Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16588 del 15/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 15/07/2010, (ud. 26/05/2010, dep. 15/07/2010), n.16588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.W., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ENRICO TAZZOLI

2, presso lo studio dell’avvocato NARDI MANLIO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MANNA GIULIANO, giusta delega in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario

della Societa’ di Cartolarizzazione dei crediti INPS, S.C.C.I. S.p.A,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli

avvocati CORETTI ANTONIETTA, CORRERA FABRIZIO, LELIO MARITATO, giusta

delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

CERIT S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1259/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 13/10/2006 R.G.N. 1396/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/05/2010 dal Consigliere Dott. MELIADO’ Giuseppe;

udito l’Avvocato MANNA GIULIANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 29.9 – 13.10.2006 la Corte di appello di Firenze, in parziale accoglimento dell’appello proposto dall’INPS avverso la sentenza del Tribunale di Firenze del 3.12.2003, dichiarava l’illegittimita’ dei contributi richiesti nei confronti di B.W. con la cartella esattoriale opposta limitatamente all’importo di Euro 1.094,89.

Osservava in sintesi la corte territoriale che gli esiti dell’istruttoria, ed in particolare le dichiarazioni della lavoratrice, il contenuto degli accertamenti ispettivi ed il “comportamento indiziante” tenuto dallo stesso datore di lavoro in sede di conciliazione, non adeguatamente contrastati dalle dichiarazioni dei testi, caratterizzate da genericita’ e lontananza nel tempo, confermavano che fra le parti si era instaurato un rapporto di lavoro a tempo pieno sin dal 22.2.1985. Per la cassazione della sentenza propone ricorso B.W. con due motivi. Resiste con controricorso l’INPS; non ha svolto attivita’ difensiva la CERIT spa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, svolto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 il ricorrente lamenta l’erronea valutazione del materiale istruttorio, non essendosi, fra l’altro, tenuto conto che le dichiarazioni della lavoratrice, prive di per se’ di reale valore probatorio, erano state, comunque, smentite dai testi escussi e che gli accertamenti ispettivi avevano avuto carattere temporalmente delimitato e non potevano risultare significativi con riferimento ad un arco temporale di quasi sette anni.

Con il secondo motivo il ricorrente prospetta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 102 c.p.c. al D.L. n. 536 del 1987, art. 4 conv. nella L. n. 48 del 1988, ed alla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 217, alla L. n. 388 del 2000, art. 116, commi 8 – 18 nonche’ vizio di motivazione, lamentando la mancata applicazione della nuova disciplina sanzionatoria di cui alla L. n. 388 del 2000, operante anche rispetto ai casi non ancora esauriti, ivi compresi quelli sub iudice.

Il primo motivo e’ inammissibile per inosservanza dell’art. 366 bis c.p.c., ultima parte.

Con tale motivo, infatti, la ricorrente prospetta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a fatti processuali controversi e decisivi per il giudizio, senza che, tuttavia, risulti, per come richiesto dalla norma indicata, un quid pluris rispetto all’illustrazione dei motivi, e cioe’ una autonoma e sintetica rilevazione dei fatti processuali rispetto ai quali si assume il vizio di motivazione.

Deve, infatti, confermarsi, in aderenza a quanto gia’ ritenuto da questa Suprema Corte, come l’onere imposto in parte qua dall’art. 366 bis c.p.c. deve essere adempiuto non solo illustrando il motivo, ma anche formulando, al termine di esso e , comunque, in una parte del motivo a cio’ espressamente dedicata, una indicazione riassuntiva e sintetica che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del ricorso e valga ad evidenziare, in termini immediatamente percepibili, il vizio motivazionale prospettato, e quindi l’ammissibilita’ del ricorso stesso (cfr. Cass. ord. n. 8897/2008;

Cass. ord. n. 20603/2007; Cass. ord. n. 16002/2007).

Nel caso, in particolare, il quesito prospettato (“mancata dimostrazione che il rapporto di lavoro subordinato intercorso tra il sig. B. e la sig.ra L.S. e’ stato a tempo pieno, nessuna ulteriore contribuzione e’ dovuta all’INPS, illegittimita’ della iscrizione a ruolo effettuata dall’INPS”) non solo non evidenzia una proposizione formale come tale qualificabile, ma soprattutto non contiene alcuna sintesi, e, quindi, alcuna valutazione riassuntiva, in termini immediatamente percepibili, del vizio motivazionale che si assume rilevante, il quale, pertanto, e’ desumibile solo dall’illustrazione del relativo motivo, esprimendo quello articolato solo l’esito atteso del giudizio, secondo la tesi del ricorrente. Inammissibile e’ anche il secondo motivo.

A norma, infatti, dell’art. 366 bis c.p.c. deve ritenersi inammissibile il motivo di ricorso per cassazione in cui il quesito di diritto si risolve in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, inidonea a individualizzare l’errore di diritto ascritto alla sentenza impugnata e a costituire, al tempo stesso, una regula iuris suscettibile di trovare applicazione anche in casi ulteriori a quello deciso dalla sentenza impugnata (v. SU. n. 26020/2008; SU n. 26014/2008).

Per come e’ di tutta evidenza nella fattispecie, se si considera che il quesito formulato (“…la corte si pronunci sul seguente quesito:

disciplina normativa del regime sanzionatorio applicabile alla fattispecie”) si risolve in una richiesta, del tutto astratta, sulla disciplina normativa oggetto di interpretazione, senza alcuna evidenziazione degli errori interpretativi rilevanti in relazione alla fattispecie controversa.

Il che rende inammissibile il quesito anche per il difetto di corrispondenza che esso denuncia rispetto al relativo motivo, per essere il primo non esaustivamente riferibile alla questione controversa posta col motivo di impugnazione, rappresentandone la sintesi logico – giuridica.

Per come gia’ precisato da questa Suprema Corte (cfr. ad es. SU n. 14385/2007; Cass. n. 11535/2008), il rispetto del requisito della imprescindibile attinenza dei quesiti al decisum e’ condizione indispensabile per la valida proposizione del quesito medesimo, sotto pena della sua genericita’ e della conseguente equiparazione, per difetto di rilevanza, alla mancanza stessa di un quesito. Il che deve ripetersi anche per il quesito formulato in termini puramente astratti, che non consente, in altri termini, di evidenziare sia il nesso fra la fattispecie e il principio che si chiede venga affermato, sia la regola, diversa da quella posta a base del provvedimento impugnato, la cui auspicata adozione condurrebbe ad un esito difforme della controversia.

Il ricorso va, quindi, dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la statuizione di inammissibilita’.

PQM

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 13,00 per esborsi ed in Euro 3.000,00 per onorario di avvocato, oltre ad accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, il 26 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2010

 

 

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