Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16606 del 15/07/2010

Cassazione civile sez. I, 15/07/2010, (ud. 11/05/2010, dep. 15/07/2010), n.16606

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 16643/2006 proposto da:

C.A. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato

in ROMA, VIALE CARSO 51, presso l’avvocato MORANDI Nicoletta, che lo

rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

U.B. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA MANTEGAZZA 24, presso lo STUDIO GARDIN, rappresentata e

difesa dall’avvocato COLARUSSO Romano, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6/2006 della SEZ. DIST. DI TARANTO – CORTE

D’APPELLO di LECCE, depositata il 17/02/2006;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza

dell’11/05/2010 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FELICETTI;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato NICOLETTA MORANDI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il tribunale di Taranto con sentenza dell’11 gennaio 2005, a seguito di sentenza di separazione personale con addebito a carico del marito e attribuzione alla moglie di un assegno di mantenimento di L. 1.300.000, pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato il (OMISSIS) fra C. A. e U.B. ponendo a carico del C. ed in favore della U. un assegno divorzile di Euro 1.000,00.

Impugnata la pronuncia da parte del C., la Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con sentenza depositata il 17 febbraio 2006, notificata il 15 marzo 2006, rigettava il gravame. Il C. ricorre a questa Corte avverso tale sentenza, con atto notificato in data 11/15 maggio 2006 formulando due motivi. La U. resiste con controricorso notificato il 7 giugno 2006. Il ricorrente ha anche depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va pregiudizialmente disattesa l’eccezione d’inammissibilità del ricorso prospettata dalla controricorrente sotto il profilo della violazione dell’art. 366 bis c.p.c., per non essere stati formulati i quesiti prescritti da tale norma non essendo essa applicabile al ricorso “ratione temporis”, per riguardare esso una sentenza depositata anteriormente al 2 marzo 2006.

2. Con il primo motivo si denunciano la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e successive modificazioni, nonchè l’omessa motivazione su un punto decisivo. Si deduce al riguardo che la Corte d’appello, nel riconoscere alla controparte un assegno di divorzio di mille euro mensili, avrebbe omesso di motivare anche in ordine alla breve durata del matrimonio, dedotta quale motivo di appello in relazione alla liquidazione dell’assegno su detto da parte del tribunale.

Il motivo è infondato, considerato che in tema di determinazione dell’assegno di divorzio il giudice deve dare giustificazione della propria decisione alla stregua dei parametri indicati nella L. n. 898 del 1970, art. 5, tenendo presente anche la durata del matrimonio, ma può considerare prevalente e assorbente anche uno solo di tali elementi, ritenendolo idoneo a dare fondamento alla propria decisione, quale l’elemento costituito dalle condizioni economiche delle parti (ex multis Cass. 28 aprile 2006, n. 9876), come ha fatto implicitamente la Corte d’appello nel caso di specie secondo quanto emerge dal complesso della motivazione della sentenza impugnata.

3. Con il secondo motivo si deduce ancora la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, e successive modificazioni, nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, innanzitutto per avere la Corte d’appello ritenuto che dagli accertamenti disposti a mezzo della polizia tributaria era risultato che l’attività d’impresa della U. era inidonea ad assicurarle, per la sua modestia, un reddito sufficiente a consentirle un tenore di vita analoga a quella avuto durante il matrimonio. Si lamenta la genericità della motivazione in proposito, in relazione alle emergenze istruttorie e la mancata considerazione che la U., trasferendosi in Roma ed aprendo un’attività commerciale aveva dimostrato una capacità d’iniziativa che escludeva la sussistenza di ragioni obbiettive che le impedissero di procurarsi mezzi adeguati di sussistenza che costituisce presupposto per l’attribuzione dell’assegno. Si lamenta, ancora che la sentenza impugnata non abbia adeguatamente motivato in ordine al tenore di vita goduto dalla U. durante il matrimonio ed abbia omesso di motivare in ordine all’implicito rigetto della domanda dell’appellante di riduzione dell’assegno.

Il motivo è infondato con riferimento a tutti i profili dedotti, avendo la Corte d’appello rigettato le censure dell’appellante, sia in ordine alla concessione dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, sia implicitamente in ordine alla sua mancata riduzione, con adeguata motivazione – e con valutazione di merito a lei riservata – incentrata sugli accertamenti della polizia tributaria effettuati sulle condizioni reddituali della U., in base ai quali ha ritenuto accertata la sua incapacità (allo stato), a lei non addebitabile, essendosi essa attivata per procurarsi un’indipendenza economica, di mantenere il tenore di vita goduto durante il matrimonio, desunto, come consentito nella materia “de qua”, da elementi presuntivi ricollegabili alla professione di medico odontoiatra dell’appellante, nonchè dagli elementi probatori acquisiti nel giudizio di primo grado.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato e il ricorrente condannato alle spese di questo giudizio,che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione (che liquida nella misura di euro duemiladuecento, di cui Euro duecento per spese vive, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 11 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2010

 

 

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