Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16640 del 08/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 08/08/2016, (ud. 12/05/2016, dep. 08/08/2016), n.16640

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16322-2014 proposto da:

TELECOM ITALIA SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio dell’avvocato FRANCO RAIMONDO BOCCIA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ARTURO MARESCA, ENZO

MORRICO, ROBERTO ROMEI gisuta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato ENRICO LUBERTO, che lo

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al

controricorso e ricorso incidentali;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

TELECOM ITALIA SPA (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio dell’avvocato FRANCO RAIMONDO BOCCIA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ARTURO MARESCA, ENZO

MORRICO, ROBERTO ROMEI giusta procura in calce al ricorso;

– controricorrente al ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1604/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO del

18/12/2013, depositata i107/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/05/2016 dal Consigliere Relatore ROSSANA MANCINO;

udito l’Avvocato Enrico Luberto difensore del controricorrente e

ricorrente incidentale che si riporta agli scritti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., letta la memoria depositata dalla parte ricorrente incidentale, ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

2. La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 7.2.2014, respingeva il gravame svolto da Telecom Italia s.p.a. e il gravame incidentale svolto dal lavoratore, avverso la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’inefficacia della cessione del ramo d’azienda concluso dalla società con TNT Logistics (poi Ceva Logistic Italia s.p.a.) e, per l’effetto, ordinato alla società attuale ricorrente di ripristinare il rapporto di lavoro dalla data della cessione.

3. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, affidato a due motivi.

4. Il lavoratore ha resistito, con controricorso e proposto ricorso incidentale cui ha resistito la società.

5. Ceva Logistic Italia s p a. è rimasta intimata.

6. Il ricorso principale è qualificabile come manifestamente infondato, tenuto conto della giurisprudenza di questa Corte con riferimento alla medesima vicenda traslativa.

7. Il primo motivo, incentrato sulla violazione dell’art. 100 c.p.c. e artt. 1406, 2094 e 2112 c.c.) non merita accoglimento, come già ritenuto da questa Corte (v., ex multis, Cass. 8756/2014), posto che deve riconoscersi l’interesse concreto ed attuale del lavoratore, in un contesto di incertezza non eliminabile se non attraverso il ricorso alla giurisdizione, all’individuazione del soggetto con il quale deve ritenersi intercorrere il suo rapporto di lavoro.

8. La Corte territoriale si è conformata al principio secondo cui sussiste l’interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo d’azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l’inefficacia di questo nei suoi confronti, in assenza di consenso; nè questo interesse è escluso dalla solidarietà di cedente e cessionario stabilita dal capoverso dell’art. 2112 c.c., la quale ha per oggetto solo i crediti del lavoratore ceduto “esistenti” al momento del trasferimento e non quelli futuri, onde ben può considerarsi l’esistenza di un pregiudizio a carico del ceduto nel caso di cessione dell’azienda a soggetto meno solvibile (v. Cass. n.8756/2014 cit.).

9. Con il secondo motivo la parte ricorrente denuncia esclusivamente la violazione di legge (art. 2112 c.c.).

10. Come già ritenuto da questa Corte con riferimento alle vicende traslative che hanno interessato rami d’azienda da Telecom Italia S.p.A. ad altre società (v., ex multis, Cass. n.16262/2015 e, con specifico riferimento al trasferimento, come nel ricorso all’esame, della funzione logistica Domestic Wireline, cfr., da ultimo, Cass. 15701/2015), “ai sensi dell’art. 2112 c.c. (sia nel testo previgente, sia in quello modificato, in applicazione della direttiva n. 50/98/CE, dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame) deve intendersi come ramo autonomo d’azienda, in quanto tale suscettibile di trasferimento riconducibile alla disciplina della norma citata, ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento medesimo, conservi la propria identità.

11. Ciò presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa ò l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo di azienda già costituito (v. Cass. n. 8017/06; Cass. n. 2489/08 nonchè, in controversie sempre relative a cessione di rami Telecom, Cass. n. 21711/12; Cass. n. 20095/13; Cass. n. 22627/13; Cass. n. 22742/13; Cass. n. 9949/14).

12. Ne discende che si applica l’art. 2112 c.c. anche in caso di cessione di parte dello specifico settore aziendale, purchè si tratti di un insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attività di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del trasferimento (e, dunque, non solo teorica o potenziale).

13. Ciò è confermato da Corte di giustizia UE 6.3.14 n. C- 458/12, dalla quale risulta che: a) non si ha trasferimento di ramo d’azienda qualora il ramo non preesista alla cessione; b) in tal caso spetta all’Ordinamento nazionale il compito di garantire il lavoratore.

14. In presenza dei presupposti sopra indicati, si considerano facenti parte del ramo d’azienda anche i dipendenti adibitivi, sicchè ex art. 2112 c.c. i rispettivi rapporti vengono trasferiti senza necessità di un loro consenso.

15. Resta fermo, tuttavia, che il lavoratore può far valere in giudizio la non configurabilità del trasferimento di un ramo d’azienda ove manchino i presupposti previsti dalla legge e grava su Telecom Italia l’obbligo di dimostrare che i lavoratori ricorrenti in primo grado appartenessero al ramo d’azienda ceduto già prima del suo trasferimento” (v., in tal senso, Cass. n.16262/2015 cit.).

16. Nella specie deve affermarsi che la Corte del merito si è attenuta al principio di diritto sopra richiamato in quanto ha fondato il decisum sul rilievo secondo il quale, la mera preesistenza dell’entità trasferita non basta se l’entità medesima viene creata ad hoc in vista del trasferimento e, soprattutto, se resta comunque sfornita di autonomia, come accertato dalla Corte territoriale nella vicenda in oggetto (oltre che in altre analoghe poi confermate da questa S.C. con sentenze nn. 950, 17683, 21503 del 2014 e numerose altre).

17. Anche il ricorso incidentale, che investe le conseguenze ecnomiche della cessione nulla, non è meritevole di accoglimento, tenuto conto della giurisprudenza di questa Corte formatasi con riferimento alla medesima vicenda delle cessioni ritenute illegittime di rami d’azienda da parte della Telecom (v., fra le altre, Cass. 8514/2015, la cui motivazione si richiama integralmente).

18. “La questione degli effetti della dichiarazione di nullità della cessione di ramo d’azienda è stata affrontata da questa Corte nella sentenza n. 19740 del 2008, cui occorre dare continuità, che ha ritenuto che l’obbligazione del cedente che non proceda al ripristino del rapporto di lavoro deve essere qualificata come risarcimento del danno, con la conseguente detraibilità dell’aliunde perceptum.

19. Costituisce infatti un principio che si è andato consolidando nell’elaborazione di questa Corte quello secondo il quale il contratto di lavoro è un contratto a prestazioni corrispettive nel quale l’erogazione del trattamento economico in mancanza di lavoro costituisce un’eccezione, che deve essere oggetto di un’espressa previsione di legge o di contratto, ciò che avviene ad esempio nei casi del riposo settimanale (art. 2108 c.c.) e delle ferie annuali (art. 2109 c.c.).

20. In difetto di un’espressa previsione in tal senso, la mancanza della prestazione lavorativa dà luogo anche nel contratto di lavoro ad una scissione tra sinallagma genetico (che ha riguardo al rapporto di corrispettività esistente tra le reciproche obbligazioni dedotte in contratto) e sinallagma funzionale (che lega invece le prestazioni intese come adempimento delle obbligazioni dedotte) che esclude il diritto alla retribuzione corrispettivo e determina, a carico del datore di lavoro che ne è responsabile, l’obbligo di risarcire i danni, eventualmente commisurati alle mancate retribuzioni.

21. Proprio perchè si tratta di un risarcimento del danno – ed in assenza di una disciplina specifica per la determinazione del suo ammontare – soccorrono i normali criteri fissati per i contratti in genere, con la conseguenza che dev’essere detratto l’aliunde perceptum che il lavoratore può aver conseguito svolgendo una qualsivoglia attività lucrativa.

22. Tali principi sono stati affermati da questa Corte in relazione a fattispecie che, seppure diverse da quella che ci occupa, sono a questa pienamente assimilabili sotto il profilo esaminato, quali gli intervalli non lavorati nel caso di successione di una pluralità di contratti a termine, nei quali l’apposizione della clausola sia stata ritenuta illegittima (Cass. S.U. n. 2334 del 5 marzo 1991,Sez. L, n. 9464 del 21/04/2009), la dichiarazione di nullità del licenziamento orale (Cass. Sez. U,n. 508 del 27/07/1999), la dichiarazione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro con accertamento della giuridica continuità dello stesso (Cass. Sez. L. n. 4677 del 2006, Sez. L, n. 15515 del 02/07/2009), l’accertamento della nullità di clausola del contratto collettivo prevedente l’automatica cessazione del rapporto di lavoro al raggiungimento della massima anzianità contributiva con conseguente accertamento della continuità giuridica del rapporto di lavoro (Sez. U, n. 12194 del 13/08/2002 e successive conformi tra cui ex multis Sez. L, n. 1758 del 01/08/2003, Sez. L, n. 13871 del 14/06/2007, Sez. L. n. 14387 del 2000).

23. La qualificazione in termini risarcitori delle erogazioni patrimoniali a carico del datore di lavoro come conseguenza dell’obbligo di ripristino del posto di lavoro illegittimamente perduto risulta peraltro influenzata, in maniera decisiva, dalle modifiche introdotte dalla L. n. 108 del 1990, art. 1 alla L. n. 300 del 1970, art. 18 che ha unificato quanto dovuto per i periodi anteriore e posteriore alla sentenza che dispone la reintegrazione sotto il comune denominatore dell’obbligo risarcitorio (così Cass. Sez. L, Sentenza n. 4943 del 01/04/2003 e successive plurime conformi tra cui v. Sez. L, n. 16037 del 17/08/2004, Sez. L, n. 26627 del 13/12/2006),con la conseguente detraibilità dell’aliunde perceptum”.

24. A quanto detto consegue che nel caso in esame, pacifico essendo che i lavoratori hanno continuato a prestare l’attività lavorativa alle dipendenze della cessionaria, venendone retribuiti, a loro incombeva l’onere (che non risulta essere stato assolto) di dedurre e dimostrare i danni sofferti, tra i quali l’inferiorità di quanto ricevuto rispetto alla retribuzione che sarebbe loro spettata alle dipendenze della società cedente” (così Cass. 8514/2015).

25. Risulta, pertanto, immune da censure la sentenza impugnata che, decidendo sul gravame svolto dal lavoratore, si è conformata ai principi esposti e, per l’effetto, ha rigettato il gravame incidentale per non avere il lavoratore dimostrato di aver subito alcun danno sotto il profilo economico.

26. In definitiva, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.

27. Le spese di lite, in considerazione della reciproca soccombenza, si compensano tra le parti.

28. La circostanza che i ricorsi siano stati proposti in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi).

29. Essendo i ricorsi in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) da rigettarsi integralmente, deve provvedersi in conformità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e l’incidentale; spese compensate. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 12 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2016

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