Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16578 del 15/07/2010

Cassazione civile sez. un., 15/07/2010, (ud. 18/05/2010, dep. 15/07/2010), n.16578

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ELEFANTE Antonino – Primo Presidente f.f. –

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente di sezione –

Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –

Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.R., rappresentato e difeso, per procura speciale in

calce al ricorso, dall’Avvocato ROSI Francesco, presso lo studio del

quale in Roma, Via Lutezia n. 8, è elettivamente domiciliato;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore;

CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, in persona del Presidente pro

tempore;

– intimati –

avverso la sentenza della sezione disciplinare del Consiglio

Superiore della Magistratura n. 151 del 2009, depositata il 24

novembre 2009.

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 18

maggio 2010 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato Francesco Rosi;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha chiesto il rigetto del ricorso..

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, con sentenza del 13 novembre 2009 emessa nel procedimento disciplinare n. 145/2009 R.G. – depositata il successivo 24 novembre – ha dichiarato il Dott. D.R. responsabile dell’incolpazione consistente nella violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1 e art. 2, comma 1, lett. q), per avere gravemente mancato ai propri doveri di diligenza e laboriosità in quanto, quale magistrato in servizio presso il Tribunale di Rovereto, e nel compimento degli atti relativi all’esercizio delle funzioni, aveva ritardato in modo reiterato, grave e ingiustificato il deposito di alcuni provvedimenti, tra cui: 40 sentenze civili con ritardi superiori all’anno (fino ad un massimo di 1.212 giorni) dalla scadenza del termine di legge per il deposito della minuta; 14 sentenze penali, con ritardi compresi tra 110 e 379 giorni; 90 ordinanze civili riservate, con un massimo ritardo di 687 giorni, ed aveva omesso tra l’altro il deposito, alla data dell’ispezione, di 17 sentenze civili, rispetto alle quali erano già decorsi tempi compresi tra 188 giorni (ritardo minimo) e 678 giorni (ritardo massimo); 7 sentenze penali, rispetto alle quali erano già decorsi tempi compresi tra 349 giorni (ritardo minimo) e 902 giorni (ritardo massimo); 12 ordinanze civili riservate, nonostante il decorso di 61 giorni.

La Sezione disciplinare ha rilevato la sussistenza di plurimi ritardi, oggettivamente gravi per entità, secondo la formulazione della norma disciplinare, in quanto di gran lunga superiori al triplo dei termini di legge per il deposito. Ha ritenuto che la principale delle giustificazioni addotte dal ricorrente – quella di essere stato dal 2003 in poi formatore decentrato senza la fruizione della pur prevista riduzione del carico di lavoro – non fosse idonea ad escluderne la responsabilità disciplinare perchè in nessun caso incarichi quale quello dal medesimo svolto potevano ritenersi prioritari, e quindi giustificativi di ritardi. Ha quindi affermato l’irrilevanza delle rappresentate difficoltà riconducibili ad assenze nell’organico del Tribunale, posto che le assenze si erano verificate nel luglio 2006 e i ritardi si erano avuti anche in precedenza.

La Sezione disciplinare ha inoltre osservato che per gli altri magistrati appartenenti allo stesso Ufficio dell’incolpato non si erano registrati ritardi nel deposito dei provvedimenti, e ciò a fronte del fatto che lo stesso incolpato aveva condivisibilmente definito la propria produttività come in linea con quella degli altri colleghi. Da qui la Sezione disciplinare ha tratto la conclusione che i rilevati ritardi fossero ascrivibili a inadeguate capacità organizzative, affermando cosi la responsabilità dell’incolpato, al quale ha irrogato la sanzione minima prevista dalla legge, e cioè la censura.

La cassazione di questa sentenza è stata richiesta dal D. con ricorso affidato a tre motivi. Nè il Ministro della Giustizia, nè il Consiglio Superiore della Magistratura hanno svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione di norme di diritto, quanto alla ritenuta gravità dei ritardi. La Sezione disciplinare avrebbe interpretato la norma che prevede l’illecito disciplinare nel senso che la gravità dei ritardi sarebbe apprezzabile senza valutazione del contesto in cui i ritardi sono maturati ed avrebbe pertanto considerato non rilevanti le giustificazioni addotte, finendo con il configurare una sorta di presunzione “a carico” di non giustificazione, fondata esclusivamente sul numero e sulla protrazione dei ritardi stessi. Così facendo, la Sezione disciplinare avrebbe disatteso i precedenti giurisprudenziali e non avrebbe preso in esame gli elementi che dimostravano la sua particolare operosità.

La Sezione disciplinare, assume ancora il ricorrente, non avrebbe preso in considerazione il fatto che egli, a seguito dell’inizio del procedimento disciplinare, aveva depositato tutti i provvedimenti segnalati, senza accumulare ulteriori ritardi.

Con il secondo motivo, rubricato “mancanza di giustificazione dei ritardi – omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, il ricorrente deduce che la Sezione disciplinare avrebbe male interpretato e applicato le norme di legge, non avendo preso in adeguata considerazione le giustificazioni dei ritardi da lui addotte. In particolare non avrebbe dato rilievo all’attività svolta come formatore decentrato, che si è dispiegata in una molteplicità di impegni senza peraltro fruire della pur prevista, per disposizione di circolare del Consiglio Superiore, riduzione percentuale dell’ordinario carico di lavoro. La Sezione disciplinare, osserva quindi il ricorrente, non si sarebbe così avveduta che i ritardi nel deposito dei provvedimenti, anche in ragione del fatto che per tutto il periodo la produttività dell’incolpato era stata pienamente corrispondente a quella degli altri magistrati dell’ufficio, non erano per nulla imputabili ad un difetto di diligenza e di laboriosità. Osserva, infatti, il ricorrente che se avesse potuto fruire anche della minima esenzione dal lavoro, avrebbe potuto evitare di scrivere ben 112 sentenze, numero decisamente superiore a quello delle sentenze depositate in ritardo ed oggetto di incolpazione.

Con il terzo motivo, rubricato “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio – altro profilo”, il ricorrente sostiene che la Sezione disciplinare sarebbe incorsa nel vizio di difetto di motivazione nella misura in cui avrebbe valutato la gravità dei ritardi soltanto per gli aspetti oggettivi, numero e dato temporale degli stessi, senza tenere in considerazione il contesto complessivo in cui erano maturati e, in particolare, il dato della produttività complessiva e lo svolgimento di importanti e impegnative funzioni extragiudiziarie.

La Sezione disciplinare non avrebbe poi preso in esame il fatto, pur esso significativo, che i provvedimenti redatti da esso ricorrente avevano una modesta percentuale di impugnazioni, e ciò per la particolare cura prestata nella redazione delle motivazioni. Tale circostanza, assume il ricorrente, avrebbe dovuto essere presa in adeguata considerazione per escludere la gravità dei ritardi, non potendo negarsi che la durata ragionevole del processo, complessivamente intesa, deve aver riguardo, una volta che si verifichino dei ritardi nel deposito dei provvedimenti, anche al fatto che poi il processo non prosegua trovando le parti piena e adeguata giustificazione nella motivazione delle decisioni.

Il ricorso, i cui tre motivi possono essere esaminati congiuntamente per evidenti ragioni di connessione , è infondato e va rigettato.

Questa Corte ha più volte affermato (ex multis Cass., Sez. Un., 24 marzo 2010, n. 7000; 23 agosto 2007, n. 17919; 17 luglio 2004, n. 12875; 22 febbraio 2002, n. 2626; 12 maggio 2001, n. 195) che il ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari, ancorchè sistematico, non può da solo integrare illecito disciplinare, occorrendo verificare anche se esso sia ingiustificato in relazione al carico di lavoro ed alla situazione personale del magistrato, con un giudizio che riconnetta il ritardo ad un comportamento a lui ascrivibile almeno a titolo di colpa. Ma ha anche affermato che tale principio va coordinato con l’altro secondo il quale (Cass., Sez. Un., 23 dicembre 2009, n. 27290; 21 dicembre 2009, n. 26825; 23 agosto 2007, n. 17916; 4 ottobre 2005, n. 19347; 22 dicembre 2004, n. 23738) il comportamento del magistrato che ritardi il deposito dei provvedimenti in misura che, per quantità di casi ed entità dei ritardi, sia tale da violare ogni soglia di ragionevolezza, è di per sè espressione di una colpa, quanto meno in relazione alla cattiva organizzazione del proprio lavoro, pur nell’ambito del complesso delle condizioni soggettive e oggetti ve nelle quali il magistrato opera. Con la precisazione che l’accertamento all’uopo compiuto dalla sezione disciplinare ha natura valutativa e si sottrae a censura in sede di giudizio di legittimità, ove la relativa motivazione non risulti incongrua o del tutto carente.

La Sezione disciplinare, dopo aver premesso che i ritardi contestati all’incolpato si erano protratti anche dopo l’entrata in vigore della nuova normativa in materia disciplinare e che pertanto occorreva fare riferimento al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. q), ha rilevato che, nel caso di specie, risultavano ritardi plurimi che superavano il triplo dei termini previsti dalla legge per il compimento dell’atto, e che per la loro entità erano obiettivamente gravi. In particolare, tale obiettiva gravità risultava con tutta evidenza nei casi di ritardi nel deposito di sentenze superiori all’anno (sino ad arrivare a 1.212 giorni nel settore civile e a 902 giorni in quello penale) e ancor di più in quelli relativi ad ordinanze. Tutto ciò, ha osservato la Sezione disciplinare, ha avuto riflessi negativi non solo sullo svolgimento dei singoli processi, ma anche sull’immagine del magistrato e dell’ordine giudiziario, dimostrate da due note del Presidente del Tribunale relative a doglianze espresse da una parte in causa, in attesa della decisione della causa da oltre due anni, e anche dal Presidente del locale ordine forense.

A fronte di tali evidenze, la Sezione disciplinare ha ritenuto che la principale delle giustificazioni addotte dall’incolpato – quella di avere svolto dal 2003 l’incarico di formatore decentrato senza fruire della pur prevista riduzione del carico di lavoro – non fosse idonea a escluderne la responsabilità; e ciò sulla base di due concorrenti rilievi: anche un incarico istituzionale non può avere valenza preminente sull’esercizio delle funzioni giurisdizionali; l’incarico in questione aveva durata biennale e la conferma per il secondo biennio era necessariamente avvenuta con la dichiarazione di disponibilità dell’interessato, che evidentemente in quella occasione non aveva adeguatamente valutato la propria condizione di sofferenza nell’adempimento del lavoro giudiziario.

Trattasi di motivazione del tutto immune dai denunciati vizi, e che trova conforto nel principio, recentemente affermato da questa Corte, secondo cui “In tema di ritardi del giudice nel deposito di provvedimenti giudiziari, lo svolgimento di incarichi extragiudiziari può costituire causa di giustificazione o attenuante soltanto se, prima di accettarli, il magistrato abbia rappresentato agli organi conferenti la difficoltà di svolgerli per l’eccessivo lavoro giudiziario, sempre che i ritardi non siano talmente prolungati, reiterati e sistematici da superare la soglia della ragionevolezza e della giustificabilità e da concretare un diniego di giustizia, posto che in quest’ultimo caso, risultando leso il prestigio dell’ordine giudiziario, è comunque configurabile l’illecito disciplinare” (Cass., Sez. Un., 5 marzo 2009, n. 5283).

Quanto alla deduzione del ricorrente, secondo cui la Sezione disciplinare non avrebbe valutato che per lo svolgimento dell’incarico di formatore decentrato non aveva usufruito del pur previsto esonero parziale, si deve rilevare, al contrario, che la Sezione Disciplinare, nel sottolineare come la conferma nell’incarico per un secondo biennio abbia necessariamente avuto per presupposto una dichiarazione di disponibilità dell’interessato, ha ritenuto che le condizioni di svolgimento dell’incarico non fossero state adeguatamente valutate dal magistrato, il quale quindi, in quella sede, avrebbe dovuto rappresentare le proprie difficoltà ed eventualmente subordinare la propria disponibilità al rinnovo dell’incarico alla concessione del previsto esonero. Sul punto, del resto, il ricorso non contiene alcuna specifica censura.

La Sezione disciplinare ha poi preso in considerazione anche le ulteriori giustificazioni addotte dal ricorrente, quali le assenze nell’organico del Tribunale, ritenendole del tutto inidonee a giustificare i rilevati ritardi, atteso che dette assenze si erano verificate dal (OMISSIS), mentre ritardi si erano avuti anche prima di tale data. Quanto alla valutazione comparativa con il lavoro degli altri colleghi del Tribunale, la Sezione Disciplinare ha dato atto che lo stesso incolpato aveva definito la propria produttività come in linea con quella degli altri, osservando, peraltro, che per questi ultimi non sono emersi ritardi nel deposito dei provvedimenti.

Nè miglior sorte possono avere i rilievi, specificamente svolti nel primo motivo di ricorso, circa l’asserita mancata valutazione della gravità dei ritardi, atteso che, come è ormai principio consolidato nella richiamata giurisprudenza di questa Corte, i ritardi nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali non possono mai essere giustificati quando, come nella specie, superino ogni limite di ragionevolezza.

Il ricorrente invoca l’applicazione di un principio, affermato anche dalla giurisprudenza di queste Sezioni Unite (si vedano, in proposito, le citate sentenze n. 17929 e n. 16627 del 2007), ma omette completamente di prendere in considerazione il principio ora richiamato, in base al quale la stessa oggettiva irragionevole entità dei ritardi nel deposito dei provvedimenti integra il contestato illecito disciplinare ove, come nella specie, non trovi giustificazioni in elementi non riferibili alla volontà del magistrato e alla sua capacità organizzativa. Ne consegue che, una volta accertata, in termini oggettivi, la irragionevolezza dei ritardi, tutte le valutazioni comparative che potrebbero essere effettuate dal Giudice disciplinare al fine di ritenere accertata la laboriosità e la diligenza del magistrato incolpato, cedono il passo al riscontro della insufficiente capacità del magistrato di organizzare il proprio lavoro, che di per sè giustifica, ove i ritardi siano gravi, reiterati e ingiustificati, l’applicazione della sanzione disciplinare.

Nè può ravvisarsi contraddittorietà tra la decisione impugnata e i pareri espressi dai competenti organi sull’operato del ricorrente ai fini delle periodiche verifiche di professionalità, trattandosi, all’evidenza, di valutazioni rispondenti a logiche diverse. Peraltro, dai documenti riportati in ricorso emerge un quadro di laboriosità del ricorrente che non è stato escluso dalla Sezione disciplinare, laddove questa ha rilevato che la produttività dell’incolpato risulta in linea con quella degli altri colleghi, ma nulla viene osservato quanto alla puntualità nel deposito dei provvedimenti. Del resto, l’aver ricondotto i ritardi accertati ad un deficit di capacità organizzativa postula un positivo accertamento circa la laboriosità e l’operosità del ricorrente, ma altro è l’operosità, altro la diligenza nell’organizzazione del lavoro, che coerentemente la Sezione disciplinare ha ritenuto, di fronte alla dimensione ed alla sistematicità dei ritardi, non giustificabile.

Quanto, ancora, alla dedotta omessa valutazione, da parte della Sezione disciplinare, della durata dei procedimenti del ricorrente rapportata a quella degli altri colleghi e della allegata ridotta proposizione di impugnazioni avverso i provvedimenti da lui redatti, si deve rilevare che trattasi di elementi di fatto che, pur se non esplicitamente enunciati nella motivazione della sentenza impugnata, appaiono comunque presenti nella valutazione complessiva della condotta del ricorrente, laddove la sentenza impugnata ha dato atto delle risultanze della ispezione, del fatto che tutti i ritardi di interesse ispettivo riguardavano il ricorrente, con l’eccezione di una sola sentenza per un magistrato e di una sola ordinanza per un altro.

Da ultimo, occorre evidenziare che la Sezione disciplinare ha altresì considerato la circostanza che il ricorrente ha comunque provveduto al deposito di tutti i provvedimenti oggetto di ritardo, traendone elementi di valutazione quanto alla sanzione da irrogare.

In conclusione, la decisione impugnata ha specificamente preso in considerazione tutti gli elementi addotti con il ricorso, negando che i ritardi contestati all’incolpato potessero trovare giustificazione nelle circostanze da lui addotte, cosicchè le censure proposte risultano infondate, nei limiti in cui sono prospettabili in questa sede, risultando inammissibili per la parte in cui, sostanzialmente censurando meri profili valutativi, riservati al giudice di merito, si risolvono in una non consentita, in questa sede, richiesta di un riesame e rivalutazione dei fatti.

Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese, non avendo le amministrazioni intimate svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di cassazione, il 18 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2010

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