Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16604 del 15/07/2010

Cassazione civile sez. I, 15/07/2010, (ud. 28/01/2010, dep. 15/07/2010), n.16604

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 1284/2007 proposto da:

T.F. (c.f. (OMISSIS)), domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato TORALDO Giuseppe, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

S.P., S.C., S.E., elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA DI SANTA COSTANZA 2, presso l’avvocato CICCARELLI

LUIGI, rappresentati e difesi dall’avvocato RUBERTO Leone, giusta

procura a margine del controricorso;

T.E., T.V., elettivamente domiciliati in ROMA,

CIRCONVALLAZIONE CLODIA 145/A, presso l’avvocato ALLEGRA GIUSEPPE,

rappresentati e difesi dagli avvocati DI MARTINO DOMENICO, CAPUA

ALBERTO, giusta procura a margine del controricorso;

M.L. in proprio, M.S. (c.f. (OMISSIS)), tutti

e due nella qualità di eredi di P.C., elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZALE CLODIO 8 – INT. 8 SC. B, presso

l’avvocato ARCURI GABRIELLA, rappresentati e difesi dall’avvocato

URSINI GIUSEPPE, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

contro

T.G., PROCURA GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI

NAPOLI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2323/2006 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/07/2006;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

28/01/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato ENRICO CAROLI, con delega, che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per i controricorrenti MARTIRANI, l’Avvocato GIUSEPPE URSINI

che ha chiesto l’inammissibilità o comunque il rigetto del ricorso;

udito, per i controricorrenti TRIUNFO, l’Avvocato DOMENICO DI MARTINO

che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’integrazione del

contraddittorio nei confronti di T.G.; in subordine

inammissibilità o rigetto del ricorso, previa correzione della

motivazione della sentenza impugnata, condanna non aggravata alle

spese.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con citazione del 28 aprile 1994, P.C. – sulla premessa di essere nata dall’unione naturale della propria madre, P.A. (deceduta il (OMISSIS)), con T.E. – convenne quest’ultimo dinanzi al Tribunale di Napoli, perchè fosse dichiarato che il convenuto è suo padre naturale.

Costituitosi, T.E., resistette alla domanda.

Nel corso del giudizio, si verificò una duplice interruzione del processo: la prima, a seguito della dichiarazione d’interdizione del convenuto; la seconda a seguito della sua morte (avvenuta in data (OMISSIS)). Il processo fu riassunto, dopo la prima interruzione, nei confronti del tutore dell’interdetto, T.G., e, dopo la seconda, nei confronti degli eredi testamentari di T.E., e cioè: E. e T.V., pronipoti, G. e T.F., nipoti, M.L., figlia dell’attrice.

Sempre nel corso del giudizio, intervennero volontariamente i fratelli P., C. ed S.E., anch’essi interessati a resistere alla domanda quali eredi testamentari dello stesso T.E. e, in quanto tali, pregiudicati da un eventuale accoglimento della domanda.

Il Tribunale adito, in contraddittorio con tutte le predette parti ed anche con il Pubblico Ministero disposta ed espletata consulenza tecnica d’ufficio -, con la sentenza n. 1839/04 del 12 febbraio 2004, dichiarò che P.C. è figlia naturale di T.E..

2. – Avverso tale sentenza – notificata in data 3 maggio 2004 a tutte le parti del processo di primo grado, ad eccezione di T.G. – proposero distinti appelli alla Corte d’Appello di Napoli: P., C. ed S.E., con atto del 26-27 maggio 2004; E. e T.V., con atto del 28 maggio 2004, tutti sollecitando, nel merito, in riforma della decisione impugnata, la reiezione della domanda.

Si costituirono M.L., in proprio e quale erede della madre P.C. (deceduta in data (OMISSIS)), nonchè M.S., i quali, tra l’altro, chiesero la conferma della sentenza impugnata.

Con ordinanza del 25 novembre 2004, il consigliere istruttore dispose la riunione degli appelli.

Con comparsa depositata in data 26 ottobre 2005, si costituì T.F., il quale, in via pregiudiziale, sollecitò l’integrazione del contraddittorio nei confronti nei confronti di T.G. quale litisconsorte necessario pretermesso e, nel merito, dichiarò di aderire all’appello proposto dai fratelli S. e dai fratelli T., chiedendo altresì, in totale riforma della sentenza impugnata, la reiezione della domanda.

Ordinata ed eseguita l’integrazione del contraddittorio nei confronti di T.G. – il quale rimase contumace -, nell’udienza del 23 febbraio 2006: E. e T.V. dichiararono di rinunciare all’appello dagli stessi proposto nei confronti di P.C. e di M.L., nonchè agli atti del giudizio sia nei confronti di queste ultime, sia nei confronti di P., C. ed S.E., sia nei confronti di T.G.; a loro volta, S.P., C. ed S.E. dichiararono di rinunciare all’appello dagli stessi proposto nei confronti di P.C. e di M.L., nonchè agli atti del giudizio sia nei confronti di queste ultime, sia nei confronti di E. e T.V., sia nei confronti di F. e di T.G.; M.L. e S. accettarono le predette rinunce; S.P., C. ed S.E., da una parte, ed E. e T.V., dall’altra, dichiararono di accettare le rispettive rinunce.

La Corte adita, con la sentenza n. 2323/2006 del 5 luglio 2006, tra l’altro, così provvide: “a) dichiara la contumacia di T.G.; b) preso atto delle rinunce poste in essere dagli appellanti principali ed incidentali, reciprocamente accettate, nonchè della accettazione di M.L. e S. e del difetto di interesse di T.F., dichiara l’estinzione del presente processo”.

In particolare, la Corte ha osservato che: a) la costituzione di T.F. è tardiva, in quanto “intervenuta solo in corso di causa, il 26.10.05, allorquando doveva ritenersi preclusa all’appellato la proposizione di eccezioni o di istanze dirette alla riforma della sentenza resa”; b) tale rilievo consente di considerare rituali le dichiarazioni di rinuncia all’impugnazione ed agli atti del giudizio seguite dalle accettazioni “di tutti i contraddittori diversi dall’indicato appellato”: infatti, quanto alla rinuncia all’impugnazione, “la rinuncia all’azione o all’impugnazione è rinuncia di merito, immediatamente efficace anche senza l’accettazione avversaria e determina il venir meno del potere-dovere del giudice di pronunciare, nonchè il passaggio in giudicato della sentenza impugnata”; quanto alla rinuncia agli atti del giudizio, questa, “ammissibile anche in appello (…) necessita, invece, della accettazione della controparte, che non occorre allorquando quest’ultima abbia interesse alla prosecuzione del processo, che deve concretizzarsi nella possibilità di conseguire un risultato utile e giuridicamente apprezzabile, in conseguenza dell’accoglimento delle richieste formulate, in termini di maggiore utilità di quella collegata all’estinzione (…)”; c) “Nella fattispecie, in cui i rinuncianti hanno espressamente sollecitato la declaratoria di estinzione del processo, per l’adozione di tale statuizione, deve osservarsi che la mancata accettazione da parte di T.F. non risulta rilevante, in considerazione del carattere definitivo assunto, nei suoi confronti, in difetto di regolare impugnazione della decisione di primo grado, che lo rende privo di interesse alla prosecuzione del processo, dato che non potrebbe conseguire un risultato utile e giuridicamente apprezzabile, a seguito di richieste di merito che gli sono precluse”.

3. – Avverso tale sentenza T.F. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo sette motivi di censura.

Resistono, con distinti controricorsi, M.L. e S., E. e T.V., P., S.C. ed S.E..

T.G. ed il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Napoli non si sono costituiti, nè hanno svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo (con cui deduce: “Violazione dell’art. 354 c.p.c., comma 1 – falsa applicazione dell’art. 306 c.p.c.”), il ricorrente critica la sentenza impugnata, sostenendo che la rimessione della causa al giudice di primo grado ai sensi dell’art. 354 cod. proc. civ., per violazione del principio del contraddittorio – sollecitata dal ricorrente con l’appello incidentale -, costituendo questione di natura assolutamente pregiudiziale, avrebbe dovuto essere esaminata e decisa prima della dichiarazione di estinzione del processo per intervenuta rinuncia delle altre parti sia all’impugnazione sia agli atti del giudizio.

Con il secondo motivo (con cui deduce: “Violazione dell’art. 1966 c.c., art. 185 c.p.c., artt. 1418 e 1421 c.c. – falsa applicazione dell’art. 306 c.p.c.”), il ricorrente critica la sentenza impugnata, sostenendo che i Giudici a quibus avrebbero dichiarato l’estinzione del processo omettendo del tutto il doveroso esame preliminare dell’atto di transazione concluso dalle altre parti sui diritti patrimoniali consequenziali al decesso di T.E., con contestuale previsione di rinuncia all’impugnazione ed agli atti del giudizio nella presente controversia avente ad oggetto, invece, diritti indisponibili.

Con il terzo motivo (con cui deduce: “Violazione degli artt. 100 e 306 c.p.c.”), il ricorrente critica la sentenza impugnata, sostenendo che la Corte di Napoli non avrebbero tenuto conto del suo attuale interesse alla pronunzia di nullità del procedimento e della sentenza di primo grado, involgente questioni rilevabili d’ufficio, la cui proposizione non poteva considerarsi preclusa da una pretesa tardività della sua costituzione nel giudizio d’appello.

Con il quarto (con cui deduce: “Violazione dell’art. 334 c.p.c.”), con il quinto (con cui deduce: “Violazione degli artt. 334 e 331 c.p.c.”) e con il sesto motivo (con cui deduce: “Omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio”) – i quali possono essere esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione -, il ricorrente critica la sentenza impugnata, anche sotto il profilo dei vizi di motivazione, sostenendo che egli, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici d’appello, aveva pieno diritto all’impugnazione incidentale tardiva, l’interesse alla quale era sorto a seguito dell’intenzione manifestata dalle altre parti di transigere la lite sui diritti ereditar e che il termine per proporre detta impugnazione decorreva dalla data di notificazione dell’atto di integrazione del contraddittorio ordinato dal consigliere istruttore nei confronti di T.G..

Con il settimo motivo (con cui deduce: “Nullità della sentenza e del procedimento di primo grado per violazione degli artt. 102 e 110 c.p.c. e art. 216 c.c.”), il ricorrente critica la sentenza impugnata, per non aver tenuto conto che nel processo di primo grado l’istruzione probatoria era stata espletata a contraddittorio non integro.

2. – Deve essere dichiarata, in limine, l’inammissibilità del ricorso.

1.1. – Il ricorso per cassazione, ad istanza del difensore di T.F., è stato notificato ritualmente a tutti gli intimati, salvo che a T.G., al quale la notificazione è stata eseguita ai sensi dell’art. 140 cod. proc. civ., in data 16 dicembre 2006, come risulta dalla relazione di notificazione e dalla prodotta ricevuta dell’accettazione della raccomandata con avviso di ricevimento in pari data.

Tuttavia, il difensore di T.F. non ha prodotto l’avviso di ricevimento di detta raccomandata.

1.2. – E’ noto che costituisce ormai diritto vivente quello secondo cui la produzione dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia del ricorso per cassazione spedita per la notificazione a mezzo del servizio postale ai sensi dell’art. 149 cod. proc. civ., o della raccomandata con la quale l’ufficiale giudiziario da notizia al destinatario dell’avvenuto compimento delle formalità di cui all’art. 140 cod. proc. civ., è richiesta dalla legge esclusivamente in funzione della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio e, dunque, dell’avvenuta instaurazione del contraddittorio, con la conseguenza che l’avviso non allegato al ricorso e non depositato successivamente può essere prodotto fino all’udienza di discussione di cui all’art. 379 cod. proc. civ., ma prima che abbia inizio la relazione prevista dal primo comma di tale disposizione (ovvero fino all’adunanza della corte in Camera di consiglio di cui all’art. 380 bis cod. proc. civ.), anche se non notificato mediante elenco alle altre parti ai sensi dell’art. 372 cod. proc. civ., comma 2, e con l’ulteriore conseguenza che, nel caso di mancata produzione dell’avviso di ricevimento, ed in assenza di attività difensiva da parte della parte intimata, il ricorso per cassazione è inammissibile, non essendo consentita la concessione di un termine per il deposito e non ricorrendo i presupposti per la rinnovazione della notificazione ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ., potendo, tuttavia, il difensore del ricorrente presente in udienza (o all’adunanza della Corte in camera di consiglio) domandare di essere rimesso in termini, ai sensi dell’art. 184 bis cod. proc. civ., per il deposito dell’avviso che affermi di non aver ricevuto, previa offerta della prova documentale di essersi tempestivamente attivato nel richiedere all’amministrazione postale un duplicato dell’avviso stesso, secondo quanto previsto dalla L. n. 890 del 1982, art. 6, comma 1 (cfr. la sentenza n. 627 del 2008, pronunciata a sezioni unite e, ex plurimis, le successive sentenze conformi nn. 9342 del 2008, 1694 del 2009, 9487 del 2010).

E’ altresì noto che, successivamente alla richiamata pronuncia delle sezioni unite di questa Corte, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 3, depositata il 14 gennaio 2010, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, e art. 24 Cost., comma 2, dell’art. 140 cod. proc. civ., “nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anzichè con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione”, in quanto “la disposizione denunciata, così come interpretata dal diritto vivente, facendo decorrere i termini per la tutela in giudizio del destinatario da un momento anteriore alla concreta conoscibilità dell’atto a lui notificato, viola i parametri costituzionali invocati dal rimettente, per il non ragionevole bilanciamento tra gli interessi del notificante, su cui ormai non gravano più i rischi connessi ai tempi del procedimento notificatorio, e quelli del destinatario, in una materia nella quale, invece, le garanzie di difesa e di tutela del contraddittorio devono essere improntate a canoni di effettività e di parità, e per l’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla fattispecie, normativamente assimilabile, della notificazione di atti giudiziari a mezzo posta, disciplinata dalla L. n. 890 del 1982, art. 8” (n. 5.2.2. del Considerato in diritto).

E’, dunque, evidente l’integrazione reciproca tra il richiamato diritto vivente e tale pronuncia di illegittimità costituzionale, essendo l’uno motivato in funzione della prova dell’intervenuto perfezionamento del procedimento notificatorio, l’altra determinata dall’obbligo costituzionale di garantire l’esercizio dei diritti di difesa del soggetto destinatario della notificazione di atti giudiziari eseguita ai sensi dell’art. 140 cod. proc. civ., in condizioni di effettività e di parità rispetto al destinatario della notificazione di atti giudiziari eseguita a mezzo del servizio postale.

E’ anche noto che, in applicazione dei richiamati principi di diritto, è stato affermato l’ulteriore principio, secondo cui l’art. 331 cod. proc. civ. – in base al quale il giudice deve ordinare d’ufficio l’integrazione del contraddittorio quando l’impugnazione della sentenza pronunciata in cause inscindibili o tra loro dipendenti non sia avvenuta nei confronti di tutte le parti – non si applica nel caso in cui la parte impugnante, pur avendo correttamente individuato tutti i contraddittori, abbia però omesso la notificazione riguardo ad uno di essi, ovvero tale notificazione sia inesistente o non ne venga dimostrato il perfezionamento, con la conseguenza che, ove il ricorrente per cassazione ometta di depositare nei termini l’avviso di ricevimento della notificazione del ricorso effettuata a mezzo del servizio postale, non potendosi applicare in via analogica l’art. 331 cod. proc. civ., per difetto della eadem ratio, ed alla luce del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost., comma 2, l’impugnazione deve essere dichiarata inammissibile, ferma restando la facoltà della parte interessata di invocare la rimessione in termini ai sensi dell’art. 184 bis cod. proc. civ., previa la debita dimostrazione che l’omessa produzione del suddetto avviso di ricevimento non è dipesa da propria colpa (cfr. le sentenze nn. 26889 del 2008 e 11053 del 2009).

Tutte le considerazioni che precedono consentono di affermare che tale ultimo principio di diritto non può non valere anche nelle ipotesi – quale quella di specie – in cui, nel caso di cause inscindibili o tra loro dipendenti, non sia stato dimostrato il perfezionamento della notificazione del ricorso per cassazione eseguita, ai sensi dell’art. 140 cod. proc. civ., nei confronti di uno dei contraddittori necessari.

1.3. – Nella specie, non v’ è dubbio che T.G. – unitamente a E., V. e T.F. e M.L. -, quale erede di T.E. (convenuto da P.A. nel giudizio di dichiarazione giudiziale della paternità naturale di P.C.) deceduto nel corso del processo di primo grado, è contraddittore necessario ai sensi dell’art. 276 cod. civ., comma 1 (cfr. ex plurimis, la sentenza n. 21287 del 2005, pronunciata a sezioni unite), sicchè l’omessa produzione dell’avviso di ricevimento pertinente alla notificazione del ricorso allo stesso T.G. e la mancanza di ogni giustificazione e/o richiesta al riguardo da parte del difensore del ricorrente determinano, in applicazione dei richiamati e qui ribaditi principi di diritto, l’inammissibilità del ricorso.

2. – Le spese del presente grado del giudizio seguono la soccombenza nei confronti di ciascuno dei controricorrenti e vengono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, che liquida – per ciascuno di essi – in complessivi Euro 2.200,00, ivi compresi Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 28 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2010

 

 

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