Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1661 del 27/01/2014


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Civile Sent. Sez. L Num. 1661 Anno 2014
Presidente: MIANI CANEVARI FABRIZIO
Relatore: PAGETTA ANTONELLA

SENTENZA

sul ricorso 25274-2010 proposto da:
CAPASSO ANTONIO C.F. CPSNTN43E16D789G, domiciliato in
ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE
SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso
QUATTROMINI PAOLA, QUATTROMINI GIULIANA, giusta delega
in atti;
a

– ricorrente –

2013

contro

3406

UNILEVER ITALIA S.R.L. C.F. 00846710150,
– intimata –

Nonché da:

Data pubblicazione: 27/01/2014

UNILEVER ITALIA MANUFACTURING S.R.L., già SAGIT
S.R.L., incorporata nella UNILEVER ITALIA S.P.A. C.F.
00846710150, in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE
TUPINI 133, presso lo studio dell’avvocato BRAGAGLIA

D’AYALA GIULIO, giusta delega in atti;
– con troricorrente e ricorrente incidentale contro

CAPASSO ANTONIO C.F. CPSNTN43E16D789G,
– intimato –

avverso la sentenza n. 5688/2010 della CORTE D’APPELLO
di NAPOLI, depositata il 31/07/2010 r.g.n. 173/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 26/11/2013 dal Consigliere Dott. ANTONELLA
PAGETTA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO, che ha concluso
per il rigetto di entrambi in subordine alle S.U.

ROBERTO, rappresentata e difesa dall’avvocato GOMEZ

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Antonio Capasso ha dedotto di aver lavorato alle dipendenze della società
SAGIT come addetto alla lavorazione di gelati e surgelati, obbligato ad indossare una
tuta, scarpe antinfortunistiche copricapo e indumenti intimi forniti dall’azienda, e a
solo dopo aver indossato tali abiti ed essere passato da un tornello con marcatura del
badge poteva entrare nel luogo di lavoro accedendo al reparto dove una macchina
bollatrice rilevava l’orario di ingresso. Tali operazioni si ripetevano al termine
dell’orario di lavoro per dismettere gli indumenti indossati.
Il ricorrente ha chiesto il pagamento delle differenze retributive dovute per il
tempo di tali prestazioni, a titolo di compenso per lavoro straordinario e in via
subordinata come compenso per lavoro ordinario.
Costituitosi il contraddittorio con la Unilever Italia s.r.1., (già SAGIT s.r.1.) il
Tribunale di Napoli ha rigettato la domanda. Con la sentenza oggi impugnata la Corte
di Appello di Napoli ha riformato tale decisione, condannando la società datrice di
lavoro al pagamento di € 4.401,84 oltre accessori.
Il giudice dell’appello ha riconosciuto il diritto del dipendente alla retribuzione
per il tempo impiegato nelle operazioni di vestizione e svestizione, considerandone il
carattere necessario e obbligatorio per l’espletamento dell’attività lavorativa, e lo
svolgimento sotto la direzione del datore di lavoro. Una diversa regolamentazione di
tale attività non poteva essere ravvisata, sul piano della disciplina collettiva, dal
“silenzio” delle organizzazioni sindacali sul problema del “tempo tuta”, né da accordi
aziendali intervenuti per la disciplina delle pause fisiologiche.
La sentenza impugnata ha determinato il tempo di tali attività, facendo ricorso
a nozioni di comune esperienza, in dieci minuti per ognuna delle due operazioni
giornaliere (vestizione e svestizione), commisurando quindi il compenso dovuto alla
retribuzione oraria fissata dal contratto collettivo applicabile.

presentarsi al lavoro 15/20 minuti prima dell’inizio dell’orario di lavoro aziendale;

Il giudice di appello ha accolto

l’eccezione di parziale prescrizione

(quinquennale) sollevata da parte convenuta, tenuto conto della interruzione della
prescrizione operata con lettera di messa in mora ricevuta il 28 maggio 2003 . Non
poteva invece essere valutata a tal fine, secondo la Corte di Appello, la richiesta di
tentativo di conciliazione presentata anteriormente alla Direzione Provinciale del
Avverso questa sentenza Antonio Capasso ha proposto ricorso per cassazione
affidato a quattro motivi. La società Unilever Italia Manufacturing s.r.l. resiste con
controricorso e ricorso incidentale con quattro motivi.
Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc.
civ. .
Motivi della decisione
1.Preliminamente va disposta, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione del
ricorso principale e del ricorso incidentale.
1.2 Nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ. la

società

Unilever Italia Manufacturing s.r.l. , premesso che in data 25 gennaio 2002 le parti
avevano sottoscritto in sede sindacale verbale di conciliazione con il quale avevano
definito la controversia oggetto del ricorso ha chiesto dichiararsi cessata la materia
del contendere . Allegato alla memoria ha depositato atto di notifica a controparte,
nel domicilio eletto, del verbale di conciliazione sindacale .La richiesta non merita
accoglimento. Questa Corte ha ripetutamente affermato che la cessazione della
materia del contendere, quale riflesso processuale del venir meno della ragion
d’essere sostanziale della lite per la sopravvenienza di un fatto suscettibile di privare
le parti di ogni interesse a proseguire il giudizio, deve essere dichiarata dal giudice
allorquando i contendenti si diano reciprocamente atto dell’intervenuto mutamento ovvero della sopravvenuta caducazione – della situazione sostanziale oggetto della
controversia e sottopongano conclusioni conformi in tal senso al giudice ( v. ,tra le
altre, Cass. 5 dicembre 2005 n. 26351, Cass. n. 22 maggio 2006 n 11931) . E’
stato in particolare precisato che la cessazione della materia del contendere
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Lavoro, che non risultava inoltrata alla società datrice di lavoro.

presuppone che: a) sopravvengano, nel corso del giudizio, eventi di natura fattuale o
atti volontari delle parti idonei a determinare la totale eliminazione di ogni posizione
di contrasto; b) vi sia accordo tra le parti sulla portata delle vicende sopraggiunte e
sull’essere venuto meno ogni residuo motivo di contrasto; c) vi sia la dichiarazione di
non voler proseguire la causa proveniente dalla parte personalmente ovvero dal suo

Nel caso di specie tali presupposti non si sono verificati in quanto il verbale di

conciliazione in sede sindacale risulta redatto in epoca molto risalente — 25 gennaio
2002 — ed è quindi anteriore al deposito del ricorso per cassazione — il 27 ottobre
2010 ; difettano inoltre dichiarazioni successive delle parti di rinunciare al giudizio
in corso.
2.1. Il ricorso principale investe la sola statuizione relativa alla decorrenza
della prescrizione, censurata perché non considera valido atto interruttivo la mera
presentazione della richiesta di tentativo obbligatorio di conciliazione rivolta alla
Direzione Provinciale del Lavoro. Con il primo motivo si denuncia la violazione
degli artt. 2943 cod.civ. e 410 cod.proc.civ., richiamando la giurisprudenza di questa
Corte che connette gli effetti di interruzione della prescrizione e di sospensione dei
termini di decadenza ex art. 410 co.2 cod.proc.civ. alla mera instaurazione del
tentativo obbligatorio di conciliazione.
2.2. Con il secondo motivo dello stesso ricorso principale, mediante la
denuncia di violazione dell’art. 2729 cod.proc.civ., si lamenta che la sentenza
impugnata non ha esaminato la possibilità di desumere una prova presuntiva
dell’inoltro della comunicazione della suddetta richiesta al datore di lavoro dalla
circostanza che richieste del genere vengono generalmente inoltrate dalla D.P.L. ; e
ciò anche perché neppure la società UNILEVER aveva obiettato di aver ricevuto la
comunicazione.
2.3. La stessa censura viene proposta con il successivo terzo motivo sotto il
profilo del difetto di motivazione della sentenza impugnata.
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difensore munito di procura ad hoc. ( Cass. 8 novembre 2003 n. 16785 ) .

2.4. Con il quarto motivo si denuncia la violazione degli artt. 421 co.2
cod.proc.civ., 115 cod.proc.civ., rilevandosi che il lavoratore resta in possesso
soltanto dell’istanza diretta alla D.P.L. con cui promuove il tentativo di conciliazione
e non della conseguente comunicazione inoltrata al datore di lavoro dalla D.P.L., che
rimane in possesso della prova della spedizione e ricezione dell’avviso. Il lavoratore
doveroso per la Corte di Appello esercitare i poteri officiosi ex art. 421 cod.proc.civ.
per accertare la ricezione della convocazione da parte della società.
In via subordinata, si solleva questione di legittimità costituzionale dell’art.410
co.2 cod.proc.civ., in relazione agli artt.24, 36 e 111 Cost. nella parte in cui connette
l’interruzione della prescrizione alla ricezione da parte del datore di lavoro della
comunicazione da parte della D.P.L. dell’avvenuta instaurazione del tentativo di
conciliazione anziché alla mera proposizione di tale richiesta da parte del lavoratore.
3.1. Con il primo motivo del ricorso incidentale si denuncia una violazione
della disciplina dei CCNL del settore industria alimentare e degli accordi aziendali
del 16.11.1999, in relazione agli artt. 2099 cod.civ. e 36 Cost., nonché delle regole di
cui all’art.1362 ss. cod.civ., e difetto di motivazione.
La sentenza impugnata viene censurata per non aver valutato l’incidenza
sull’assetto negoziale del rapporto della contrattazione collettiva, che secondo la parte
esclude il pagamento di una retribuzione ulteriore del tempo impiegato sia per
raggiungere i reparti, sia per indossare e togliere gli indumenti di lavoro, correlando
la retribuzione dovuta al solo tempo della prestazione lavorativa effettiva.
La società, premesso che la determinazione quantitativa della retribuzione
risulta soprattutto dalla disciplina collettiva, trae argomenti a sostegno della propria
tesi dalle norme contrattuali in tema di durata e distribuzione dell’orario di lavoro e
di riduzione dello stesso (correlata al godimento di riposi individuali) nonché dalla
clausola del CCNL applicabile che, imponendo all’azienda di destinare un locale a
spogliatoio, dispone che questo debba rimanere chiuso durante l’orario di lavoro; tale

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si trova nella impossibilità di documentare la circostanza, sicché sarebbe stato

previsione escluderebbe che il tempo da destinare alla vestizione possa rientrare nella
prestazione lavorativa.
3.2. Con il secondo motivo si denunciano ancora un vizio di motivazione in
ordine all’esame del contenuto della disciplina collettiva e la violazione delle regole
di interpretazione dei contratti, sostenendosi che la Corte di Appello avrebbe

del tempo non lavorato destinato a pause fisiologiche, mentre l’accordo sindacale
prevedeva per la fruizione delle pause proprio l’arco temporale intercorrente tra
“l’avviamento e messa a regime della linea produttiva” (corrispondente all’inizio del
turno) e la “predisposizione turno seguente” (corrispondente alla fine del turno)
secondo uno schema di fruizione delle pause: si assume che tale regolamentazione
assegna al personale un trattamento di miglior favore rispetto a quello previsto dal
paradigma legale.
3.3. Con il terzo motivo, con la denuncia di violazione degli artt.414 e 432
cod.proc.civ., 1226 e 2697 cod.civ.. in relazione all’art. 360 nn.3 e 5 cod.proc.civ., si
censura la determinazione, ai fini dell’accoglimento della domanda, della durata delle
operazioni di vestizione e svestizione. Tale statuizione, ad avviso della parte, è
sostanzialmente immotivata, priva di una determinazione obiettiva e ragionevole, in
assenza di insufficiente documentazione delle allegazioni del lavoratore, ed anche di
qualsiasi dimostrazione della quotidiana presenza al lavoro. Si è ignorato che il
rapporto di lavoro è stato interessato da assenze per malattie, infortuni, permessi ed
altre vicende sospensive della prestazione.
3.4. Con il quarto motivo si denuncia di violazione di plurime norme di diritto,
sostenendosi che secondo la disciplina di legge deve intendersi per orario di lavoro
quello di effettivo svolgimento delle mansioni, “al netto di quello che il lavoratore
impiega nello svolgimento di attività preparatorie”, in cui deve includersi il tempo
che il lavoratore impiega per preparare se stesso e i propri strumenti allo svolgimento
dell’attività lavorativa. Si fa riferimento a questo fine anche alla definizione di orario
di lavoro dettata dal D.L.G.S. 66/2003, di attuazione della disciplina comunitaria,
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erroneamente affermato l’esistenza di una norma imperativa che vieta l’assorbimento

come “qualsiasi periodo in cui al lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore e
nell’esercizio delle sue attività o delle sue funzioni” , per sostenere che nella
fattispecie non potrebbe ravvisarsi un esercizio delle funzioni in assenza di una
effettiva prestazione.
Si afferma poi che gli obblighi normativamente imposti al lavoratore (specie
caso protettivi, derivano dalla legge e non possono rientrare nell’ambito delle
prerogative datoriali, gravando direttamente sul lavoratore; inoltre, che le operazioni
in questione non erano predeterminate oggettivamente dal datore di lavoro, perché il
personale poteva effettuarle in un arco temporale di massima ovviamente collocato in
un momento precedente l’inizio dell’orario di lavoro, ma sulla base di scelte del tutto
personali da parte dei dipendenti.
I lavoratori avevano facoltà di accedere in azienda fino a 29 minuti prima
dell’inizio del turno lavorativo, e potevano impiegare a loro piacimento questo
intervallo temporale, come di gestire tempi e modi della vestizione. Si tratta, secondo
la parte, della cosiddetta diligenza preparatoria in cui rientrano comportamenti che
esulano di fatto dalla stretta funzionalità del sinallagma contrattuale.
4.1. Per ragioni di priorità logica devono essere esaminate in primo luogo le
censure svolte nel ricorso incidentale, che investono con il primo, secondo e quarto
motivo la questione del diritto alla retribuzione per il tempo occorrente ad indossare
e dismettere gli indumenti di lavoro, con riferimento sia alla disciplina legale
dell’orario di lavoro, sia alla regolamentazione collettiva applicabile. Tali motivi, che
possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, sono infondati.
4.2. La giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato, in relazione
alla regola fissata dal R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3 – secondo cui “è considerato
lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un’occupazione assidua e continuativa”- il
principio secondo cui tale disposizione non preclude che il tempo impiegato per
indossare la divisa sia da considerarsi lavoro effettivo, e debba essere pertanto
retribuito, ove tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, il quale ne disciplina il
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per il personale delle industrie alimentari) di indossare indumenti adeguati e se del

tempo ed il luogo di esecuzione, ovvero si tratti di operazioni di carattere strettamente
necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell’attività lavorativa: così, Cass. 14
aprile 1998 n. 3763, Cass. 21 ottobre 2003 n. 15734, Cass. 8 settembre 2006 n.
19273, Cass. 10 settembre 2010 n.19358 (che riguarda una fattispecie analoga a
quella del caso oggi in esame); v. anche Cass. 7 giugno 2012 n.9215. E’ stato anche
non possono ritenersi superati dalla disciplina introdotta dal D.L.G.S. . 8 aprile 2003,
n. 66 (di attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE), il quale all’art. 1,
comma 2, definisce “orario di lavoro” “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al
lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue
funzioni”; e nel sottolineare la necessità dell’attualità dell’esercizio dell’attività o della
funzione lascia in buona sostanza invariati – come osservato in dottrina – i criteri
ermeneutici in precedenza adottati per l’integrazione di quei principi al fine di
stabilire se si sia o meno in presenza di un lavoro effettivo, come tale retribuibile,
stante il carattere generico della definizione testé riportata. Criteri che riecheggiano,
invero, nella stessa giurisprudenza comunitaria quando in essa si afferma che, per
valutare se un certo periodo di servizio rientri o meno nella nozione di orario di
lavoro, occorre stabilire se il lavoratore sia o meno obbligato ad essere fisicamente
presente sul luogo di lavoro e ad essere a disposizione di quest’ultimo per poter
fornire immediatamente la propria opera (Corte Giust. Com . eur., 9 settembre 2003,
causa C-151/02, pan. 58 ss.).
Tale orientamento (come osserva la citata Cass. n.19358/2010) consente di
distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, che soddisfa direttamente
l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od
attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa
(art. 2104 comma 2 cod.civ. ) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il
quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria.
Di conseguenza al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro

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precisato (v. Cass. 25 giugno 2009 nn.14919 e 15492) che i principi così enunciati

(tempo estraneo a quello destinato alla prestazione lavorativa finale) deve
corrispondere una retribuzione aggiuntiva.
Il giudice dell’appello si è attenuto a questi principi, avendo accertato che le
operazioni di vestizione e svestizione si svolgevano nei locali aziendali prefissati e
nei tempi delimitati non solo dal passaggio nel tornello azionabile con il badge e
prima dell’inizio del turno, secondo obblighi e divieti sanzionati disciplinarmente,
stabiliti dal datore di lavoro e riferibili all’interesse aziendale, senza alcuno spazio di
discrezionalità per i dipendenti.
4.3. La sentenza ha anche negato l’esistenza di una disciplina contrattuale
collettiva tale da escludere dal tempo dell’ orario di lavoro quello impiegato per le
operazioni in questione. Questa statuizione risulta fondata su una compiuta
ricognizione della disciplina collettiva richiamata, nella quale non si rinviene
alcuna specifica regola con il contenuto indicato dalla ricorrente incidentale, e sfugge
alle censure mosse sotto i profili sia del vizio di motivazione che di violazione delle
regole ermeneutiche negoziali; in particolare, con riguardo al regime delle pause
fisiologiche (che non può essere riferito al tempo di quella che viene definita come
“fase preparatoria” della prestazione) e alla destinazione di locali a spogliatoio, da cui
nulla è dato desumere in ordine alle modalità della stessa prestazione.
5. Il terzo motivo del ricorso incidentale va disatteso, perché la determinazione
della durata del tempo in questione (e conseguentemente della correlativa
controprestazione retributiva) è stata operata in via equitativa e con prudente
apprezzamento, stante la difficoltà di accertare con precisione il “quantum” della
domanda. Il giudice di merito ha fatto uso discrezionale dei poteri che gli attribuisce
la norma processuale dell’art.432 cod.proc.civ. , con apprezzamento in fatto
incensurabile in Cassazione, siccome adeguatamente motivato. Appare del resto del
tutto infondato il rilievo in ordine alla mancata valutazione dei periodi di assenza dal
lavoro (dedotti in modo assolutamente generico) posto che il parametro di misura del
compenso è riferito ad un periodo complessivo di diverse annualità.
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quindi dalla marcatura del successivo orologio, ma anche dal limite di 29 minuti

6.1. Il ricorso principale non merita accoglimento. Con il primo motivo il
ricorrente invoca inutilmente a sostegno della propria tesi ( secondo cui l’effetto
interruttivo della prescrizione ex art. 410 2° co. cod.proc.civ. dovrebbe essere
connesso alla mera instaurazione del tentativo obbligatorio di conciliazione, con la
richiesta del lavoratore, indipendentemente dalla successiva comunicazione
alla decadenza dalla impugnazione del licenziamento.
Si deve infatti osservare che la norma richiamata, conservata anche nella
formulazione dell’ art.31 1.n.183/2010 (“la comunicazione della richiesta di
espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per
la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua
conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza”) fa riferimento a due istituti
profondamente diversi. Mentre il fondamento della prescrizione consiste nella
presunzione di abbandono di un diritto per inerzia del titolare, il fondamento della
decadenza si coglie nell’esigenza obiettiva del compimento di particolari atti entro un
termine perentorio stabilito dalla legge, oltre il quale l’atto è inefficace, senza che
abbiano rilievo le situazioni soggettive che hanno determinato l’inutile decorso del
termine o l’inerzia del titolare, e senza possibilità di applicare alla decadenza le norme
relative all’interruzione della prescrizione.
Come questa Corte ha già avuto occasione di osservare (v. Cass. 1 giugno
2006 n.13046) la disposizione intende chiaramente distinguere gli effetti che il
tentativo obbligatorio di conciliazione ha ai fini della interruzione della prescrizione
dalle conseguenze che da esso derivano con riferimento ai termini decadenziali. Con
riguardo alla decadenza dal potere di impugnazione del licenziamento, la sospensione
del termine opera a partire dal deposito dell’istanza di espletamento della procedura
di conciliazione (contenente l’impugnativa del licenziamento) essendo irrilevante, in
quanto estraneo alla sfera di controllo del lavoratore, il momento in cui l’ufficio
provvede a comunicare al datore di lavoro la convocazione per il tentativo di

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indirizzata dalla D.P.L. al datore di lavoro) la giurisprudenza di questa Corte relativa

conciliazione (v. in tal senso la giurisprudenza consolidata a partire da Cass. 19
giugno 2006 n.14087).
Invece, solo con la comunicazione al creditore della richiesta di espletamento
del tentativo di conciliazione si verifica l’effetto di interruzione della prescrizione con
effetto permanente fino al termine di venti giorni successivi alla conclusione della
Nella specie, il giudice dell’appello si è attenuto a tale principio di diritto- che
va qui riaffermato- escludendo l’interruzione della prescrizione in assenza di prova
della suddetta comunicazione alla società datrice di lavoro.
6.2. Il secondo e il terzo motivo del ricorso principale devono essere disattesi
perché la valutazione in ordine all’opportunità di fare ricorso alle presunzioni,
individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e stabilirne la
rispondenza ai requisiti di legge, è riservata all’apprezzamento di fatto del giudice di
merito. Dunque, l’utilizzazione o meno del ragionamento presuntivo può essere
criticata in sede di legittimità solo sotto il profilo del vizio di motivazione, ma tale
censura non può limitarsi ad affermare un convincimento diverso da quello espresso
dal giudice di merito, dovendo far emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà
del ragionamento decisorio; resta peraltro escluso che la sola mancata valutazione di
un elemento indiziario (nella specie, neppure specificamente dedotto) possa dare
luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo (v. per tutte Cass. 21 ottobre
2003 n.15737, 11 maggio 2007 n.10847).
6.3. Il quarto motivo dello stesso ricorso principale appare infondato, essendo
sufficiente rilevare in proposito che il mancato esercizio da parte del giudice dei
poteri ufficiosi ex art. 421 cod. proc. civ., preordinato al superamento di una
meccanica applicazione della regola di giudizio fondata sull’onere della prova, non è
censurabile con ricorso per cassazione ove la parte non abbia investito lo stesso
giudice di una specifica richiesta in tal senso, indicando anche i relativi mezzi
istruttori. D’altro canto, non è neppure prospettabile una impossibilità del lavoratore
di fornire la prova della avvenuta trasmissione al datore di lavoro, ad opera della
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procedura conciliativa (Cass. 24 novembre 2008 n.27882, 16 marzo 2009 n.6336).

D.P.L., della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione; prova che può
essere certamente acquisita con l’accesso alla documentazione presso l’ufficio.
Per la stessa ragione, risulta manifestamente infondata la questione di
legittimità costituzionale dell’art. 410 secondo comma cod.proc.civ., prospettata per
la violazione degli artt. 24, 36 111 Cost. in relazione alla prova dell’atto interruttivo
7. Entrambi i ricorsi devono essere quindi respinti. In considerazione della
reciproca soccombenza, si ravvisano giusti motivi per compensare interamente tra le
parti le spese del presente giudizio.
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale e il ricorso incidentale.
Compensa le spese.
Così deciso in Roma il 26 novembre 2013
Il Consigliere estensore

della prescrizione.

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