addebitato a D.V.V. la separazione personale dalla moglie M.L.. Il D.V. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza, sulla base di due motivi (violazione artt. 115 e 342 c.p.c. e carenza assoluta di motivazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5) ai quali la moglie ha resistito con controricorso. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma sintetica.

2. La violazione dell’art. 115 c.p.c., dedotta col primo motivo, è infondata: la doglianza muove da un’errata ricostruzione del principio di non contestazione, che si applica solo in riferimento alle allegazioni di fatti materiali da parte dell’avversario e non si estende, perciò, alle mere difese (Cass. 13/09/2016 n. 17966) o alle circostanze che implicano un’attività di giudizio (Cass. 15/05/2007 n. 11108). Proprio tale natura va riconosciuta, ad onta degli sforzi dialettici profusi dal ricorrente in seno alla memoria, all’attività del giudice volta a ricostruire le cause della crisi coniugale e, dunque, ad attribuire o a negare ai fatti di causa – siano essi incontroversi o acquisiti in giudizio a seguito di prova – il valore di causa determinante la separazione. Resta da aggiungere che il positivo apprezzamento circa la sussistenza del nesso causale tra infedeltà ed intollerabilità della prosecuzione della convivenza, in assenza di prova relativa alla preesistenza di una crisi coniugale, attiene al merito, ed è perciò incensurabile in sede di legittimità, e che il principio applicato è coerente con la giurisprudenza di questa Corte (cfr. da ultimo, Cass. 14/08/2015 n. 16859).

3. L’insufficienza motivazionale che, nonostante l’intestazione del motivo, il ricorrente ascrive alla sentenza, laddove afferma che la motivazione dei giudici d’appello era “sostanzialmente lacunosa ed anche carente”, mentre avrebbe dovuto esser “rafforzata” perchè ribaltava la conclusione del giudice di primo grado (cfr. pagg. 18 e 19 del ricorso), è inammissibile, in quanto il controllo di legittimità sulla motivazione, deducibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo vigente ratione temporis, deve essere interpretato come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, essendo pertanto denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale, che si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, e che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, semprecchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, e, beninteso, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (cfr. Cass. SU n. 8053 del 2014).

4. L’asserita violazione dell’art. 342 c.p.c., è inammissibile, per la sua genericità: il ricorrente non riproduce il motivo d’appello avversario, che – in contrasto con quanto affermato dalla Corte territoriale – assume non specifico.

5. La questione della violazione del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 167, è infondata: il D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 24, lett. f), consente di prescindere dal consenso della parte interessata per il trattamento di dati personali quando, come nella specie, quest’ultimo sia necessario per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, a condizione che i dati siano trattati esclusivamente per tale finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento (cfr. Cass. 20/09/2013 n. 21612).

6. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che si liquidano in Euro 4.100,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre spese generali ed accessori. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2017

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