Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16586 del 05/07/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 05/07/2017, (ud. 30/03/2017, dep.05/07/2017),  n. 16586

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21963-2011 proposto da:

B.R. C.F. (OMISSIS), titolare dell’omonima ditta,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L. LILIO 65, presso lo studio

dell’avvocato STUDIO DE BERARDINIS PAOLO & MOZZI VINCENZO,

rappresentata e difesa dagli avvocati CLAUDIO ZAMBRANO, PIETRO

ZAMBRANO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F. (OMISSIS)

in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore,

in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. (OMISSIS), in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati ENRICO MITTONI,

LELIO MARITATO, ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 964/2010 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 16/11/2010 R.G.N. 1503/08;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/03/2017 dal Consigliere Dott. RIVERSO ROBERTO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO GIANFRANCO che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato ANTONINO SGROI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza 864/2010 la Corte d’Appello di Milano, in riforma della pronuncia di primo grado, accogliendo l’appello dell’Inps rigettava l’opposizione promossa da B.R. avverso la cartella esattoriale con la quale l’Inps reclamava il pagamento di contributi in relazione alla posizione della signora F.G. sulla scorta di verbale di accertamento nel quale si sosteneva l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno tra le parti vigente dal novembre 2001 fino al gennaio 2006.

A fondamento della decisione la Corte territoriale sosteneva che, in assenza di prova di un rapporto part-time nascente dall’atto scritto, il rapporto si presume a tempo pieno e sono dovuti i normali contributi secondo i minimali di legge riferiti ai contratti a tempo pieno.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione B.R. con due motivi di censura, illustrati da memoria, ai quali ha resistito l’INPS con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo il ricorso denuncia violazione di legge (art 360 c.p.c., n. 3) avendo la Corte errato ad applicare alla fattispecie il D.L. n. 726 del 1984, art. 5, convertito in L. n. 863 del 1984, art. 5, dovendosi applicare invece ratione temporis il D.Lgs. n. 61 del 2000 secondo cui in mancanza della forma scritta, richiesta ad probationem, il rapporto è valido e, salva la prova del rapporto part-time nei limiti stabiliti dalla legge, sono dovuti i contributi nei limiti del minimale orario.

2. – Col secondo motivo si contesta il vizio di omessa motivazione per mancato esame di documenti rilevanti, certi e non controversi in quanto anche dal verbale ispettivo del 22/3/2006 si dava atto di un rapporto di co.co.co. per 12 ore settimanali “dal 5.11.2001 al 22.10.2004 e tuttora in corso (22.3.2006)”.

3. I due motivi di ricorso, i quali possono esaminarsi unitariamente per la connessione che li correla, sono infondati per le seguenti assorbenti ragioni di diritto; che questa Corte ha avuto occasione di affermare anche di recente con sentenza 1186/2017, nella quale ha messo correttamente in luce come il tema dell’imponibile contributivo nel contratto part time privo di forma scritta prescinde, alla luce dell’orientamento risalente e consolidato di questa Corte, dalla questione dal ruolo attribuito dalla legge al requisito della stessa forma scritta (ai fini della validità o della prova del contratto).

4. Questa sentenza ha anzitutto operato la ricostruzione del quadro normativo di riferimento nei seguenti termini. Il D.L. n. 726 del 1984, art. 5, prevedeva che il contratto di lavoro a tempo parziale dovesse stipularsi per iscritto e che in esso dovessero essere indicate le mansioni e la distribuzione dell’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno; non individuava, invece, le conseguenze della violazione delle suddette prescrizioni formali, che sono state enucleate, pertanto, da consolidata giurisprudenza di questa Corte nel senso della nullità del contratto part time, quanto meno nel caso della mancata indicazione della durata oraria (da ultimo: Cass. sez. lav. 8.3.2016 nr. 4494). La disciplina del D.L. n. 726 del 1984 è stata successivamente superata dal D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 61, recante attuazione della direttiva 97/81/CE, che all’art. 8 ha espressamente disciplinato da un lato il regime della forma prevedendo che la forma scritta è richiesta a fini di prova- e dall’altro le conseguenze della sua violazione. L’intera disciplina, dapprima integrata ed innovata dal D.Lgs. n. 276 del 2003, è stata poi abrogata dal D.Lgs. n. 81 del 2015.

5. La sentenza citata ha poi affrontato la questione dell’applicabilità del regime contributivo agevolato al rapporto part time privo di forma scritta alla luce della normativa del D.Lgs. n. 61 del 2000 (come si chiede col ricorso oggetto di questo giudizio).

La conclusione tratta dalla sentenza – che questo Collegio intende mantenere ferma – è che la violazione del requisito formale (sia pure richiesto per il contratto di causa soltanto ad probationem e con le conseguenze sul rapporto di lavoro previste dal D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 8) sia di per sè preclusiva nel rapporto previdenziale del riconoscimento del regime contributivo agevolato.

6. – In tal senso è utile il richiamo alla giurisprudenza formatasi nella vigenza del precedente regime generale nella materia previdenziale del part time, come disciplinato dal D.L. n. 726 del 1984, art. 5, comma 5, (che prevedeva il minimale contributivo orario invece che il minimale giornaliero); si è al riguardo affermato, con indirizzo consolidato, che al contratto di lavoro parziale che abbia avuto esecuzione pur essendo nullo per difetto di forma non può applicarsi la disciplina della contribuzione previdenziale prevista dal predetto art. 5, comma 5 ma deve applicarsi il regime ordinario di contribuzione (Cassazione civile, sez. lav., 30/09/2014, n. 20591; Cass. 11584/11; Cass. n. 52/09; Cass. n. 11011/08; Cass. n. 16670/04; Cass. 17271/204; Cass. S.U. n. 12269/04).

7.- Tale conclusione, a partire da Cass. SU 12269/04, non è stata fondata sulla ritenuta nullità del contratto part time privo del requisito di forma, ma piuttosto sul rilievo che il sistema contributivo regolato dal D.L. n. 726 del 1984 è applicabile solo in presenza di tutti i presupposti formali previsti dai precedenti commi. In tal senso si è evidenziato che per ragioni logico – sistematiche sarebbe privo di razionalità un eventuale sistema che imponesse ai soggetti rispettosi della legge l’osservanza del “principio minimale” – (con l’applicazione per esigenze solidaristiche di minimali contributivi anche superiori alle retribuzioni corrisposte)- e nello stesso tempo assicurasse un trattamento privilegiato a quanti nello stipulare un contratto part – time si fossero sottratti alle prescrizioni di legge, così agevolando di fatto forme di lavoro irregolare.

Tale principio è stato applicato da questa Corte (Cassazione civile, sez. lav., 26/05/2011, n. 11584 e 30/09/2014 n. 20591) anche nelle fattispecie in cui il contratto a tempo parziale era stato pattuito in forma verbale validamente, giacchè in epoca successiva all’entrata in vigore del D.L. n. 726 del 1984, affermandosi che in tali casi il contratto a tempo parziale resta sì valido ma ai fini dell’ottenimento del regime contributivo ridotto è richiesto il requisito della forma scritta, con conseguente onere delle parti di riprodurre per iscritto il rapporto. Si legge in Cass. 20591/2014 sopra citata: “al di là della validità o meno di tale contratto, permane la ragione di fondo del principio giurisprudenziale sopra ricordato, che è quella di consentire l’applicazione del minimale contributivo orario solo in presenza di validi contratti part time stipulati ai sensi del cit. D.L. n. 726 del 1984, poichè tale regime di favore in tanto si giustifica in quanto si sia in presenza d’un contratto stipulato per iscritto, che indichi le mansioni e la distribuzione dell’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno, affinchè gli organi amministrativi di controllo – cui deve essere inviata entro trenta giorni una copia del contratto medesimo – possano effettuare le dovute verifiche. Tale ratio risulterebbe frustrata se il minimale contributivo orario si potesse applicare anche a contratti il cui contenuto, proprio perchè non risultante da atto scritto, restasse di incerta individuazione”.

La suddetta ratio, in quanto indipendente dalla validità della pattuizione del part time tra le parti del contratto di lavoro, resta riferibile anche ai casi in cui, nel regime di cui al D.Lgs. n. 61 del 2000, la forma scritta sia richiesta soltanto ad probationem.

8 – Dalla ricognizione sin qui compiuta deriva il rigetto del ricorso, giacchè è dimostrato da una parte che il rapporto di lavoro subordinato in oggetto non fosse stato redatto per iscritto (perchè lo scritto dava atto di un rapporto di co.co.co.); e dall’altra parte che non esistessero altre idonee prove del contratto part time (tali non potendo essere i versamenti effettuati alla gestione separata, nè le dichiarazioni rilasciate dalle parti in sede ispettiva).

9. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi Euro 2200, di cui Euro 2000 per in compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 30 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2017

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