Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16622 del 28/07/2011

Cassazione civile sez. lav., 28/07/2011, (ud. 28/06/2011, dep. 28/07/2011), n.16622

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 23134/2009 proposto da:

D.C.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OSLAVIA

30, presso lo studio dell’avvocato SORRENTINO DOMENICO, rappresentato

e difeso dall’avvocato ROMEO VITTORIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

PEYRANI SUD S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE CLODIO 8, presso lo

studio dell’avvocato FALCONE SERGIO, rappresentata e difesa

dall’avvocato DE FRANCO SALVATORE, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 133/2009 della SEZ. DIST. CORTE D’APPELLO di

TARANTO, depositata il 16/07/2009 r.g.n. 60/08;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/06/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito l’Avvocato VITTORIO ROMEO;

udito l’Avvocato SALVATORE DI FRANCO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Lecce -sezione distaccata di Taranto – con sentenza pubblicata in data 16 luglio 2009, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta, con ricorso del 13 marzo 2002, da D.C.E. nei confronti di Peyrani sud S.p.A. avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli, con missiva del 23 dicembre 1997, a seguito di procedura di consultazione sindacale ex L. n. 223 del 1991 avviata con comunicazione del 19 settembre 1997.

La predetta Corte rilevava, preliminarmente, che il thema decidendum in quanto limitato, così come circoscritto dalle allegazioni del lavoratore in primo grado e dalle conseguenti difese della società convenuta, alla verifica del rispetto dei criteri di scelta con riguardo ad altri solo due dipendenti ( G.G. e D. N.), non consentiva di tener conto delle ulteriori violazioni dei predetti criteri dedotte, solo in sede di note difensive, con riferimento ad altri dipendenti non indicati in ricorso.

Tanto premesso la Corte del merito accertava che il D.C. era titolare delle mansioni di autista di seconda categoria e come tale rientrante nell’esigenza tecnico produttiva posta a base del licenziamento, mentre non era aderente alla realtà processuale che le mansioni svolte dagli altri due lavoratori – rispetto ai quali si era lamentata la violazione dei criteri di scelta – fossero corrispondenti a quelle svolte abitualmente dal D.C.. Del resto, precisava la Corte territoriale, era risultato che solo in via provvisoria il D.C. era stato utilizzato nell’area portuale.

Pertanto la Corte di Appello affermava che le determinazioni dell’azienda erano conformi ai criteri di scelta e, quindi, la domanda del lavoratore risultava infondata.

Avverso questa sentenza il D.C. ricorre in cassazione sulla base di otto censure, precisate da memoria.

Resiste con controricorso la società intimata che deposita memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va rilevato che l’eccezione di giudicato esterno sollevata da parte resistente è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, così come richiamato dall’art. 370 c.p.c..

Invero questa Corte ha ritenuto (Cass. S.U. 2 dicembre 2008 n. 28547, Cass. Cass. 23 settembre 2009 n.20535 e Cass. S.U. 25 marzo 2010 n. 7161) che il requisito previsto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, il quale sancisce che il ricorso deve contenere a pena d’inammissibilità la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda, per essere assolto, “postula che sia specificato in quale sede processuale il documento è stato prodotto, poichè indicare un documento significa necessariamente, oltre che specificare gli elementi che valgono ad individuarlo, allegare dove nel processo è rintracciabile”. La causa di inammissibilità prevista dal nuovo art. 366 c.p.c., n. 6, ha chiarito inoltre questa Corte, è direttamente ricollegata al contenuto del ricorso, come requisito che si deve esprimere in una indicazione contenutistica dello stesso. Tale specifica indicazione, quando riguardi un documento, in quanto quest’ultimo sia un atto prodotto in giudizio, richiede che si individui dove è stato prodotto nelle fasi di merito e, quindi, anche in funzione di quanto dispone l’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, prevedente un ulteriore requisito di procedibilità del ricorso, che esso sia prodotto in sede di legittimità.

Applicando tali principi, in virtù del richiamo operato dall’art. 370 c.p.c., comma 2, al predetto art. 366 c.p.c., – e per la regola di reciprocità fissata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 13 del 1977 -, al controricorso emerge che, nella specie, non risulta specificata in quale sede processuale è rinvenibile la sentenza passata in giudicato.

Del resto, secondo giurisprudenza di questa Corte, l’interpretazione del giudicato esterno va condotta alla stregua dell’esegesi delle norme, essendo pertanto sindacabili sotto il profilo della violazione di legge gli eventuali errori interpretativi, con la conseguenza che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato stesso con cognizione piena, che si estende al riesame, alla valutazione ed all’interpretazione degli atti processuali, richiedendosi però – affinchè possa ascriversi rilevanza espansiva al giudicato esterno, nei giudizi tra le stesse parti che derivino da una medesima situazione giuridica – la presenza in atti della sentenza che si intenda far valere, munita dell’attestazione dell’intervenuto passaggio in giudicato (per tutte V. Cass. 9 settembre 2008 n. 22883).

Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, art. 5, commi 1 e 3, art. 24, e dell’art. 2697 c.c., assume che nella procedura dei licenziamenti collettivi le denunciate norme impongono al datore di lavoro di indicare e provare le circostanze di fatto poste a base dell’applicazione dei criteri di scelta individuati in sede di consultazione sindacale, od in mancanza, dei criteri di scelta previsti dalla predetta L. n. 223 del 1991, art. 5, mentre il dipendente licenziato non ha l’onere d’indicare su quali altri dipendenti avrebbe dovuto ricadere la scelta del licenziamento da parte datoriale. Ha, quindi,errato, sostiene il ricorrente, la Corte di Appello nell’affermare che incombeva al lavoratore indicare su quali altri lavoratori avrebbe dovuto ricadere la scelta del licenziamento.

Con la seconda censura il D.C., denunciando violazione degli artt. 1175 e 1375 c.c., prospetta che la società, in conformità dei principi di buona fede e correttezza, avrebbe dovuto tenere conto, nella applicazione dei criteri di scelta concordati, delle reali fasce professionali e del contenuto oggettivo delle mansioni concretamente svolte da ciascun dipendente e non degli astratti livelli o classificazioni contrattuali.

Con la terza critica il ricorrente, allegando violazione degli artt. 414, 420 e 437 c.p.c., prospetta che, erroneamente, la Corte del merito ha ritenuto inammissibile il riferimento, operato da esso ricorrente solo nelle note difensive, agli altri dipendenti non tenendo conto che tale riferimento trovava riscontro nella documentazione (organigramma) acquisita ritualmente agli atti e richiamata da controparte per sostenere la legittimità della condotta aziendale.

I primi tre motivi, che per la loro stretta connessione logica- giuridica vanno trattati unitariamente,non sono condivisibili.

Occorre prendere le mosse dal rilievo che la Corte di Appello,nella sentenza impugnata, contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, non pone a carico del lavoratore l’onere della prova della violazione dei criteri di scelta concordato in sede di procedura ex L. n. 223 del 1991, bensì ritiene che se il lavoratore, in sede di ricorso introduttivo del giudizio, circoscrive la denuncia di violazione dei criteri di scelta con precipuo riferimento alla posizione di altri due nominati lavoratori rispetto ai quali assume la non corretta applicazione dei menzionati criteri, ed in ordine alla posizione dei predetti lavoratori il datore di lavoro convenuto si difende ed articola le proprie allegazioni istruttorie, il tema decidendum e probatorio rimane conseguentemente in tal senso delimitato. Pertanto, secondo la Corte di Appello, in considerazione anche delle preclusioni stabilite per il rito del lavoro ex art. 416 c.p.c., non è consentito al ricorrente ampliare successivamente l’ambito d’indagine giudiziale da lui stesso delimitato. La Corte del merito, quindi, ritiene di escludere dal proprio apprezzamento tutte quelle allegazioni – rectius riferimenti – alle posizioni di altri lavoratori che secondo la prospettazione tardiva del lavoratore- attore avrebbero evidenziato attraverso la relativa comparazione ulteriori violazione da parte del datore di lavoro dei criteri di scelta concordati.

Ritiene questa Corte che la sentenza impugnata è sotto il profilo in questione corretta in diritto.

Invero deve ritenersi, in una lettura costituzionalmente orientata delle norme sul rito del lavoro ed in particolare in ragione della costituzionalizzazione del principio della ragionevole durata del processo che “impone all’interprete una nuova sensibilità ed un nuovo approccio interpretativo per cui ogni soluzione che si adotti nella risoluzione di questioni attinenti a norme sullo svolgimento del processo, deve essere verificata non solo sul piano tradizionale della sua coerenza logico-concettuale ma anche, e soprattutto, per il suo impatto operativo sulla realizzazione di detto obiettivo costituzionale” (cfr. sul punto in motivazione: Cass. S.U. 28 febbraio 2007 n. 4636 e Cass. S.U. 30 luglio 2008 n.20604), che la delimitazione del tema decidendum e del consequenziale tema d’indagine operata dall’attore nel ricorso introduttivo del giudizio determina, per effetto del regime delle preclusioni di cui al combinato disposto dell’art. 416 c.p.c., comma 3, e art. 437 c.p.c., comma 2, secondo la interpretazione fornita da questa sessa Corte (Cass. S.U. 20 aprile 2005 n. 8202 e successiva giurisprudenza – fra cui – per tutte V. Cass. 26 maggio 2010 n.12847), l’impossibilità di un successivo ampliamento dell’oggetto sostanziale dell’azione implicante nuovi accertamenti di fatti.

Questa Corte, d’altro canto, ha già affermato che le modificazioni della domanda consentite nel processo del lavoro dall’art. 420 c.p.c., comma 1, previa autorizzazione del giudice e giustificate da gravi motivi, sono quelle che integrano non una mutatio ma soltanto una mera emendatici libelli, nè il rapporto di lavoro può giustificare di per sè la proposizione di ulteriori domande rispetto a quelle già contenute nel ricorso originario, quando la nuova pretesa implichi nuovi presupposti e nuovi accertamenti di fatto, i quali alterano il combinato disposto dell’art. 416 c.p.c., comma 3, che stabilisce che il convenuto deve indicare a pena di decadenza i mezzi di prova dei quali intende avvalersi, ed in particolar modo i documenti, che deve contestualmente depositare – onere probatorio gravante anche sull’attore per il principio di reciprocità fissato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 13 del 1977 cit. – e art. 437, comma 2, e i termini della controversia introducendo un diverso tema di indagine, dovendo nel contempo ritenersi consentita una emendatio allorchè cambi solo la qualificazione giuridica della pretesa, rimanendo inalterato il thema decidendum (Cass. 20 aprile 2006 n. 9247).

Alla luce dei richiamati principi deve, quindi, ritenersi corretta la sentenza impugnata che ritiene, in sede d’impugnativa di licenziamento collettivo ex L. n. 223 del 1991, precluso per il lavoratore, il quale ha limitato nel ricorso di primo grado la deduzione della violazione dei criteri di scelta con riferimento precipuo ad altri nominati dipendenti rispetto ai quali, invocando la relativa comparazione, fonda il diritto azionato. Infatti il successivo e tardivo riferimento alla comparazione con altri e diversi dipendenti, in relazione ai quali prospetta il fondamento del diritto azionato, si traduce in un tardivo e come tale inammissibile ampliamento dell’oggetto del giudizio ed in particolare del tema d’indagine.

Nè l’interpretazione, fornita dalla Corte territoriale, della domanda giudiziale è idoneamente censurata essendosi il ricorrente limitato ad affermare che l’indicazione dei due nominativi era stata operata a titolo puramente esemplificativo.

Secondo questa Corte, infatti, l’interpretazione della domanda e l’apprezzamento della sua ampiezza, oltre che del suo contenuto, costituiscono un tipico apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, e, pertanto, insindacabile in sede di legittimità, se non sotto il profilo dell’esistenza, sufficienza e logicità della motivazione (Cfr. Cass. 6 ottobre 2005 n. 19475 e Cass. 6 febbraio 2006 n. 2467, nonchè in particolare Cass. 12 ottobre 1998 n. 10101 – seguita da Cass. 25 settembre 2002 n. 13945 – la quale ha precisato che il sindacato su tale operazione interpretativa, in quanto non riferibile ad un vizio in procedendo, è consentito alla Corte di cassazione nei limiti istituzionali del giudizio di legittimità).

Conseguentemente, stante la rilevata corretta ratio decidendi sul punto in questione della sentenza impugnata, risultano del tutto infondate le critiche in esame palesandosi la prima relativa all’onere della prova ex L. n. 223 del 1991 – inconferente in quanto fa riferimento ad una ratio estranea alla decisione di appello, la seconda non pertinente poichè è relazionata a tutti i dipendenti che, come rilevato, non sono stati considerati dalla Corte territoriale e, la terza, per le esposte ragioni, non condivisibile.

Con il quarto motivo il D.C., assumendo omessa e/o insufficiente motivazione, asserisce che la Corte di Appello ha omesso qualsiasi comparazione con il dipendente D. nonostante questi fosse stato tempestivamente indicato nel ricorso introduttivo ed avesse svolto le stesse mansioni ad esso D.C. attribuite.

Il motivo infondato.

La Corte del merito, invero, prende in considerazione, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, la posizione del dipendente D. rispetto al quale il D.C. rivendica la “sovrapponibilita delle mansioni”.

Tanto è attestato dal rilievo che la predetta Corte in proposito, nel dare atto che alcuni testi effettivamente fanno riferimento “alla sovrapponibilita delle mansioni dell’appellante con quelle dei due dipendenti richiamati”, osserva che l’appellante- ossia l’attuale ricorrente- “però non ha sottoposto a censura l’affermazione del primo giudice, peraltro aderente alla realtà processuale, secondo cui non era desumibile dalle deposizioni in questione se le mansioni dai due svolte fossero corrispondenti abitualmente a quelle dell’appellante”.

Nè in questa sede di legittimità è specificamente censurata siffatta affermazione.

Con la quinta censura il ricorrente, denunciando omessa e/o insufficiente motivazione, prospetta che la Corte di appello ha omesso qualsiasi motivazione sulla non veridicità dell’asserzione di controparte secondo la quale esso D.C. era l’unico autista di seconda categoria, mentre vi erano altri dipendenti di pari qualifica come evincesi dall’organigramma – rispetto ai quali andava operata la comparazione.

La censura deve considerarsi assorbita per il riferimento agli altri dipendenti la cui valutazione, come sottolineato, è stata correttamente esclusa dal tema d’indagine essendo stato questo limitato dallo stesso D.C. alla comparazione di due soli nominati dipendenti.

Con la sesta critica il ricorrente, deducendo vizio di motivazione, sostiene che la Corte di Appello “non ha speso neppure una parola, sulla circostanza che esso D.C. aveva prestato la propria attività lavorativa anche presso il porto mercantile e, quindi, non solo presso lo stabilimento siderurgico.

La critica è infondata.

Infatti anche in questo caso la Corte del merito, diversamente da quanto assunto dal ricorrente, ha preso in considerazione l’attività svolta in area portuale.

La Corte territoriale al riguardo testualmente rileva: “Quanto all’utilizzazione dell’appellante nell’ambito dell’area portuale, dalla deposizione del teste M. emerge che l’appellante vi era adibito soltanto in via del tutto provvisoria. Peraltro, come esattamente rileva il tribunale, al riguardo può essere data rilevanza probatoria alla documentazione prodotta ritualmente dalla società appellata, che, in quanto risalente ad epoca di gran lunga antecedente alle vicende di cui qui si discute, può ritenersi attendibile, ancorchè proveniente dall’appellata. Da essa si desume chiaramente la posizione professionale dell’appellante nei termini indicati dall’appellata”.

Vi è quindi, sul punto in questione, precisa argomentazione sorretta da iter logico congruo e privo di contraddittorietà.

Con il settimo motivo il D.C., allegando vizio di motivazione, prospetta che la Corte di Appello non ha tenuto conto che le mansioni di fatto svolte sono sempre state, come confermato della espletata istruttoria, polivalenti (autista, stivatore ed imbracatore) e, quindi, l’organigramma predisposto dalla società non rispecchiava la realtà concreta dell’azienda. Conseguentemente la comparazione andava operata con riferimento a tutti quei dipendenti che espletavano le stesse polivalenti mansioni.

Con l’ottava, ed ultima censura, il D.C., sempre denunciando vizio di motivazione, asserisce che la Corte di merito, erroneamente non considerando che esso ricorrente aveva svolto anche altre mansioni, non ha proceduto alla comparazione della sua posizione con quella di altri dipendenti svolgenti le stesse mansioni rispetto ai quali egli, in base ai criteri sussidiari – carichi di famiglia ed anzianità di lavoro – sarebbe stato escluso dalla riduzione di personale.

Questi due ultimi due motivi devono ritenersi assorbiti per le stesse ragioni espresse in occasione dell’esame del quinto motivo cui si rinvia.

In base alle esposte considerazioni, in conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 40,00, per esborsi oltre Euro 2500,00 (duemilacinquecento/00) per onorario ed oltre IVA, CPA e spese generali.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2011

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