Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16657 del 11/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 11/06/2021, (ud. 06/11/2020, dep. 11/06/2021), n.16657

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STALLA Giacomo Maria – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FILOCAMO Fulvio – Consigliere –

Dott. TADDEI Margherita – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27123-2017 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

PHT INVESTIMENTI SRL, GHC SRL, elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZA DEI CAPRETTARI 70, presso lo studio dell’avvocato VITTORIO

GIORDANO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ALESSANDRO DE STEFANO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 8/2017 della COMM.TRIB.REG. di AOSTA,

depositata il 11/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/11/2020 dal Consigliere Dott.ssa TADDEI MARGHERITA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

L’Agenzia delle Entrate articola un solo motivo di ricorso contro la sentenza n. 8/1/2017 della CTR Valle d’Aosta che, confermando la sentenza di primo grado di accoglimento del ricorso introduttivo, rigettava l’appello dell’Ufficio in ordine all’avviso di liquidazione dell’imposta di registro dovuta in ordine al decreto ingiuntivo ottenuto dalla GHC Srl e dalla PHT Investimenti srl, conseguente ad un lodo arbitrale irrituale a conclusione del quale la Miramonti Srl era stata condannata a pagare alle due predette società la somma complessiva di Euro 6.159.207,43.

In particolare la CTR ha ritenuto che non debbano essere assoggettati ad imposta di registro al 3% sia il lodo pronunciato a seguito di arbitrato irrituale sia, in caso di inadempimento, il conseguente decreto ingiuntivo, perchè il decreto ingiuntivo non manifesta alcuna capacità contributiva ulteriore rispetto all’accordo arbitrale, fatta eccezione per il caso di una differenza di valore tra i due importi.

Le resistenti hanno contro dedotto con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

La ricorrente, con l’unico motivo, lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 808 ter, 824 bis e 825 c.p.c.; del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 29 e 37; del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 8, comma 1, e 9 della tariffa, parte prima, allegata; del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 2, comma 2, della tariffa, parte seconda, allegata, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Premesso che il lodo irrituale, a differenza del lodo rituale del quale non replica la disciplina, per divenire titolo esecutivo, necessita dell’attivazione di un processo di cognizione, eventualmente anche sommario, ex artt. 633 e ss. c.p.c., esso va “tassato” esattamente come il contratto che rappresenta; ovverossia, per lo più, una transazione (come nel caso di specie), da “tassare” in termine fisso al 3% (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 9 della Tariffa, parte prima, allegata) “in relazione agli obblighi di pagamento che ne derivano” (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 29).

Il ricorso è fondato.

Questa Corte ha già deciso che ” In tema di imposta di registro, al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 8, comma 1, della tariffa, parte prima, allegata – che stabilisce l’imponibilità degli “atti dell’autorità giudiziaria ordinaria e speciale che definiscono anche parzialmente il giudizio, compresi i decreti ingiuntivi esecutivi…” istituisce un tributo che ha natura d’imposta d’atto. Ne consegue che, in caso di pluralità di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, ciascuno di essi ha propria ed autonoma veste a fine impositivo, non potendo darsi rilevanza al fatto che essi si riferiscano al medesimo oggetto ed alle stesse parti. Nè si può ipotizzare duplicazione d’imposta laddove vi siano state due diverse registrazioni di due distinti provvedimenti giudiziari, aventi appunto, distinta veste giuridica (nella specie, sentenza e decreto ingiuntivo), solo perchè abbiano in comune la stessa “causa petendi” e si rivolgano, sebbene parzialmente, agli stessi soggetti.” (Cass. n. 14649 del 2005).

Il principio è stato ulteriormente evidenziato nella decisione n. 9501/2018, che ha precisato “… mette conto considerare che, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 37 e al medesimo D.P.R. n. 131 del 1986, art. 8, comma 1, lett. b), della tariffa allegata, i decreti ingiuntivi esecutivi sono soggetti ad imposta di registro proporzionale, nella misura del 3%, salvo conguaglio in base a successiva sentenza passata in giudicato. Come già affermato dalla Corte di legittimità, si tratta di tributo che non mira a colpire il trasferimento di ricchezza, ma inerisce direttamente all’atto, che prende in considerazione in funzione degli effetti giuridici ed economici che esso è destinato a produrre (Cass. n. 14649 del 12/07/2005). In caso di pluralità di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, dunque, ciascuno di essi ha propria ed autonoma veste a fine impositivo, non potendo darsi rilevanza al fatto che essi si riferiscano al medesimo oggetto ed alle stesse parti. Non sussiste, pertanto, duplicazione d’imposta laddove, come nel caso di specie, vi siano state due diverse registrazioni di due distinti provvedimenti giudiziari (l’uno avente ad oggetto la registrazione dei lodi arbitrali e l’altro il decreto ingiuntivo per la restituzione di somma versata in esecuzione di sentenza non definitiva di annullamento dei lodi), posto che la contribuente, avendo optato per l’ottenimento di un decreto ingiuntivo che attuava gli effetti della provvisoria esecutività della sentenza rescindente, anzichè attendere la pronuncia definitiva, ha scelto di avvalersi di un titolo esecutivo intermedio (che le consentiva l’incasso immediato della somma dovuta) il quale è sottoposto, per legge, all’imposta di registro proporzionale proprio per gli effetti giuridici che esso è destinato a produrre.”

Si tratta di prìncipi che – quanto a distinzione ed autonomia dei presupposti di imposta – devono a fortiori valere per il presente caso; mentre il decreto ingiuntivo viene tassato autonomamente come atto giudiziario del quale il creditore necessita per porre in esecuzione il titolo, nella specie appunto costituito dal lodo irrituale, quest’ultimo viene invece tassato in base al suo contenuto contrattuale-patrimoniale, così da rientrare nella tassazione di registro ordinaria.

Non vi è dunque doppia imposizione perchè gli oggetti sono diversi, e così gli effetti dei due atti (giudiziale e contrattuale).

Si è osservato (Cass.n. 7198/19) che: “Al fine di qualificare l’arbitrato come rituale o irrituale, la Corte di cassazione opera come giudice del fatto e ha, dunque, il potere di accertare direttamente, attraverso l’esame degli atti e degli elementi acquisiti al processo, la volontà delle parti espressa nella clausola compromissoria, in quanto la relativa qualificazione incide sull’ammissibilità dell’impugnazione della decisione arbitrale. Nell’esercizio di tale attività di accertamento, il criterio discretivo tra le due figure consiste nel fatto che nell’arbitrato rituale le parti vogliono la pronuncia di un lodo suscettibile di essere reso esecutivo e di produrre gli effetti di cui all’art. 825 c.p.c., con le regole del procedimento arbitrale, mentre nell’arbitrato irrituale esse intendono affidare all’arbitro la soluzione di controversie solo attraverso lo strumento negoziale, mediante una composizione amichevole o un negozio di accertamento riconducibile alla loro stessa volontà.”

Il ricorso va, pertanto, accolto, e la sentenza impugnata cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, decidendo nel merito, va rigettato il ricorso introduttivo proposto dai contribuenti.

Le spese di lite dei gradi di merito, in ragione del consolidarsi nel tempo della giurisprudenza di legittimità sulle questioni oggetto di causa, rispetto all’epoca della introduzione della lite, vanno interamente compensate tra le parti, mentre le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito;

rigetta il ricorso introduttivo proposto dalle società contribuenti.

Le spese di lite dei gradi di merito vanno interamente compensate tra le parti; le soccombenti vanno condannate al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5600,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della quinta sezione civile tenutasi, con modalità da remoto, il 6 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 giugno 2021

 

 

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