Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16589 del 15/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 15/07/2010, (ud. 27/05/2010, dep. 15/07/2010), n.16589

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende,

giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.D., L.A., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA RENO 21, presso lo studio dell’avvocato

RIZZO ROBERTO, che li rappresenta e difende, giusta mandato a margine

del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 476/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/01/2006 r.g.n. 5586/02;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/05/2010 dal Consigliere Dott. ZAPPIA Pietro;

udito l’Avvocato;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI Maurizio.

 

Fatto

Con ricorso, al Tribunale, giudice del lavoro, di Roma, regolarmente notificato, C.D., assunto con contratto a tempo determinato dalla societa’ Poste Italiane s.p.a. dal 13 ottobre 1997 al 31 gennaio 1998 e dal 27 ottobre 1998 al 31 gennaio 1999 (contratto successivamente prorogato) per “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”, nonche’ dall’8 giugno 1998 al 30 settembre 1998 “per necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie”, rilevava la illegittimita’ dell’apposizione del termine ai contratti in questione di talche’, essendo state le assunzioni illegittime, i contratti si erano convertiti in contratti a tempo indeterminato. Chiedeva pertanto che, previa dichiarazione di illegittimita’ del termine apposto ai predetti rapporti di lavoro, fosse dichiarata l’avvenuta trasformazione degli stessi in contratti a tempo indeterminato, con condanna della societa’ al risarcimento del danno.

Analoghe richieste, e con le stesse motivazioni, venivano svolte, nel ricorso proposto dinanzi alla medesima autorita’ giudiziaria, da L.A., assunta con contratto a tempo determinato dalla societa’ Poste Italiane s.p.a. dal 9 marzo 1998 al 30 aprile 1998 (contratto successivamente prorogato al 30 maggio 1998) e dal 1 marzo 1999 al 31 maggio 1999, per “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”.

Con sentenza in data 19.7.2001 il Tribunale adito, dopo aver proceduto alla riunione dei ricorsi, accoglieva le domande proposte dai ricorrenti, e dichiarava la natura a tempo indeterminato dei rapporti in questione, a decorrere dalla istaurazione del primo rapporto, condannando la societa’ convenuta al pagamento in favore dei ricorrenti della retribuzione, con accessori.

Avverso tale sentenza proponeva appello la societa’ Poste Italiane s.p.a lamentandone la erroneita’ sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo; proponevano altresi’ appello incidentale gli originari ricorrenti lamentando sotto altri profili la erroneita’ dell’impugnata sentenza.

La Corte di Appello di Roma, con sentenza in data 3.2.2004, rigettava l’appello principale ribadendo la nullita’ dei contratti in questione sin dalla stipula del primo di essi e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale, condannava la societa’ a corrispondere a ciascun ricorrente la somma specificamente indicata in dispositivo.

In particolare la Corte territoriale, preso in esame il primo rapporto di lavoro istaurato con il C. dal 13 ottobre 1997 al 31 gennaio 1998 e con la L. dal 9 marzo 1998 al 30 aprile 1998 (contratto successivamente prorogato), rilevava che le assunzioni in parola, pur essendo state dichiarate come effettuate ai sensi della disciplina legale vigente ed a norma dell’art. 8 del CCNL 26.11.1994 e dei successivi accordi integrativi, non contenevano alcuna concreta indicazione delle ragioni della stipulazione a termine sottese alla previsione – astratta e di natura programmatica – dell’accordo collettivo.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Poste Italiane s.p.a con tre motivi di impugnazione.

Resistono con controricorso i lavoratori intimati.

Il C. ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Col primo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. 18 aprile 1962, n. 230; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 c.c. e segg..

In particolare rileva che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto che la causale dei contratti in questione si sarebbe risolta in una proposizione del tutto generica in quanto priva di alcun riferimento alle specifiche esigenze che avevano determinato l’assunzione dei lavoratori; ed invero l’accordo del 25.9.1997 era assolutamente coerente con la previsione di cui alla L. n. 56 del 1987, art. 23 che aveva attribuito sul punto una delega in bianco in ordine alle ulteriori ipotesi di contratto a termine rispetto a quelle legislativamente previste, ritenendo l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessita’ del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti e prescindendo quindi dalla necessita’ di individuare ipotesi di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori.

Col secondo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 c.c. e segg., nonche’ insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine all’efficacia dell’accordo del 25.9.1997, integrativo dell’art. 8 del CCNL 1994.

In particolare osserva che in maniera assolutamente arbitraria la Corte territoriale aveva ritenuto che l’ipotesi prevista dalla L. n. 56 del 1987, art. 23 dovesse essere necessariamente correlata ad una precisa limitazione temporale. In tal modo l’interpretazione fornita dai giudici di merito aveva introdotto nella normativa contrattuale un ulteriore elemento assolutamente non previsto dalle parti contraenti; per contro, la corretta applicazione delle norme di ermeneutica contrattuale, avrebbe dovuto portare la Corte di merito a valutare i suddetti accordi attuativi nella loro effettiva natura di atti ricognitivi di una determinata situazione di fatto, senza alcuna volonta’ negoziale di porre limite alcuno se non quello della intrinseca temporaneita’ di qualsiasi processo di ristrutturazione, e quindi anche di quello della societa’ Poste Italiane s.p.a.

Col terzo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. 18 aprile 1962, n. 230; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 c.c. segg..

In particolare rileva, in relazione al contratto stipulato con il C. per necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie, che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto la necessita’ della specificazione, nel contratto, del tempo della sostituzione e dell’unita’ produttiva nella quale la sostituzione si rendeva necessaria, con l’obiettivo si soggettivare una clausola contrattuale, voluta dalle parti in senso generale.

Posto cio’, rileva il Collegio che in corso di causa e’ stato depositato verbale di conciliazione in sede sindacale in data 27.11.2008 concernente la controversia fra Poste Italiane e L.A.; dal suddetto verbale di conciliazione, debitamente sottoscritto dalla lavoratrice interessata, oltre che dal rappresentante delle Poste Italiane s.p.a., risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concernente la controversia de qua, dandosi atto dell’intervenuta amichevole e definitiva conciliazione a tutti gli effetti di legge.

Ad avviso del Collegio il suddetto verbale di conciliazione si palesa idoneo a dimostrare la cessazione della materia del contendere nel giudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto difetto di interesse delle parti a proseguire il processo; alla cessazione della materia del contendere consegue pertanto la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso nei confronti della lavoratrice sopra indicata in quanto l’interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui e’ proposta l’azione o l’impugnazione, ma anche nel momento della decisione in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l’interesse ad agire (Cass. S.U. 29 novembre 2006 n. 25278).

In definitiva il ricorso nei confronti della predetta dipendente deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse; tenuto conto del contenuto dell’accordo transattivo intervenuto tra le parti, si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente tra le stesse le spese del giudizio di cassazione.

Per quel che riguarda la posizione dell’altro intimato, C. D., rileva il Collegio che il primo motivo di ricorso e’ fondato.

Ed invero, la statuizione della Corte territoriale si basa sull’assunto secondo cui non sarebbe consentito al datore di lavoro di avvalersi liberamente del tipo contrattuale del lavoro a termine, senza l’individuazione di ipotesi specifiche di collegamento tra contratti ed esigenze aziendali.

Tale assunto contrasta con il costante insegnamento di questa Corte di cassazione (Cass. sez. lav., 29.7.2009 n. 17651; Cass. sez. lav., 23.6.2009 n. 14657; Cass. sez. lav., 27.2.2009 n. 4840; Cass. sez. lav., 7.3.2005 n. 4862; Cass. sez. lav., 26.7.2004 n. 14011), specificamente riferito ad assunzioni a termine di dipendenti postali previste dall’accordo integrativo 25 settembre 1997, secondo cui l’attribuzione alla contrattazione collettiva, ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23 del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessita’ del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessita’ di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato. “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato” (v., fra le altre, Cass. sez. lav., 4.8.2008 n. 21062; Cass. sez. lav., 23.8.2006 n. 18378).

Non puo’ pertanto condividersi la motivazione della Corte territoriale la quale ha posto a fondamento della propria statuizione l’assunto secondo cui non sarebbe consentito autorizzare un datore di lavoro ad avvalersi liberamente del tipo contrattuale del lavoro a termine, senza l’individuazione di ipotesi specifiche di collegamento tra contratti ed esigenze aziendali cui sono strumentali. La sentenza si muove quindi erroneamente nella prospettiva che il legislatore non abbia conferito una delega in bianco ai soggetti collettivi, imponendo al potere di autonomia i limiti ricavabili dal sistema di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 1, e cio’ e’ in contrasto con quanto ripetutamente affermato da questa Corte e ribadito da ultimo dalle Sezioni Unite con sentenza 2 marzo 2006 n. 4588.

Orbene, la decisione della Corte di merito, con riferimento al contratto de quo, non e’ conforme al suddetto principio di diritto; e pertanto il ricorso sul punto merita accoglimento.

Parimenti fondato e’ il terzo motivo di gravame concernente il contratto concluso per necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo dall’8 giugno 1998 al 30 settembre 1998.

L’assunto dei giudici di appello, secondo cui la sostituzione di un lavoratore assente per ferie presuppone la prova della correlazione tra l’esigenza posta a base del contratto e quella dell’assunzione del singolo lavoratore, e’ destituito di fondamento, e contrasta con il principio posto dalle Sezioni Unite di questa Corte le quali, con la predetta sentenza n. 4588/2006, hanno affermato che la L. n. 56 del 1987, art. 23, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilita’ di individuare – oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. n. 230 del 1962, art. 1, e dal D.L. n. 17 del 1983, art. 8 bis, convertito con modificazioni dalla L. n. 79 del 1983 – nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria “delega in bianco” a favore dei sindacati. A questi principi si e’ adeguata la successiva giurisprudenza di legittimita’ (vedi Cass. sez. lav., 2.3.2007 n. 4933).

Orbene, e’ pacifico che nel caso di specie il termine al contratto di lavoro e’ stato apposto con riferimento all’ipotesi di assunzione a tempo determinato prevista dall’art. 8 C.C.N.L. 26.11.1994:

“necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre”. Il contratto collettivo ha previsto quest’ipotesi di assunzione a termine ai sensi del disposto della L. n. 56 del 1987, art. 23.

Il giudice di appello, nell’escludere che l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo potesse contemplare, quale unico presupposto per la sua operativita’, l’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie, si e’ discostata dai suddetti principi ed e’ incorsa in violazione di norme di diritto. Di talche’ anche sul punto il proposto gravame deve trovare accoglimento.

Infondato e’ invece il secondo motivo di ricorso, concernente l’assenza di alcuna limitazione temporale nell’ipotesi prevista dalla L. n. 56 del 1987, art. 23.

Partendo dal principio sopra detto che la L. n. 56 del 1987, art. 23 configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, questa Corte, dopo aver ribadito la legittimita’ della formula adottata nell’accordo integrativo, caratterizzata, in particolare, dalla mancata previsione di un termine finale, ha ritenuto tuttavia viziate quelle decisioni dei giudici di merito nella parte in cui hanno affermato la natura meramente ricognitiva dei c.d. accordi attuativi e conseguentemente il carattere non vincolante degli stessi quanto alla determinazione della data entro la quale era legittimo ricorrere a contratti a termine, atteso che con tale interpretazione dei suddetti accordi si sono discostate dal chiaro significato letterale delle espressioni usate, ed in particolare di quella secondo cui per far fronte alle predette esigenze si potra’ procedere ad assunzioni di personale straordinario con contratto a tempo determinato fino al 30/4/98 (cfr. accordo del 16 gennaio 1998); cio’, fra l’altro, in violazione del principio secondo cui nell’interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, e’ precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr., ex plurimis, Cass. sez. lav., 28.8.2003 n. 12245;

Cass. sez. lav., 25.8.2003 n. 12453).

La stessa giurisprudenza ha ritenuto inoltre la sussistenza, nelle suddette sentenze, di una violazione del canone ermeneutico di cui all’art. 1367 c.c. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anziche’ in quello per cui non ne avrebbero alcuno;

ed infatti la statuizione secondo cui le parti non avevano inteso introdurre limiti temporali alla previsione di cui all’accordo del 25 settembre 1997 implica la conseguenza che gli accordi attuativi, cosi’ definiti dalle parti sindacali, erano “senza senso” (cosi’ testualmente Cass. sez. lav., 14.2.2004 n. 2866).

La giurisprudenza di questa Suprema Corte (cfr, ex plurimis, Cass. sez. lav., 23.8.2006 n. 18378) ha, altresi’, ritenuto corretta, nella ricostruzione della volonta’ delle parti come operata dai giudici di merito, l’irrilevanza attribuita all’accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo circa due anni dalla scadenza dell’ultima proroga, e cioe’ quando il diritto del soggetto si era gia’ perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti abbiano espresso l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell’accordo 25 settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione deve comunque ritenersi conforme alla regala iuris dell’indisponibilita’ dei diritti dei lavoratori gia’ perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell’interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel D.Lgs. n. 165 del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non piu’ legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. sez. lav., 12.3.2004 n. 5141).

Il sopra citato orientamento di questa Corte deve essere pienamente confermato atteso che le tesi difensive che si sono confrontate nelle fasi di merito e quelle oggi proposte all’attenzione della Corte non sono sorrette da argomenti che non siano gia’ stati scrutinati nelle ricordate decisioni o che propongano aspetti di tale gravita’ da esonerare la Corte dal dovere di fedelta’ ai propri precedenti.

Il suddetto motivo di ricorso non puo’ quindi trovare accoglimento di talche’ va confermata la illegittimita’ del termine apposto al contratto relativo al periodo dal 27 ottobre 1998 al 31 gennaio 1999, stipulato per “esigenze eccezionali” successivamente al 30.4.1998.

Cosi’ accolto in parte, come sopra detto, il ricorso, s’impone la cassazione dell’impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito dichiarandosi la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo determinato con la decorrenza dalla data (27 ottobre 1998) del contratto sopra indicato, mantenendo ferme le ulteriori statuizioni della Corte territoriale, anche in tema di decorrenza della retribuzione e degli accessori.

Ricorrono giusti motivi, in considerazione del parziale accoglimento del proposto gravame, per dichiarare compensate tra le parti le spese relative al presente giudizio di legittimita’.

PQM

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di L. A.. Accoglie parzialmente il ricorso nei confronti di C.D., cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, accoglie la domanda proposta con il ricorso introduttivo in relazione al rapporto di lavoro decorrente dal 27 ottobre 1998;

mantiene ferme le statuizioni in tema di decorrenza della retribuzione e degli accessori, come ritenuto dalla Corte d’appello;

compensa fra tutte le parti le spese del presente giudizio di legittimita’.

Cosi’ deciso in Roma, il 27 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2010

 

 

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