Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1656 del 19/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 19/01/2022, (ud. 22/10/2021, dep. 19/01/2022), n.1656

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31082-2020 proposto da:

M.D.N., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

cancelleria della Corte di Cassazione e rappresentato e difeso

dall’Avvocato Paolo Righini per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro in carica,

domiciliato per legge in Roma, Via dei Portoghesi, 12 presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato;

– costituito –

avverso la sentenza n. 1089/2020 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 27/04/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. SCALIA

LAURA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. M.D.N., cittadino dell’Edo State, in Nigeria, ricorre con tre motivi, illustrati da memoria, per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui, la Corte d’Appello di Bologna, in accoglimento dell’impugnazione del Ministero dell’Interno ed in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento in capo al primo dei presupposti della protezione umanitaria, ritenendo: il racconto del richiedente non credibile; erronea la valutazione operata dal tribunale delle condizioni del Paese di provenienza; insussistente una situazione di vulnerabilità individuale.

Il richiedente aveva dichiarato di aver lasciato il paese di origine, dopo che il padre, esponente di un partito politico e capo della comunità, era stato ucciso e lui, che già era riuscito, svolgendo lavori saltuari, a mantenersi agli studi, era stato costretto a chiedere prestiti ai suoi compagni di scuola dai quali aveva ricevuto la richiesta di entrare a far parte della setta degli Aye, di cui erano membri, perché i soldi del prestito appartenevano al fondo comune dell’associazione segreta. Consultatosi con la sua ragazza si era convinto a nascondersi in un’altra città dove aveva ottenuto un altro prestito per recarsi in Libia. Qui aveva lavorato come elettricista ma tutto il guadagno era costretto a impiegarlo per la restituzione del prestito. Questa la ragione del suo arrivo in Italia e del timore in caso di rientro in patria di essere ucciso dai suoi creditori e dallo zio che voleva impedirgli di prendere il posto di potere che era appartenuto a suo padre.

2. Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente, al dichiarato fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione ex art. 370 c.p.c., comma 1.

3. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2. La Corte d’appello, secondo il ricorrente, ha ritenuto, in adesione acritica alle conclusioni raggiunte dalla Commissione territoriale, il carattere contraddittorio del suo racconto senza adempiere all’obbligo di cooperazione istruttoria.

Il motivo è inammissibile perché, in materia di protezione internazionale, il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri, meramente indicativi, forniti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisivi-tà” per la definizione della vertenza (Cass. n. 13578 del 02/07/2020) secondo prospettiva di critica rimasta del tutto estranea al motivo.

4. Con il secondo e terzo motivo il ricorrente fa valere la violazione ed errata applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ed il vizio di motivazione circa un fatto decisivo ai fini del giudizio. La Corte aveva errato, tanto da incorrere in motivazione apparente, nel ritenere che il tribunale avesse dato rilievo, nel riconoscere il diritto alla protezione umanitaria, alla situazione del Paese di origine con riferimento all’azione di Boko Haram mentre aveva apprezzato invece la situazione dell’Edo State.

I motivi, che si prestano a congiunta trattazione, sono inammissibili ex art. 360-bis c.p.c., n. 1 perché in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte rispetto alla quale non offrono ragioni per mutare indirizzo.

La valutazione della condizione di vulnerabilità, che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria, deve essere ancorata ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che il richiedente ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in coseguenza del rimpatrio, poiché, in caso contrario, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. (cass. n. 9304 del 03/04/2019; Cass. n. 1104 del 20/01/2020, prima parte della massima).

Resta ferma infatti la necessità, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria – nella verifica cui è tenuto il giudice circa l’esistenza di seri motivi che impongano di offrire tutela a situazioni di vulnerabilità individuale, anche per esercizio dei poteri istruttori ufficiosi a lui conferiti – che il richiedente indichi i fatti costitutivi del diritto azionato e cioè fornisca elementi idonei a far desumere che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 13573 del 02/07/2020).

La non credibilità del racconto sottrae rilievo alle situazioni di vulnerabilità nello stesso rappresentate, in difetto, poi, di nuove allegazioni in appello neppure dedotte come tali in ricorso e, in siffatto quadro, ogni ulteriore critica resta assorbita.

Il ricorso è pertanto inammissibile.

Nulla sulle spese essendo controparte rimasta solo intimata.

Deve darsi atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quate, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2022

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